Sergio Romano, Corriere della Sera 11/11/2006, pagina 37., 11 novembre 2006
Lettera a Sergio Romano. Il velo nell’islam. Corriere della Sera, sabato 11 novembre Vorrei sapere quale sentimento provano le persone che a proposito del velo islamico (politico, antilaico e antioccidentale), ricordano le nostre nonne che prima di entrare in chiesa si coprivano la testa con un foulard
Lettera a Sergio Romano. Il velo nell’islam. Corriere della Sera, sabato 11 novembre Vorrei sapere quale sentimento provano le persone che a proposito del velo islamico (politico, antilaico e antioccidentale), ricordano le nostre nonne che prima di entrare in chiesa si coprivano la testa con un foulard. una forma di masochismo? La chiesa non è il negozio o la strada o il mercato. Purtroppo non mancano gli intellettuali i quali, ancora peggio, confrontano l’Islam di oggi con la Chiesa di ieri, ricordano le sue malefatte (da verificare, perché le leggende nere qui abbondano) di quattrocento o mille anni fa. Dovremmo, se ci resta un po’ di buon senso, vedere i fatti di oggi confrontandoli con quelli di oggi, e i fatti di ieri con quelli di ieri. Roberto Badini r.badini@alice.it Caro Badini, anch’io penso che i confronti tra il presente e il passato debbano essere fatti con grande prudenza. Le nostre nonne si coprivano il capo con un velo o un cappello quando entravano in chiesa, ma non erano costrette a indossarli quando camminavano per la strada o entravano nei negozi. Il confronto diventa più omogeneo e quindi più interessante, tuttavia, se osservo che nel mondo islamico esistono notevoli differenze tra i comportamenti di oggi e quelli di ieri. Quando andai al Cairo per la prima volta, all’inizio degli anni Settanta, le donne velate rappresentavano una piccola percentuale della popolazione urbana. Quando visitai Istanbul e Ankara in quegli anni, il divieto del velo pronunciato da Kemal Atatürk qualche decennio prima, era scrupolosamente rispettato dall’intera popolazione femminile. A Tunisi, Algeri, Beirut e nella Palestina occupata dagli israeliani occorreva andare nei suk e nei quartieri popolari per trovare donne con il viso coperto, quasi sempre circondate da turisti stranieri che scattavano fotografie per portare con sé, al ritorno in patria, un documento di folclore orientale. Oggi la situazione si è in molti casi pressoché interamente rovesciata. Al Cairo le donne avvolte nello chador (l’enorme scialle nero che copre il capo e il corpo sino ai piedi) e quelle che nascondono i capelli sotto un foulard, sono la maggioranza. Nelle città turche neppure i militari, guardiani della ortodossia laica di Kemal, riescono a impedire che molte donne seguano la tradizione islamica. Questo non è un confronto, caro Badini, è soltanto una constatazione da cui è permesso trarre, tuttavia, qualche riflessione. Credo occorra osservare in primo luogo che il mondo musulmano non è un blocco incrollabile di tradizioni immobili. Se il mutamento, nell’arco di quarant’anni, è stato così importante, occorrerà comprenderne le ragioni. Un improvviso ritorno alla fede? No. Anche durante la monarchia di Faruk e il socialismo panarabo di Nasser, la grande maggioranza degli egiziani è stata pia e devota. Osservavano i precetti dell’Islam, rispondevano con una preghiera all’invito del muezzin, affollavano la moschea il venerdì, celebravano il Ramadan, facevano il pellegrinaggio alla Mecca. Ma convivevano senza difficoltà con una interpretazione meno radicale e arcigna dell’Islam e delle sue tradizioni. Oggi il velo sembra essere diventato in molti casi una uniforme, un simbolo di appartenenza, il segno di una identità nazional-religiosa rivendicata con orgoglio. Quando lei vede una donna velata nelle strade italiane, caro Badini, dovrebbe chiedersi anzitutto perché quella stessa donna o sua madre si siano adattate a uno stile di vita così diverso da quello del loro recente passato. Credo che occorra cercare la spiegazione negli avvenimenti politici e sociali degli ultimi decenni: il fallimento delle grandi modernizzazioni, la guerra civile libanese, la rivoluzione iraniana, l’interminabile crisi palestinese, le guerre del Golfo, gli errori commessi dai regimi laici musulmani e quelli commessi dalle grandi democrazie. Non è un esercizio facile e non tutti giungeranno alle stesse conclusioni. Ma tentar di capire presuppone una certa disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri ed è sempre meglio delle conclusioni apodittiche a cui molti sembrano giungere in questi giorni.