Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 11/11/2006, pp. 1-5, 11 novembre 2006
El Senador sogna il Grande Centro. Corriere della Sera, sabato 11 novembre Il governo trema: El Senador torna da Buenos Aires martedì, ed è arrabbiatissimo
El Senador sogna il Grande Centro. Corriere della Sera, sabato 11 novembre Il governo trema: El Senador torna da Buenos Aires martedì, ed è arrabbiatissimo. «Ma come? Mi avevano detto: 14 milioni di euro in più. Io penso: 14, più i 16 che c’erano già l’anno scorso, fanno 30; bene, la finanziaria la voto. Invece no! I soldi dell’anno scorso non ci sono più! Con la mano destra danno, con la sinistra tolgono! Io credevo: più 14. Invece siamo a meno 2. Hanno preso in giro tutti gli italiani del Sudamerica». Senador, hanno fatto lo stesso anche con parecchi italiani d’Italia. «Se fosse così, ma mi rifiuto di crederci, io la Finanziaria non la voto. Perché non abbiamo bisogno di elemosine. Semmai, di risarcimenti. Dopo la guerra l’Italia è stata ricostruita con le rimesse di noi emigrati: mille bilioni di rimesse!». Bilioni? «Bilioni!». Luigi Pallaro, El Senador, parla come zio Paperone, e guadagna altrettanto. Le sue numerose società – Pallaro Hermanos, Bello Horizonte, Lacteos de Poblet, Ulex, Burela, Las Colinas – fatturano 25 milioni di dollari al mese. Potrebbe comprare palazzo Madama e licenziare tutti. «Per questo Fini sbaglia quando mi accusa di vendere il mio voto. Io non voglio niente per me. In Argentina ci sono italiani, non molti ma ci sono, che dopo la crisi non hanno più niente. Anziani senza assistenza sanitaria. Tremaglia ha stanziato per loro 123 euro al mese. Davvero la sinistra glieli vuole togliere, dopo che ha triplicato i soldi della cooperazione, per i neri africani? Non sanno che il più grande ospedale di Buenos Aires, mille medici, l’abbiamo fatto noi italiani? Che l’unica linea su cui Alitalia non perde è quella per l’America Latina? Che grazie a noi migliaia di argentini studiano l’italiano e quindi leggono i nostri giornali e comprano le nostre macchine? Che io ho preso centomila voti da Caracas alla Terra del Fuoco?». Pallaro ha compiuto ottant’anni ed è quindi poco sopra la media dei colleghi senatori, ma è particolarmente attivo. Le leggende sudamericane lo descrivono dedito alla medicina alternativa e a magiche pozioni. «Ma in Sud America esagerano sempre. Ho cura del mio corpo, lo considero una macchina da tenere sempre in efficienza. Mangio pochissimo, non dormo quasi nulla: 4 ore mi bastano. A qualsiasi ora mi corichi, mi levo all’alba, e comincio la giornata con un canarino: acqua calda e buccia dei limoni del mio giardino, a Buenos Aires». Ha casa pure a Roma, a Padova e a San Giorgio in Bosco, il paese natale, da cui partì nel 1952. «Da ragazzo ero democristiano, e lo sono tuttora. Il mio riferimento è sempre stato Andreotti, fin da quando lo conobbi nel 1973. Ancora adesso in Senato lo ascolto con attenzione». Ascolta anche le sirene di Berlusconi? «Gli ho parlato, certo. Come ho parlato con Prodi: ottima persona, un moderato vero, un bel democristiano anche lui. Ma non mi schiero con nessuno». Ha anche detto che non avrebbe mai fatto cadere Prodi. « vero, l’ho detto. Ma deve mantenere gli impegni. I soldi per gli italiani all’estero non sono una richiesta dell’ultimo momento: sono stati promessi prima ancora della formazione del governo. Se non manterranno, deciderò. Ma vedrà che manterranno. Cosa sono 14 milioni in una Finanziaria da 40 miliardi?». El Senador ha il dono del pragmatismo. Quando sbarcò a Fiumicino annunciò: «Non sono venuto a infilarmi nei dibattiti che non mi riguardano, non voglio discutere se fare o no il ponte di Caltanissetta». Era il ponte di Messina, ma rendeva l’idea. Ora ribadisce: «Non mi interessano le ideologie. Prima delle elezioni sono venuti a cercarmi tutti i partiti. Ho sempre detto no. Guardo al risultato. Scelgo l’indipendenza». Scelta oculata: degli altri parlamentari eletti all’estero si sono perse le tracce; Pallaro è decisivo. Prima ha fatto ballare la maggioranza annunciando di voler votare Andreotti alla presidenza del Senato, per poi passare tra gli indecisi e alla fine puntare su Marini. Poi ha eletto alla guida della commissione Industria il berlusconiano Scarabosio al posto dell’ulivista Cabras («Scarabosio è mio amico da sempre, questo Cabras non so neppure chi sia, e nessuno ha sentito il bisogno di presentarmelo»). Ora è tentato dalle larghe intese. «Ci sto lavorando. la mia vocazione: sono un uomo di concordia. Un pacificatore». Il suo governo ideale, spiega, è come un aeroplano: «Il grande centro è la plancia. Sta in mezzo, è il luogo dove si fanno le cose utili, dove ci sono il capitano, il motore, i passeggeri e tutto. Poi servono due piccole ali, per stabilizzare il sistema. In Italia il 40% del centrodestra e il 40% del centrosinistra sono già d’accordo sulle cose da fare, dalle pensioni alla giustizia. Le differenze sono minime. Facciamo l’aeroplano, con un grande centro che governa e una piccola destra e una piccola sinistra che controllano». Dell’Argentina parla volentieri: la partenza in piroscafo per raggiungere Andrea, uno dei nove fratelli, il primo lavoro in una ditta calabrese di tubi, la sua prima azienda – elettromeccanica ”, il successo come assicuratore. La moglie argentino-romagnola, Nelida, le figlie Nancy e Rossana. E durante la dittatura? «Ho detto ai miei di non esporsi. Per un niente potevi sparire». Uno dei suoi non le diede retta. « vero, un mio dipendente sparì. Io neppure lo conoscevo. Provai ad aiutarlo, lo cercai. Non l’ho mai trovato. La dittatura fu un percorso difficile e doloroso, ci vorrebbe tempo per parlarne. allora che ho capito quanto sia importante la serenità, la pace interna, la collaborazione. In fondo siamo tutti italiani, no?». Aldo Cazzullo