Lucia Annunziata, La Stampa 5/11/2006, pagina 9., 5 novembre 2006
Ascesa e caduta di re Bassolino. La Stampa, domenica 5 novembre Nascere ad Afragola, a Giugliano o a Sarno, e andare a Napoli sembra un passo breve, pochi chilometri di autobus o circumvesuviana
Ascesa e caduta di re Bassolino. La Stampa, domenica 5 novembre Nascere ad Afragola, a Giugliano o a Sarno, e andare a Napoli sembra un passo breve, pochi chilometri di autobus o circumvesuviana. Ma ad arrivarci c’è un fossato. Napoli infatti ha i suoi tic e le sue miserie, e non parliamo di quelle dei vicoli, ma di quelle dell’anima. Città nobile, città di pretese, giudica il tuo accento contandolo a metri di distanza, guarda i figli dell’hinterland come se venissero dall’Africa. Napoli, anche se vi sembra impossibile, è una città così snob che più snob non si può. Ora che il Governatore è così grande, che il declino della sua stella politica appare il declino della città tutta, nessuno ricorda più gli anni in cui Antonio Bassolino era solo questo: l’uomo d’Afragola, il grezzo, testardo giovane venuto a Napoli, in quegli Anni Sessanta, e per la sua carriera politica aveva dovuto sottoporsi prima, e scornarsi, poi, con la versione politico-aristocratica di una aristocratica città: il Pci napoletano fatto, esattamente come la città, di plebe e principi, dominato da mostri sacri come Amendola, mostri sanguigni come Chiaromonte, mostri a sangue freddo come Napolitano. La parabola politica di un mito meridionale, sulla cui tenuta oggi molti avanzano dubbi, è comprensibile solo se non ci si allontana dalla parabola umana. Bassolino è infatti parte integrante della generazione di cinquantenni attuali che guida i ds e il governo, e che, negli Anni Settanta e Ottanta, si sono affermati contendendo il potere ai dirigenti storici del Pci: D’Alema, Fassino, Veltroni, Angius, Mussi, Ranieri, Bettini, e tanti altri, fra cui andrebbe di diritto, se non avesse fatto il salto da un’altra parte, Giuliano Ferrara (ma non, ad esempio, Cofferati, non Cacciari, figli di un’altra esperienza). Uomini senza squadra Tutti loro hanno fatto squadra spesso nei confronti dei grandi Vecchi, aiutati nel ricambio dall’uomo ponte fra le due generazioni, Enrico Berlinguer, ma non hanno mai fatto davvero squadra fra loro: da anni si alleano e si scontrano, in un, a volte sottile a volte grossolano, gioco di alleanze. Ognuno di loro è solo. E ognuno di loro si è dovuto così inventare prima titano del proprio destino, e poi dittatore assoluto della propria potenza. Bassolino, nella sua forza e nella sua debolezza, ha tutta l’impronta di questo percorso. Figlio del giardiniere capo del comune di Napoli, che lo avrebbe voluto medico, Bassolino esce dal liceo militante sia della Fgci che del movimento. Nella mappa di allora Bassolino è uno della "sinistra", un ingraiano, in una federazione in cui regnava assoluto il peso di Amendola. Nel 1970 il giovanotto di Afragola arriva dritto dritto in consiglio regionale. E Amendola fa al giovane il solito trattamento che toccava ai promettenti: lo rimuove promuovendolo, inviandolo in una dura provincia. Dal 1971 al 1975 Bassolino diventa segretario della Federazione del Pci di Avellino, e l’esilio è effettivamente la sua fortuna: proprio in quegli anni il partito comunista a Napoli si lacera come in poche città d’Italia. Ad Avellino il ragazzo dimostra invece già qualcosa della futura flessibilità: nasce lì la prima giunta italiana in stile compromesso storico, fra Pci e Dc. Di lì parte la sua carriera che non è napoletana - come oggi si potrebbe pensare. Bassolino deve fare anzi un lungo giro prima di tornare a Napoli, dove il potere dei grandi nomi locali resiste molto allo scalpitante giovane. Entra nel 1972 nel Comitato centrale del Pci, nel 1979 nella direzione regionale della Campania, nel 1980 responsabile della Commissione Mezzogiorno, e quando diventa deputato, nel 1987, è eletto a Catanzaro, non in Campania. Significativo? E nella battaglia nazionale mira a ritagliarsi con accortezza un suo ruolo: nel congresso del 1992, in cui il Pci cambia nome, non si schiera con il sì o il no, ma si presenta con una sua terza mozione, sostenendo di voler avere un ruolo di mediazione. A Napoli torna infine in maniera perfetta per la sua riscossa: vi arriva nel 1993 inviato dal partito per commissariare la federazione del Pci, a seguire gli scandali di Tangentopoli. Ed è in qualche modo già sindaco: il suo è il rinnovamento in un pugno di ferro. Fare pulizia, battere la camorra, portare sviluppo sono i suoi tre principi. Il cavallo di battaglia è l’opposizione al meridionalismo di maniera: rifiuto delle logiche dell’assistenza, orgoglio dello sviluppo, recupero delle identità, fine dell’immobilismo. Ma nella facile sconfitta della Mussolini alla carica di sindaco, nel 1993, c’è anche l’altra traccia del suo successo: il suo vecchio ingraismo gli fornisce infatti gli strumenti per un lavoro dentro il popolo, che si colora di populismo molto affine alla città. All’Immacolata si arrampica sulla scala dei pompieri per deporre la corona sulla statua della Madonna, bacia il sangue di San Gennaro, e reinventa le feste di strada. Il plebiscito di voti Dei suoi successi sappiamo tutto: dei Clinton, del Rinascimento, del continuo plebiscito di voti che continuano a confermarlo anno dopo anno, persino in controtendenza, come nel 2001, con la caduta della sinistra nazionale. Cosa succede allora al suo percorso? Dove esattamente si imballa la perfetta macchina da guerra del Governatore di Napoli? Tutti in queste settimane ci inondano di analisi economiche e sociologiche, ma forse la risposta più profonda ha a che fare, ancora una volta, con il percorso umano: Napoli si blocca quando il suo Re non ne percepisce più le difficoltà. Quando a un certo punto tutto comincia a fare acqua, e la spazzatura continua ad essere dov’è, e i crimini riprendono a crescere, e i progetti di ristrutturazione delle aree urbane non si fanno - ma il Governatore non vede, non accetta, non ammette che le cose stanno sfuggendo di mano. Se dovessimo fissarne una data d’inizio, la crisi comincia quando Bassolino si ricandida ancora nel 2005 a Governatore, e un anno dopo, per garantirgli gli equilibri di potere, il Sindaco Iervolino fa lo stesso. Perché, dopo un decennio, non va via, guidando caso mai lui il ricambio? Che bisogno c’è di tenere così a lungo il governo? La crisi si avvertiva già allora e infatti Bassolino prima e Iervolino dopo tentennano. Se il Governatore avesse rinunciato allora sarebbe entrato nella leggenda - il ricambio sarebbe stato soft e così la gestione della crisi. Perché allora è rimasto ostinatamente in Campania, e ostinatamente convinto che tutto andava per il meglio? La spiegazione è in quel destino generazionale di cui si parlava prima: il fatto è che Bassolino non aveva dove andare oltre Napoli. Nelle sfrenate ambizioni della sua generazione politica nel partito non aveva alla fine mai trovato un ruolo: durante il governo di centro sinistra fra il 1996 e il 2001 la sua marginalità nel gioco nazionale era diventata evidente. Entra al governo, al Ministero del Lavoro, solo dopo la caduta di Romano Prodi, nel 1998, e anche in quel caso ci va mantenendo l’incarico di sindaco. Sempre più fortificato Una scelta che rivela a tutti la sua insicurezza nel gioco nazionale. Si dimise infatti da Ministro, scelse il suo territorio, sempre più organizzato. Anzi: sempre più fortificato. Non è il solo Bassolino ad aver fatto questa scelta: il sistema dei partiti nello sciogliersi ha formato tanti "signori della guerra" locali. Uomini che sono Re in casa, e sudditi fuori - che pensano che alla fine sia meglio essere primi in Corsica piuttosto che ultimi a Parigi. Quando questa scelta scatta, rimane solo la difesa della continuità. E del potere. A qualunque costo. Ma il costo, appunto, poi si paga. Lucia Annunziata