Marcello Sorgi, La Stampa 12/11/2006, pagina 10., 12 novembre 2006
Mrs. Maniere Forti. La Stampa, domenica 12 novembre Londra. No, non si può proprio dire che ricordi le Bond girls, la carrellata di ragazze mozzafiato spedite da ogni parte del mondo a sbarrare la strada all’agente 007
Mrs. Maniere Forti. La Stampa, domenica 12 novembre Londra. No, non si può proprio dire che ricordi le Bond girls, la carrellata di ragazze mozzafiato spedite da ogni parte del mondo a sbarrare la strada all’agente 007. La «honourable» Dama Eliza Manningham-Buller, capa del leggendario servizio segreto inglese MI5, ha piuttosto l’aria di un’arcigna professoressa arrotondata dalla vita sedentaria e vestita peggio di Mary Poppins, pullover grigi e foulard a pois attorno al collo che la invecchiano più dei suoi 58 anni. Da due giorni, la nobildonna è al centro di una contesa nata dal suo ultimo «speech» in materia di terrorismo all’Università della Regina Mary. Chi s’aspettava una lezione accademica, s’è ritrovato con uno dei più forti allarmi mai lanciato in Inghilterra dopo gli attentati del 7 luglio 2005. Una trentina di super ricercati, oltre 200 cellule attive, più di 1600 islamici sospetti, tra i quali aspiranti terroristi suicidi. Sarà che Londra, e più in generale l’Inghilterra, coltivano con il terrorismo un rapporto alterno, lo temono ma preferiscono non parlarne troppo, sarà pure che la Manningham-Buller non aveva in alcun modo preannunciato al governo il suo discorso, ma l’allarme ha sollevato un putiferio. Dama Eliza è stata coperta alla meglio da Tony Blair e da Gordon Brown, ma dall’opposizione, e soprattutto dai rappresentanti della Comunità islamica britannica, s’è alzato un coro di proteste. Le rimostranze riguardano sia l’improprio ruolo politico pubblico di Eliza, sia i dubbi che ad un Blair ulteriormente azzoppato dalla sconfitta di Bush possa convenire, con l’autorevole avallo dell’MI5, spostare il tiro dall’Iraq alla minaccia sempre immanente del terrorismo. Naturalmente lei, Eliza, non si cura delle polemiche. C’è abituata e c’è chi dice che si aspetti un avallo, mercoledì, nel tradizionale discorso della Regina. I suoi silenzi, come le sue esternazioni, sono da sempre proverbiali e studiati. Memorabile, ad esempio, è rimasto il fatto che sia riuscita a nascondere al marito David (un padre di cinque figli sposato in seconde nozze, di cui per ragioni di sicurezza si conosce solo il nome di battesimo) la verità sul proprio lavoro fino al giorno delle nozze. Da tempo, poi, la Manningham si dichiara convinta che tra i compiti dei servizi non ci sia solo quello di dare l’allerta al governo, ma di trovare anche il modo di dialogare con i cittadini, per ottenerne la collaborazione. Nata in una famiglia conservatrice (il padre, il visconte sir Reginald, era stato ministro con Churchill, e poi Lord Chancellor, il più alto magistrato del Regno Unito), Eliza deve il suo talento di spia alla madre, Lady Mary Lilian Lindsey, quarta figlia del conte di Crasword, resa famosa da una particolare abilità, dimostrata durante la seconda guerra mondiale, nell’addestrare i piccioni viaggiatori che dovevano portare oltre le linee i messaggi cifrati. Ma quando, finiti gli studi (era compagna della principessa Anna nell’esclusiva scuola Benenden), e trascorso un breve periodo come lettrice d’inglese alla Lady Margaret Hall, la giovane Manningham comunica ai suoi genitori che sta per essere reclutata dall’MI5, a casa è una tragedia. Tanto che la presa di servizio, chiamiamola così, sarà ritardata di qualche anno, e la ragazza, per amore di pace, proverà a fare la professoressa nella snobissima Queen’s Gate school. Certo, con l’occhio ai nostri Pompa e Tavaroli e ai servizi italiani così spesso affetti da scandali, potrà apparire strana, se non proprio inspiegabile, l’insistenza dei funzionari inglesi per reclutare quella che poteva sembrare solo una ragazza di buona famiglia. Ma è così. E gli agenti di Sua Maestà avevano visto giusto, se Dama Eliza, fin dai primi giorni del suo apprendistato di spia, doveva rivelarsi promettente. Oleg Gordievsky, tra i più famosi doppiogiochisti dell’epoca della Guerra Fredda, se la ricorda «brillante, tagliente e piena di fantasie colorate». E Stella Rimington, la donna che prima di lei è stata a capo dell’MI5, la giudicava «molto intelligente e sicura di sé». Mentre qualche collega, giocando sul cognome, che storpiato, in inglese, può voler dire «prepotente», non ha dimenticato le sue maniere forti. Quando comincia, nel 1974, la mettono a catalogare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche dei diplomatici del Patto di Varsavia. E’ qui, appunto, che Eliza, rivelando da subito la sua passione per il reclutamento, fa amicizia con Gordievsky. Il russo è il numero due del Kgb a Londra, ed è il più alto in grado del servizio sovietico che decide di saltare il fosso. La sua collaborazione, nota solo a cinque persone dell’MI5, durerà alcuni anni, protetta dal silenzio sepolcrale della Manningham e da lei nascosta, non si sa come, a un assistente che a sua volta faceva il doppio gioco con i russi e aveva l’ufficio nella stessa stanza di Eliza. «Se sono vivo, lo devo alla sua capacità di tenere i segreti», dirà Gordievsky. Se una sola parola fosse uscita, non sarebbe sfuggito all’esecuzione a Mosca. Chi la conosce dice che già allora la «prepotente» mordeva il freno rispetto al vecchio modo di far spionaggio, metà favori, metà guerra fredda, tutto intriso di politica e di ideologia. La sua intuizione era il terrorismo, e il rischio che in un mondo dagli equilibri mutati la regia degli attentati potesse sfuggire di mano. Non si sbagliava. La strage di Lockerbie, l’abbattimento per mano libica nel 1988 di un jet della Pan Am con 270 vittime, sarebbe venuto a darle ragione. E’ la prima grossa indagine per Eliza. Ed è la rampa di lancio per una carriera che la vedrà in Usa, in stretto rapporto con la Cia, nel ”90, all’inizio della prima guerra del Golfo, e di ritorno in patria, con la responsabilità del controllo day-by-day e dell’allarme quotidiano, nel ”92. A settembre 2001, dopo l’attentato alle Torri, la Manningham in Usa è con i dirigenti dei servizi di tutto il mondo a impostare la strategia contro Al Qaeda e la «guerra asimmetrica». E l’anno dopo, a sorpresa, sarà in disaccordo sulle ragioni, o sulle false ragioni, che porteranno alla guerra in Iraq. Fatto sta che il dossier sulle armi di distruzione di massa costerà il posto al suo capo, sir Stephen Lander, ed Eliza sarà chiamata a prendere il suo posto nell’ottobre 2002. Il resto è storia di questi anni. La delusione, ammessa con amarezza, per non aver previsto gli attacchi alla metro di Londra del 2005. Il riscatto, con gli attentati nei cieli evitati, di Ferragosto di quest’anno. La decisione di giocare un ruolo in prima persona nel dibattito sui metodi dell’antiterrorismo e sulla capacità di un paese libero «di saper rinunciare - come lei dice senza mezzi termini - a parte della propria libertà per salvare la vita a cittadini non ancora abbattuti dal terrorismo». Temi e argomenti assai delicati in una stagione che a Londra s’avvia verso un cambio di governo, e forse, in un futuro non lontano, anche verso un cambio politico. Ma di polemiche, la signora dalle maniere forti non ha alcun timore. Marcello Sorgi