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 2006  novembre 05 Domenica calendario

La Razza perfetta. Corriere della Sera, domenica 5 novembre Berlino. Per anni hanno nascosto la vergogna, il terribile segreto che rendeva insostenibile la loro vita

La Razza perfetta. Corriere della Sera, domenica 5 novembre Berlino. Per anni hanno nascosto la vergogna, il terribile segreto che rendeva insostenibile la loro vita. Soffrendo in silenzio. Spesso incapaci anche soltanto di pensare, men che meno tentare una strada per riconciliarsi col loro passato. Ora, superata la soglia dei sessant’anni, molti di loro si accorgono che il tempo stringe, che sia giunto il momento di far pace con se stessi e la propria biografia negata. E allora pongono domande, indagano, cercando di ricomporre i frammenti delle radici tranciate. Ieri, sessanta di loro si sono ritrovati insieme in pubblico per la prima volta. I capelli biondi sono più radi o cominciano a perdere i riflessi dorati. Ma i loro occhi restano azzurri. Così li voleva Heinrich Himmler, il capo delle SS, ossessionato dall’idea di creare la razza eletta. In dieci anni, tra il 1935 e il 1945, 10 mila bambini tedeschi e altrettanti norvegesi dalle caratteristiche rigorosamente «ariane» vennero fatti nascere, nel quadro di un programma nazista segreto chiamato Lebensborn. Voluto personalmente da Himmler, il progetto consisteva in una rete di edifici, una decina in tutta la Germania e più tardi altri 9 nella Norvegia occupata, dove «donne di buon sangue» anche non sposate potevano mettere al mondo i figli avuti da relazioni con soldati e ufficiali delle SS. Fu la parte meno conosciuta della politica razziale nazista: mentre milioni di ebrei venivano sterminati e migliaia di piccoli portatori di handicap venivano soppressi nelle cliniche dell’eutanasia, migliaia di bambini, che rispondevano ai requisiti ariani, venivano tolti alle madri naturali e dati in adozione a famiglie di membri delle SS perché li crescessero. Anche i genitori adottivi dovevano provare le loro qualità razziali e l’assenza di malattie ereditarie in famiglia. Uno dei Lebensbornheim, chiamato Harz, si trovava a Wernigerode, nel Land orientale della Sassonia- Anhalt, dove ieri mattina il piccolo drappello dei Lebensborn si è dato appuntamento. I sessanta fanno parte di un’associazione, «Lebensspuren», tracce di vita, fondata un anno fa. Non era mai successo che parte della riunione fosse aperta al pubblico. «Finalmente, questo tragico tema viene alla luce. Se n’è scritto e parlato troppo poco nei libri di storia e sui media», dice Dagmar Jung, 64 anni, che solo a trenta seppe la verità. Ma ci volle del tempo perché il padre adottivo le desse indicazioni, utili a scoprire l’identità della sua vera madre. Dagmar è fortunata, perché ha potuto costruire un rapporto con lei. Del padre invece, dopo altri lunghi anni di ricerca, scoprì con grande delusione che avevano vissuto nella stessa città per molti anni, ma che era morto nel 1963. «Ora – spiega Jung – voglio dare coraggio agli altri: non ha importanza quale sia la loro età, vale la pena scoprire da dove vengono». Impresa non facile. Per la difficoltà di ricostruire i percorsi, visto che i nazisti distruggevano quasi sempre i documenti d’anagrafe dei nati nel programma. Ma soprattutto per pudore e paura. «Mio zio, il fratello di mio padre adottivo, mi diceva sempre bastarda SS. Ricordo di aver sempre percepito che c’era qualcosa di sbagliato con me, mi sentivo colpevole, ma nessuno mi ha mai spiegato che ero una Lebensborn », racconta Gisela Heidenreich, nata dalla fugace relazione della madre con un comandante delle unità d’élite. Il programma subì un’accelerazione dopo l’invasione tedesca della Norvegia e della Danimarca, nel 1940. Le unità delle SS venivano incoraggiate a cercarsi donne scandinave con caratteristiche ariane, per metterle incinte. Dopo la guerra, i figli della colpa rimasero nelle famiglie tedesche di adozione. Ma quando molti di loro cercarono di contattare i genitori naturali, si videro respinti ed emarginati. Solo nel 2002 il governo norvegese ha offerto loro un’indennità. In Germania il problema non è tanto finanziario, quanto psicologico e umano. «Lebensspuren» è il primo tentativo di creare una rete di supporto morale ed emotivo. Paolo Valentino