El Pais, 12/11/2006, Laura Lucchini, 12 novembre 2006
Intervista a Roberto Saviano. El Pais 12 novembre 2006. Prima sono arrivate le telefonate anonime; poi, le minacce, infine, la scorta e l’esilio lontano dalla sua città
Intervista a Roberto Saviano. El Pais 12 novembre 2006. Prima sono arrivate le telefonate anonime; poi, le minacce, infine, la scorta e l’esilio lontano dalla sua città. Tutto è cambiato per Roberto Saviano da quando ha pubblicato il suo primo libro, nel maggio scorso. Fino ad allora, la sua vita era stata relativamente tranquilla. Viveva a Napoli, dove è nato 28 anni fa e dove ha studiato filosofia. Scrittore e giornalista, amava percorrere le strade sulla sua Vespa e seguire le trame criminali. La camorra era, e continua a essere, la sua ossessione. Dedicava tutto il suo tempo a rivedere gli incartamenti giudiziari, si sintonizzava sulla radio della polizia per arrivare sul luogo del delitto insieme alle pattuglie. Osservava e assorbiva come una spugna (il circostante) Tutto ciò che gli succedeva intorno, la realtà del suo tempo. Una realtà che chiedeva di esser raccontata. Saviano ha sentito la necessità di raccontarla. Non perché pensasse di cambiare il mondo, ma perché per parlare del suo mondo doveva parlare della Camorra. Ha scritto un libro duro e pieno di rabbia intitolato Gomorra, del quale in Italia sono state già vendute 300.000 copie. In Gomorra, l’esperienza del narratore è basata su una ricostruzione scrupolosa e su dati le cui fonti sono puntualmente citate. Nulla è stato lasciato all’immaginazione. In ogni pagina, nomi, cognomi e luoghi sono menzionati direttamente. Il libro piace alla critica e agli esperti. Però anche ai ragazzi dei clan di Napoli, generalmente poco abituati a leggere. "La cosa più bella", dice, "è stato vedere gli spacciatori di Secondigliano con il mio libro tra le mani". I problemi di Saviano sono cominciati dopo una apparizione pubblica a Casal di Principe, cuore del potere della Camorra che negli anni Novanta vantava il record mondiale di omicidi per abitante. Lì, il 23 di settembre, Saviano ha partecipato a una manifestazione contro la Camorra. Il primo avviso è arrivato da un giornale locale, il Corriere di Caserta, che ha commentato in un editoriale che lo scrittore non avrebbe dovuto (avere l’arditezza) permettersi di fare ciò che aveva fatto. In seguito ha ricevuto telefonate anonime e lettere minatorie. Poco a poco ha percepito l’isolamento intorno a sé e sono arrivate minacce più private e inquietanti, delle quali preferisce non parlare. Allora ha chiesto aiuto al Dipartimento Antimafia, che gli ha assegnato una scorta permanente. Saviano ha lasciato Napoli e vive in ”esilio”, come lui stesso definisce la sua situazione, in casa di alcuni amici. Non può uscire senza essere accompagnato da due poliziotti con giubbotto antiproiettile. Passsa le giornate a lavorare alla sceneggiatura del film che si farà su Gomorra. La polizia gli consiglia di restare lontano dalla sua città almeno per un anno. El País lo ha intervistato nel suo rifugio, mentre a Napoli si scatenava una nuova guerra tra camorristi e si lanciava l’ennesimo allarme per l’aumento della criminalità mafiosa. Siamo abituati a pensare alla Mafia Siciliana e alla Camorra napoletana come fenomeni lontani e quasi mitici. Il suo libro mostra che questi gruppi criminali s’incrociano con la vita di tutti, non solo in Italia, ma anche in Gran Bretagna, Germania e Spagna. "Il potere criminale non ha limiti. Una delle ragioni per cui ho deciso di parlare con El Pais è che la Spagna è stata invasa dal denaro della Camorra, e non capisco perché non si presti più attenzione al fenomeno. Può essere che i pubblici ministeri e gli specialisti siano preoccupati, però non mi sembra che esista tra i politici la consapevolezza del fatto che la Camorra partecipa allo sviluppo economico spagnolo.Negli anni Ottanta, la Camorra è stata molto attiva in Spagna. Il clan dei Casalesi, in particolare, ha investito molto nella Costa del Sol e in Andalusia, dove vari hotel e complessi turistici sono stati costruiti con denaro e cemento della Camorra". Quali famiglie sono attive in Spagna e come arrivarono qui? "Negli anni Ottanta, nella zona di Caserta, due clan entrarono in conflitto. Da un lato, i Bardelliniani, fedeli a Antonio Bardellino, dall’altro, i Casalesi, fedeli a Francesco Sandokan Schiavone. Questa guerra avrebbe potuto durare anni, però le due famiglie giunsero a un accordo che prevedeva la cessione di alcuni territori. I Casalesi diedero alla famiglia De Falco, del clan dei Bardelliniani, l’autorizzazione per operare in Andalusia dicendo: ”Qui dove noi già abbiamo influenza, potete continuare a investire”. Il boss Antonio Bardellino fu arrestato in Spagna ma riuscì a corrompere i giudici, che lo misero in libertà dopo poco tempo. Preferì stabilirsi in Spagna perché lì, in quel momento, era più facile corrompere i giudici. Per la stessa ragione aveva trasferito in Spagna le sue attività più rischiose. Come il traffico di stupefacenti. Ma c’è di più. Raffaele Amato, boss molto potente del cartello degli Spagnoli, così chiamato perché controlla il traffico di cocaina dalla Spagna, conosceva molto bene Barrcellona e vi aveva grandi appoggi. Il traffico di stupefacenti nelle Ramblas è gestito dai sudamericani, però molti intermediari, soprattutto della cocaina, sono napoletani. Secondo i carabinieri italiani, in questo momento in Spagna si stanno riorganizzando i clan di Secondigliano. Amato fu arrestato in Spagna e lasciato in libertà". I capi della camorra pensano ancora che la giustizia spagnola sia più comoda? "No, credo che ora sia diverso. Ora i magistrati eseguono i mandati d’arresto, e quando arrestano un mafioso, lo consegnano alla polizia italiana. Non ho elementi per dire oggi che la giustizia spagnola sia corrotta. Però percepisco un enorme disinteresse. Non mi sembra che i politici comprendano che la Spagna è una formidabile zona di investimento e intermediazione per i gruppi criminali italiani. L’intervento dei pubblici ministeri potrà essere determinante per ostacolare la crescita economica dei clan della Camorra. Tutto il mondo sa che la cocaina arriva per aereo a Madrid, e da Madrid e Barcellona i napoletani controllano l’ingresso in Italia. Il denaro della cocaina si lava comprando immobili in Spagna". I clan hanno attività militare in Spagna? "No. Ci fu un boss, Giuseppe Quadrano, che cercò di organizzarla alla fine degli anni Novanta, unendo nel sud della Spagna una serie di criminali incapaci di organizzarsi. Però quello fu l’unico tentativo. Al momento i cartelli napoletani investono in Spagna e fanno mediazioni, però credo che potrebbero arrivare a controllare militarmente il territorio. La Spagna è considerata da molti mafiosi il miglior posto dove fare la latitanza senza interrompere le proprie attività. A gennaio 2005, il boss di Salerno Umberto Adinolfi fu arrestato in Spagna. Il giovane emergente Emiliano Zapata Misso, coinvolto anche nell’attuale guerra di Camorra, fu arrestato nel gennaio 2006 a Roma mentre tentava di imbarcarsi in un volo per la Spagna. A giugno 2006 a Sitges fu arrestato carmine Rispoli, considerato il cervello del traffico di stupefacenti del clan Di Lauro, di Secondigliano". Quali altre attività gestisce la Camorra in Spagna, oltre al traffico di stupefacenti? "Immobiliare, turismo e discoteche. Parte di Tenerife è stata costruita col denaro dei Nuvoletta, una famiglia napoletana vincolata a Cosa Nostra. Lo stesso Raffaele Amato frequentava un noto ristorante di Barcellona del quale preferisco non fare il nome. Andava lì senza che nessuno l’importunasse, nonostante ci fosse su di lui un ordine d’arresto internazionale. Anche il clan dissidente degli Spagnoli distribuisce cocaina a Barcellona. Oltre a tutto questo, c’è un fenomeno nuovo che la giustizia spagnola conosce molto bene: il traffico di orologi Rolex. I napoletani controllano i furti e il traffico di orologi Rolex nelle località turistiche spagnole. Non solo c’è una criminalità organizzata, ma anche una microcriminalità organizzata, controllata dai clan italiani". Perché scelgono la Spagna? "I cartelli della Camorra vengono in Spagna come i rifugiati politici andavano in Francia. François Mitterrand accolse l’ayatollah Khomeini, i brigatisti rossi italiani e i guerriglieri palestinesi: tutti potevano rifugiarsi, a condizione di mantenere la pace dentro il territorio francese. Nello stessa maniera i capi della Camorra pensano che possono vivere in Spagna: continuano con le loro attività, però rinunciano, entro certi limiti, alla attività violenta: soldi, ma senza pallottole". Qualche settimana fa Valdimir Putin ha detto che gli spagnoli sono corrotti e che gli italiani sono mafiosi. Ha ragione? "I grandi soci della nuova mafia russa sono italiani. Però ora l’Italia fa sforzi per combattere la mafia cento volte superiori a quelli della Russia. E questo bisogna gridarlo in faccia a Putin". Qual è la differenza tra la mafia siciliana e la camorra napoletana? "La mafia siciliana ha una struttura piramidale e la Camorra l’ha orizzontale. Entrambi i sistemi si rapportano in maniera diversa al potere politico. Il meccanismo mafioso è semplice e si riduce al binomio appalti-mafia. Vale a dire, la mafia, tramite la politica, ottiene appalti pubblici (edilizia, raccolta dei rifiuti, ospedali, ecc.). La camorra, invece, funziona con una logica liberista la cui essenza non è l’appoggio dei politici. Ciò rende la camorra più flessibile e più imprevedibile. Non può esistere nella camorra un boss che monopolizzi i prezzi, perché se lo fa viene assassinato o arrestato. Un esempio: Sandokan Schiavone, a un certo punto, aveva monopolizzato l’estorsione, il prezzo del cemento e il prezzo del latte. Fu arrestato, arrivarono altri boss e il prezzo del latte tornò a scendere". Quindi nella camorra non possono esistere boss come Bernardo Provenzano, il capo di Cosa Nostra per decenni? "No, è molto difficile. Un boss che mantiene il potere fino ai 70 anni e, inoltre, con quella carica simbolica ... stata molto significativa la vicenda di Provenzano, lo hanno scovato nella masseria. Non perché si trovasse li, tutti sanno che spesso i boss spesso stanno nel loro paese quando sono latitanti, quanto piuttosto perché non era riuscito a vivere in condizioni decenti. Anche Sandokan Schiavone fu trovato nel suo paese nascosto sotto la sua casa. Però sotto la sua casa c’era un impero". Perché non le piace essere definito giornalista? "Io non sono un giornalista perché mi manca la disciplina del cronista. Io sono scrittore e ho la indisciplina del narratore, e questa è la chiave che mi ha permesso di capire certe cose. Il giornalista ha altri obiettivi, deve dare la notizia e raccontare i dettagli di quello che succede e inoltre deve rispettare le esigenze del suo editore. Il narratore prescinde da tutto ciò. Io andavo nei posti, ma più che per vedere le cose, perché le cose mi guardassero. E così ho capito, come narratore, che i confini di questa materia non erano nel quartiere o nella città, come spesso credono gli specialisti. Mi sono reso conto che la situazione che stavo osservando era universale. I sistemi economici criminali permettono di comprendere a fondo il meccanismo economico internazionale". I boss della camorra l’affascinano in qualche modo? "La struttura criminale è molto più importante degli individui. Ma le personalità semplici hanno per me, che sono uno scrittore e non un giornalista, un valore letterario enorme. Penso a Augusto La Torre, il boss psicoanalista, che quando parla cita Lacan. A Giuseppe Misso, che ha scritto diversi libri. A Luigi Volla, soprannominato Il Califfo, che adora la pittura di Botticelli. O a Sandokan Schiavone, che possedeva un’enorme biblioteca di libri su Napoleone ... Sono stato sbrigativamente accusato di essere vittima del loro fascino e in qualche modo è così. Mi sono lasciato sconfiggere dal carisma di questa gente per poterlo raccontare. Perché sono i miei miti, i miti del posto in cui sono cresciuto. Per capire i boss, ho dovuto guardarmi allo specchio, più che guardare loro". Si è lasciato ossessionare dalla Camorra? "Sì. E credo che uno scrittore debba ossessionarsi con ciascuno dei suoi libri. Se avessi scelto di scrivere di cavalli, avrei visto muscoli, tendini, figure in velocità e metafore equine da tutte le parti. Ma ho scelto di raccontare la mia epoca e la condizione umana attraverso la camorra. Succede che mi sono ossesionatao con queste storie perché sono una loro vittima, perché sono cresciuto in quel luogo". Il libro è stato pubblicato a maggio, ma i problemi sono arrivati più tardi. "La Camorra, come tutte le organizzazioni criminali, non si preoccupa di chi si limita a riprodurre documenti giudiziari. Il caso di Gomorra è anomalo. Ha attirato l’attenzione del pubblico perché racconta la Camorra dal punto di vista del potere e della struttura economica, non per le azioni puramente violente. Questo può dar fastido ai boss. Un’altra differenza con libri precedenti consiste nel fatto che Gomorra è finito nelle mani di una serie di persone appartenenti al Sistema che generalmente non leggono. stato molto bello vedere gli spacciatori di Scampia che leggevano il libro. Credo che sia dovuto alla sua forza letteraria, perché ho scelto di menzionare nomi e cognomi reali". Se potesse tornare indietro, lo scriverebbe un’altra volta Gomorra? ’Mi riconosco completamente nel mio libro, pur non aspettandom i di subire tali pressioni o di vivere nella situazione in cui mi trovo. La solidarietà può sembrare essere solo una parola, ma io l’ho sentita in maniera concreta da tutti coloro che, dal mio editore alle persone di ogni parte d’Italia, me l’hanno voluta esprimere. Continuerò a scrivere come ho sempre fatto senza nessun indietreggiamento". Laura Lucchini