Sergio Romano, Corriere della Sera 1/11/2006, pagina 31, 1 novembre 2006
Lettera a Sergio Romano. Corriere della Sera, mercoledì 1 novembre corretto definire i «fatti d’Ungheria» del 1956 culla della guerra fredda e sostenere che quella rivolta anti-sovietica segnò l’inizio della fine del bolscevismo, sino alla caduta del Muro di Berlino? Michele Schiavi schiav54@ schiavonetevere
Lettera a Sergio Romano. Corriere della Sera, mercoledì 1 novembre corretto definire i «fatti d’Ungheria» del 1956 culla della guerra fredda e sostenere che quella rivolta anti-sovietica segnò l’inizio della fine del bolscevismo, sino alla caduta del Muro di Berlino? Michele Schiavi schiav54@ schiavonetevere.191.it Caro Schiavi, se con la parola «culla» lei intende il giorno di nascita della guerra fredda, la risposta è certamente no. Il conflitto tra l’Urss e le democrazie occidentali cominciò molto prima, quando le truppe sul terreno non avevano ancora smesso di sparare. Esiste una bella fotografia scattata sulle rive dell’Oder nel maggio 1945 in cui soldati americani e sovietici si salutano calorosamente e fraternamente. Ma quella immagine di occasione non riflette il sentimento di insicurezza e diffidenza che si diffuse nella società americana non appena fu evidente che l’Urss avrebbe imposto regimi comunisti a tutti i Paesi occupati dall’Armata Rossa negli ultimi mesi del confitto, e che avrebbe soffiato sul fuoco della rivoluzione in alcune nazioni di frontiera come la Grecia. Il periodo decisivo, durante il quale tutti i nodi vennero al pettine, fu quello tra il 1947 e il 1950. Il 12 marzo 1947 il presidente americano Truman offrì aiuti alla Grecia, allora sconvolta da una guerra civile, e alla Turchia, soggetta a forti pressioni di Mosca per una rettifica dei confini con l’Urss. Nell’estate dello stesso anno, la Cecoslovacchia fu costretta dai sovietici a rifiutare gli aiuti del piano Marshall. Nel febbraio 1948 i comunisti s’impadronirono del potere a Praga. Nel marzo dello stesso anno i sovietici cercarono di isolare i tre settori occidentali di Berlino bloccando qualsiasi comunicazione tra la Germania occidentale e l’ex capitale tedesca. Gli Alleati reagirono con un ponte aereo e riuscirono a sventare la minaccia sovietica. Ma un anno dopo, nel 1949, il divorzio fra i vincitori della Seconda guerra mondiale fu consumato con la nascita di due Stati tedeschi: la Repubblica Federale di Germania all’ovest e la Repubblica Democratica Tedesca all’est. Nello stesso anno, in aprile, le democrazie occidentali firmarono a Washington un’alleanza politico-militare, il Patto Atlantico. Pochi mesi dopo, in agosto, i comunisti completarono l’occupazione del potere in Ungheria proclamando la «Repubblica popolare». E nel giugno 1950, infine, il regime comunista della Corea del nord invase la Corea del sud. Aggiunga a tutto questo, caro Schiavi, che Winston Churchill, in un discorso del marzo 1946, aveva già denunciato l’esistenza di un sipario di ferro che andava visibilmente calando nel mezzo dell’Europa fra i territori occupati dagli Alleati occidentali e quelli occupati dall’Armata Rossa. Budapest 1956, quindi, non fu la culla della guerra fredda. Si potrebbe persino sostenere che quegli avvenimenti ebbero l’effetto di normalizzare i rapporti fra i due blocchi ostili. Dopo le agitazioni polacche e la rivoluzione ungherese, la dirigenza sovietica fu consapevole dell’ostilità che il suo dominio suscitava nei Paesi di più antiche tradizioni nazionali, e si dedicò da allora soprattutto a consolidare il proprio potere in Europa centro-orientale. Gli Stati Uniti, d’altro canto, si astennero dall’intervenire nelle vicende ungheresi e dettero così la sensazione di rispettare gli equilibri territoriali scaturiti dalla Seconda guerra mondiale. Vi furono altre crisi, spesso aspre (l’abbattimento di un aereo spia americano nei cieli dell’Urss, i missili sovietici a Cuba, la costruzione di un muro a Berlino), ma la guerra fredda divenne un po’ meno «guerra» e i due contendenti cominciarono a scrivere le regole della loro coesistenza. Alla sua seconda domanda (se la rivoluzione ungherese segnò la fine del bolscevismo) debbo purtroppo rispondere ancora una volta di no. L’insurrezione di Budapest dimostrò che il comunismo era fallito, ma la dimostrazione servì prevalentemente a coloro che lo avevano già capito da tempo. Palmiro Togliatti rimise in riga i dissidenti del Pci. I partiti comunisti occidentali, soprattutto in Italia e in Francia, rimasero forti e continuarono a reclutare fedeli. Dopo il fallimento delle riforme di Krusciov, l’Urss ritornò a una forma di stalinismo soffice. La dissidenza nei Paesi dell’Europa centro-orientale continuò a essere punita. E la vera crisi del comunismo sovietico cominciò quando Gorbaciov ebbe la generosa illusione che qualche illuminata riforma potesse rimettere l’Urss sulla strada del progresso. Furono le riforme di Gorbaciov, non la lezione di Budapest, che misero in ginocchio il colosso sovietico. Sergio Romano