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 2006  novembre 11 Sabato calendario

Bagnoli: il calcio di oggi? Brutto come la mia Milano. Corriere della Sera, sabato 11 novembre VERONA – Cronache da una Milano sparita

Bagnoli: il calcio di oggi? Brutto come la mia Milano. Corriere della Sera, sabato 11 novembre VERONA – Cronache da una Milano sparita. «Sono nato alla Bovisa che era un rione periferico e industriale della città e questo marchio me lo sono portato sempre dietro. Abitavo in via Candiani, dove i treni delle Ferrovie Nord scaricavano tutta la gente che andava a lavorare negli stabilimenti lì vicino. Intorno a via Candiani c’erano tanti prati. Io sono cresciuto nei prati. Ci divertivamo a giocare con palloni di gomma o di stracci. Adesso quando torno alla Bovisa non riconosco più niente. Hanno costruito ovunque e hanno perfino sciolto la Ceretti e Tanfani che era la squadra del rione». Cronache da una Milano che ha scritto il dopoguerra. «Nel ’45 avevo dieci anni. Andavamo allo scalo ferroviario a rubare la legna e il carbone che avevano scaricato i camion tedeschi. Ricordo i bombardamenti, gli aerei sganciavano bombe che sembravano fuochi d’artificio. E il giorno della prima comunione, appena uscito dalla chiesa è suonato l’allarme: ci siamo gettati di corsa nel rifugio, che era sotto il prato. Finita la guerra rivedo invece gli americani che facevano le sfilate. Ricordo anche il giorno di piazzale Loreto. Si era diffusa la voce che ci avessero portato Mussolini: ci andai ma arrivai troppo tardi. Non vidi niente». Cronache da un calcio che non c’è più. «Incominciai nel settore giovanile del Milan. Nel ’55 giocai in prima squadra le ultime 8 partite poi, all’inizio della stagione successiva, quella in cui vincemmo lo scudetto, fui titolare nelle prime 5. Facevo l’ala destra, numero 7. Poi arrivò Cucchiaroni e non trovai quasi più posto. L’allenatore era Gipo Viani, un burbero che però ci sapeva fare. In quel Milan c’era Gigi Radice e c’era Cesare Maldini, un ragazzone. Lo ricordo timido, sempre in un angolino. C’era anche un biondino di 18 anni, si chiamava Reina ed era un vero talento. Un infortunio gli troncò la carriera. Era il più promettente di tutti noi». Osvaldo Bagnoli, classe 1935, autore dell’ultimo miracolo calcistico all’italiana, quello dello scudetto al Verona, lei è uscito di scena nel febbraio del ’94, dopo essere stato cacciato dall’Inter, e non è più tornato sui suoi passi. Pentito? «No. Probabilmente ero arrivato al capolinea. Certe cose non le sopportavo più». Quali cose? «Ad esempio i giovani: pretendevano tanto e davano poco. E se un insegnante non sopporta più i suoi allievi è meglio che smetta». Guarda ancora le partite di pallone? «Vado a vedere il Verona. Ogni anno mi mandano un paio di tessere. Ci andiamo io e mia moglie». Il divertimento non sarà granché. «Però è la squadra che mi fa sentire dentro qualcosa». Che gliene pare del calcio in tv? «Il Totti di un paio d’anni fa, quello prima dello sputo e dell’incidente, mi teneva attaccato al televisore. Adesso invece...». Lei smise a 59 anni. Un’età in cui Capello (60) e Lippi (58) sono considerati al top... «Se è per questo Mazzone di anni ne ha 80... Arrivato all’Inter cosa mi rimaneva da fare? Avrei potuto sfruttare il filone economico, ma ognuno è fatto alla sua maniera». In sostanza la esonerarono perché non avrebbe saputo valorizzare Bergkamp e Dell’Anno. «Ho cercato di capirci qualcosa. Anche perché ho visto che dopo di me all’Inter sono successe sempre le stesse cose. L’Inter ha avuto presidenti paternalistici, che si innamoravano dei giocatori. E questo è un segno di debolezza... All’Inter ha fallito anche Lippi». Come comunicava con Bergkamp e Jonk? «Quando dovevo fare certi sfoghi, veniva fuori il dialetto milanese. Mi sentivo più sicuro». Ma Pellegrini capiva di calcio? «Con i presidenti per forza di cose dovevo parlare di calcio. Pellegrini? Adesso non ricordo neanche più se capiva o non capiva». Da ex rossonero, le sarebbe piaciuto allenare il Milan? «Quando giocavo il sogno era quello della grande squadra. Da allenatore invece no. Arrivai all’Inter che avevo 57 anni e questo fatto mi sorprese. Al Milan o all’Inter si va da emergenti». Lei, comunque, al Milan avrebbe avuto difficoltà a prescindere, visto che è comunista. «Io sono apolitico. Votavo socialista solo perché mio padre era socialista. Però è vero che Gianni Brera fece il mio nome a Silvio Berlusconi». Risposta? «Gli fu detto che non andavo bene perché ero comunista. Così almeno mi è stato raccontato». Che calcio era il suo calcio? «Sacchi ha avuto il merito di portare la cultura del lavoro nelle grandi squadre però ha pure originato un grosso equivoco. Si diceva che il suo calcio fosse offensivo ma come si fa a chiamare offensivo un calcio basato sul pressing e sul fuorigioco?». Scusi ma che c’entra Sacchi? «Voglio dire che il mio calcio ha incominciato a cambiare con lui. Del resto una volta andavi in giro a piedi o in bici. Ora devi stare attento, se no ti tirano sotto. il progresso». Tra i giocatori che lei ha allenato c’è pure Francesco Guidolin... «Buon calciatore, con un difetto: mancava di carattere. Io l’ho avuto un solo anno, in serie B. Era il capitano, fece 10 gol. Era molto tecnico. Arrivato in A, la società mi impose Dirceu e io pensai di dare le dimissioni. Poi però mi dissi: se me ne vado per Dirceu mi danno del matto. Così Guidolin fu ceduto al Bologna». Qual è stata la più grossa ingiustizia della sua carriera? «Il famoso Juve-Verona di Coppa dei Campioni. Pagammo noi per cose che non c’entravano con lo sport. La Juve era stata condannata a giocare due partite a porte chiuse e noi fummo le vittime sacrificali perché c’era da risarcire economicamente i bianconeri». Il dopopartita fu tumultuoso. «Un mio giocatore tirò uno zoccolo che ruppe un vetro. Ne venne fuori un po’ di casino e nel nostro spogliatoio entrò la polizia. Allora io feci una battuta: se cercate i ladri, sono dall’altra parte. Poi comunque la Juve venne eliminata dal Barcellona: ricordo ancora la gioia che provammo in quel momento». Signor Bagnoli, che fine ha fatto il suo storico cappellino? Lo portavate lei e John Lennon... «Appena si abbassa la temperatura, io ho sempre il mio cappellino in testa. Ma non è un vezzo. Soffro di sinusite e all’inizio mi curavo con i fumenti, l’acqua calda e la camomilla. Fu un medico, tanti anni fa, a dirmi: mettiti il cappello e non toglierlo più. John Lennon non c’entra. Mica indosso sempre lo stesso modello». Alberto Costa