Alberto Castelvecchi, Panorma 16/11/2006, pagina 150., 16 novembre 2006
L’uomo che le suona al cinema. Panorama, giovedì 16 novembre Incontrare una leggenda vivente come Ennio Morricone, 78 anni, quasi 500 colonne sonore composte, vuol dire arrivare con una borsa carica di appunti, aneddoti da verificare, domande di ogni genere
L’uomo che le suona al cinema. Panorama, giovedì 16 novembre Incontrare una leggenda vivente come Ennio Morricone, 78 anni, quasi 500 colonne sonore composte, vuol dire arrivare con una borsa carica di appunti, aneddoti da verificare, domande di ogni genere. Di materia ce ne sarebbe per riempire una biblioteca, invece un’intervista dovrà bastare. Ma il bello è che quando lo vedi gli appunti spariscono, i compiti fatti diligentemente a casa svaniscono e hai di fronte uno con cui quasi ti imbarazza parlare di passato. Morricone è un uomo che dà l’impressione di vivere come pochi qui e ora, con un’attenzione umana e una voglia di sperimentare continua. Quello che è spiazzante è il misto di semplicità e lucidità, di riservatezza e sincerità del personaggio. Hai di fronte un genio, che ti dice che il segreto sta nel fare bene il mestiere, studiando e lavorando ogni giorno. "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore è l’ultimo film in ordine di uscita a cui lei abbia lavorato come musicista. Ma con Tornatore avete una vecchia amicizia, umana, oltre che professionale. Con lui mi trovo sempre bene, altrimenti non lavoreremmo insieme. Le pare che alla mia età si potrebbe soffrire per lavorare? No di certo. E lei ha sempre detto che la nota dominante della sua vita è stata la libertà di scelta. Pensi che quando ho cominciato a lavorare con Sergio Leone, lui voleva inserire in una certa scena il Deguello, una famosa composizione della guerra d’indipendenza messicana. Io gli dissi subito che non avrei accettato intromissioni di questo tipo. O me o nulla. Lui capì subito e ne nacque un buon lavoro. Come si lavora quando si scrive musica per un film? Lei vede le scene girate prima del montaggio oppure lavora già sulla sceneggiatura? Non c’è una prassi consolidata. Per esempio, a gennaio inciderò le musiche per un film che non ho visto, ma ne ho letto la sceneggiatura e ne ho discusso con il regista. Per un altro film, Tutte le donne della mia vita, di Simona Izzo, vedrò il film montato e prenderò i tempi scena per scena. E con "La sconosciuta" come è andata? Ho visto il film al primo montaggio, poi ci ho utilizzato una tecnica particolare. Ho lavorato su tre sezioni distinte di registrazioni. Per la prima parte gli ho fatto ascoltare i temi, che ha accettato, e li ho strumentati. Da ultimo ho misurato le varie sequenze del film e ho composto e registrato vari brani. Ma è la parte centrale del lavoro, la seconda, che è la vera novità di questo film: ho preparato musiche modulari, cioè composizioni concluse ma che avessero anche la possibilità di essere mescolate e sovrapposte in vari modi le une alle altre, in ragione delle diverse esigenze. Complessivamente il film ha un’ora e venti di musica. La sconosciuta è un film articolato su diversi stati d’animo, storie parallele che scorrono come rigagnoli per poi riunirsi nel finale. Ed è un film magnifico, un capolavoro. Lei lamenta il fatto che molti si definiscono musicisti, senza aver mai studiato neanche un giorno la composizione. Non solo non hanno studiato la composizione, ma neppure la chiave di violino. Non scrivono la musica, la fanno scrivere ad altri, i cosiddetti orchestratori o arrangiatori. Secondo me è una cosa immorale. Io lavoro perlopiù strumentando direttamente in partitura, e scrivo a penna, con poche correzioni. vero che è un grande giocatore di scacchi? Grande non direi, perché non studio mai. Per essere grandi bisogna studiare. Diciamo che una volta ho giocato con Boris Spasskij e ho pattato. E le sembra poco una patta con un campione del mondo? andata bene: fu una patta per ripetizione di mossa da parte sua. Vuol dire che tra i due in quel momento stavo meglio io. Invece con Anatolij Karpov, con Garry Kasparov e con Peter Leko ho perduto. Tutti grandi campioni. Si sarà chiesto che rapporto c’è tra gli scacchi e la composizione. Anche quando si comincia una partita, come una partitura, non si sa esattamente dove si andrà a finire. L’idea generale si precisa e si corregge lavorando. Negli scacchi il progetto cambia in relazione alle risposte dell’avversario. Nel caso della musica invece si è soli con se stessi, non c’è l’antagonista. A proposito di antagonisti: le è mai capitato di cominciare un lavoro per un film e di smettere per manifesta incomunicabilità col regista? Litigate epiche? Io non litigo con nessuno. Quando è capitato che abbia rinunciato per qualche incomprensione, tutto si è risolto nelle fasi iniziali. Si tratta di trovare una sintonia, altrimenti non si va avanti. Una volta Roland Joffé, con cui ho lavorato per Mission e vari altri film, voleva che per La lettera scarlatta scrivessi musiche di ispirazione celtica. Non ci si trovò proprio su questa definizione, e pensare che il musicologo svedese Philip Tagg ha scritto che nel mio linguaggio musicale c’è molto di celtico, nel senso che uso spesso una particolare scala modale, come quella di Per un pugno di dollari. Ma con Roland, che è un grande regista, siamo rimasti amici. Con lui abbiamo collaborato nel film successivo, Vatel. Con gli italiani fila sempre tutto liscio? Anche qui possono scattare delle incomprensioni, ma niente di grave. Una volta ricordo che con Roberto Faenza stavamo scegliendo i temi per Marianna Ucrìa e lui a un certo punto mi dice: "E se durante la registrazione non mi piacciono?". Lo guardo, penso che una registrazione è una cosa importante, che si spendono molti soldi e ore di lavoro, e gli faccio: "Allora le musiche te le fai fare da chi pare a te". Siamo rimasti amici, ma insieme non si è lavorato più. I musicisti che ama? I madrigalisti italiani, Pier Luigi da Palestrina, Claudio Monteverdi, Girolamo Frescobaldi. Tra i moderni, Igor Stravinskij, Goffredo Petrassi. E l’elettronica? Nella musica i computer sembrano ormai di casa. Io ho utilizzato volentieri computer per ottenere certi effetti. Ma sempre all’interno di una composizione orchestrale. Certe volte si possono ricreare suoni degli strumenti, ma la ricerca più interessante è sempre quella della creazione di suoni nuovi. Ho avuto anche il grande Moog agli inizi, e l’ho studiato a fondo, ma non mi ritengo un compositore di musica elettronica pura. Ascolta anche musica italiana pop, la cosiddetta leggera? Fare nomi mi spiace sempre, perché rischio di dimenticare qualcuno, ma senza offendere nessuno diciamo che sono bravissimi Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Antonello Venditti. Mi fermo perché gli autori di cui ho stima sono veramente troppi, non posso fare la lista. Al cinema ci va? Poco, ma vedo i film importanti della stagione. Le piacciono i film di Quentin Tarantino? Non ne ho visto neppure uno, anche se ha utilizzato musica mia. Come sono andate le cose? Tarantino mi chiese di comporre per un suo film 2 minuti e mezzo di musica, e di andare negli Stati Uniti per incontrarlo. Ora, le pare che io vado in America per 2 minuti e mezzo di musica? Dopo ha preso lo stesso dei miei brani, ma comprandoli dall’editore. Sui set dei film ci va? Mai, non serve e anzi darei fastidio. Anche quando il regista è un amico. Come il suo compagno di scuola Sergio Leone? Con Sergio abbiamo avuto un passaggio insieme nella stessa scuola di Trastevere, dai salesiani. Ma è una cosa che ho ricostruito con lui quando ci siamo incontrati da grandi: eravamo stati insieme in classe, però solo in terza elementare. Viene a chiedermi di scrivere le musiche di Per un pugno di dollari, lo guardo in faccia, e gli faccio: "Ma tu sei...". Dopo però ne è nato un grande sodalizio professionale, con oltre 20 film mitici fatti insieme, in cui la musica ha enorme importanza, da "Per un pugno di dollari" a "C’era una volta il West", da "Il buono, il brutto e il cattivo" a "C’era una volta in America". Le amicizie in questo mestiere nascono quando tra regista e musicista c’è una fiducia assoluta, con Leone è stato così. E con Giuliano Montaldo, con Mauro Bolognini e molti altri. Il regista deve essere sicuro che il musicista interpreterà al meglio quel film o quella scena. E il musicista deve sentire tutta la forza di questa fiducia. Ci si sente galvanizzati, le idee nascono meglio. Altrimenti non si può lavorare. Non posso certo lavorare con un regista che si presenta con un nastro di composizioni di sua scelta e mi dice: "Vorrei una cosa più o meno così". Io sono un compositore, non un imitatore. Con la mia amica Lina Wertmüller, una donna che reputo straordinaria, ho lavorato molto poco, perché, come dire, è una che interviene un po’ troppo, vuole dire la sua anche sulle singole note, e su dove le vuole... Abbiamo fatto insieme I basilischi, mi chiamò poi per E adesso parliamo di uomini e per Mimì metallurgico. Con grande gentilezza e amicizia ho preferito dire di no. Alla fine con lei però un altro film l’ho fatto, il bellissimo Ninfa plebea. Roma, la sua amata Roma, è la capitale anche del cinema italiano. Ha seguito la Festa del cinema? Certo, penso che avevamo tutto il diritto di avere una festa del cinema italiano anche qui. A Roma vivono quasi tutti gli attori e i registi, ci sono gli stabilimenti di stampa e le produzioni, studi di registrazione per orchestre di 80 elementi. Le sembra che questa grande industria romana non dovrebbe avere un suo festival? Era un atto dovuto e bene ha fatto il sindaco Walter Veltroni a volerla così tanto. Da Roma lei si muove poco volentieri. Certo, ho visitato Londra, Parigi, New York, bellissime città. Amo meno Los Angeles. Ma il concetto di viaggiare per turismo mi è del tutto estraneo: sto troppo bene nella mia casa di Roma (uno splendido appartamento vicino a piazza Venezia, ndr). La mattina alle 6 sono in piedi, faccio per un’ora ginnastica e mi esercito a camminare veloce girando per tutta la mia casa, che rimane il mio nido e la sede della mia ispirazione e del lavoro. Poi vado a prendere i giornali, li leggo e alle 8 e mezzo sono al lavoro. Però se devo registrare mi muovo per tempo attraversando tutta la città. Siccome detesto arrivare in ritardo, perché non si possono tenere in attesa 80 professori d’orchestra, faccio sempre in modo di arrivare un’ora prima. E con il denaro che rapporto ha? certamente un uomo ricco, ma non ostenta. Diciamo che sto bene, ma non spendo in vestiti o fronzoli inutili. La cultura dello spreco non mi appartiene. E la beneficenza? Ne faccio molta, ma non mi piace apparire. Alberto Sordi diceva la stessa cosa, faceva beneficenza ma non voleva che si sapesse troppo. Anche io e mia moglie facciamo così. Riceviamo centinaia di richieste l’anno, cerchiamo di non scontentare nessuno. Certe volte lei si è arrabbiata perché non mi ero accorto di avere mandato due volte i soldi allo stesso indirizzo. Sua moglie è una sua ammiratrice? Molto di più. Abbiamo festeggiato il 13 ottobre scorso le nozze d’oro, lo sa? Maria è importante anche per la mia musica. Le faccio sempre ascoltare i temi che compongo, perché il più delle volte io non so quale sia meglio scegliere. come una mia personalissima giuria popolare e ha una sensibilità incredibile, ci prende sempre. Per esempio Giuseppe Tornatore, quando facciamo la visione privata dei girati e del montaggio, non vuole nessuno per nessun motivo. Ma mi dice sempre: "Per favore, porta Maria" perché ha capito che lei funziona. Si interessa di politica? Ho le mie idee, ma non amo palesarle. Però ho simpatie e antipatie. Insomma, è di sinistra o di destra? Io sono per i poveri. Sono per una maggiore attenzione a quelli che hanno bisogno, lei deduca quello che vuole. Con l’industria del cinema americano il rapporto è più freddo e distaccato che con i registi italiani? Niente affatto, si tratta di trovare un feeling con il regista, per il resto è uguale. Le racconto una cosa, mai capitata con alcun altro regista, che mi è successa con Brian De Palma. Ero a New York e stavo mixando le musiche registrate per Mission to Mars. Lui man mano le aveva ascoltate, montando il film. Faccio chiamare dall’interprete per dire che sarei passato a salutarlo. Risponde che no, vuole venire lui, e pochi minuti dopo arriva in studio con la sua solita faccia da orso infuriato. Dice all’interprete "andiamo" e ci porta in una stanzuccia. Cosa sarà successo di così grave, penso io. Invece quando comincia a parlare mi ringrazia per quello che ho dato al film e dice che non credeva possibile un apporto così importante della musica. Che si potesse arrivare a capire quanta forza e spiritualità ci sono anche in un film di fantascienza. E qui succede l’incredibile: De Palma si mette a piangere, io mi metto a piangere e si mette a piangere pure l’interprete. Un trio del pianto. Che cosa dice quando la fermano per strada e le chiedono l’autografo? Certe volte dico: "Guardi, forse gli assomiglio, ma non sono io". Altre volte gli autografi li firmo, ma mi lascio scappare qualche battuta romana: "E mo’ che ce fate co’ l’autografo mio?". E gli anni della dolce vita, quando la mondanità del cinema romano era al centro del mondo, da via Veneto al Pincio, alle ville dei produttori sull’Appia? Non ha vissuto la Roma ruggente? Sinceramente non so neppure cosa sia. Io vivo da sempre così: lavoro duramente e vado a letto presto. Alberto Castelvecchi