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 2006  novembre 13 Lunedì calendario

La finanza nell’era del private equity. Affari & Finanza, lunedì 13 novembre Nella sua lunga carriera, Fedele Confalonieri si è trovato raramente così in imbarazzo

La finanza nell’era del private equity. Affari & Finanza, lunedì 13 novembre Nella sua lunga carriera, Fedele Confalonieri si è trovato raramente così in imbarazzo. Il verdetto delle banche d’investimento che curano la vendita della televisione tedesca ProSiebenSat.1, giovedì scorso, è impietoso e non lascia spazio a speranze: abbiamo un carniere di offerte tali che è meglio che Mediaset non ci provi nemmeno. Venderemo ProSiebenSat per 45 miliardi di euro, quasi il doppio di quanto aveva messo sul piatto il gruppo del Biscione. Altro che opposizione politica di Berlino contro chi aveva chiamato kapò il parlamentare tedesco Martin Schulz, come aveva scritto il Financial Times, o addirittura di un dispetto architettato in qualche modo da Prodi ai danni di Berlusconi, come si insinuava in Italia. Questione di soldi pura e semplice: abbiamo qualcuno in grado fare offerte al cui confronto le vostre impallidiscono. E chi è questo ”qualcuno’? Ovviamente un plotoncino di fondi di private equity, i grandi protagonisti di questa stagione della finanza. Fortissimi, capitalizzati, dotati di una liquidità sovrabbondante ma al tempo stesso in grado di raccogliere fondi con un raggio d’azione senza pari, sbaragliano il campo con una facilità e una spregiudicatezza impressionanti. Prima a Wall Street e poi in Europa, i fondi di private equity hanno rapidamente conquistato una posizione talmente importante sullo scenario del merger & acquisition da rovesciare le regole del gioco, imporre soluzioni che danno la loro configurazione a importanti realtà industriali, determinare il destino di famiglie, azionisti, manager. Comprano aziende ormai non più solo piccole e promettenti come facevano fino a poco tempo fa, ma anche grosse e consolidate, le spezzettano, ne coordinano il risanamento, le rivendono in tutta fretta realizzando utili spesso da favola. Non hanno, a differenza delle aziende con cui entrano in competizione per qualche takeover, il problema di industrie da gestire o da integrare. E non guardano in faccia nessuno. Qualcuno li chiama i ”nuovi barbari’ echeggiando i ”vecchi’ che erano quelli di Barbarians at the gate, un classico della letteratura di Wall Street che racconta il takeover ostile condotto nel 1988 dalla Kohlberg Kravis Roberts sulla Nabisco. Un’operazione da 25 miliardi di dollari con il metodo del leveraged buyout, cioè con finanziamenti quasi tutti a debito ottenuti dando in pegno pezzi dello stesso gruppo, che poi ovviamente andavano rivenduti subito. I metodi dei nuovi barbari sono simili a quelli dei vecchi. Per un curioso ciclo di corsi e ricorsi, le acquisizioni vengono nuovamente condotte con soldi in prestito. Tutto è cominciato, anzi ricominciato, nel 2000, allo scoppio della bolla speculativa con conseguente drammatico ridimensionamento dei valori di Borsa. Prima, per tutti gli anni 90, le fusioni avvenivano per lo più con lo scambio di azioni. Ancora prima, appunto negli anni 80, all’epoca della Kkr ma anche di raider famosi come Carl Icahn o T.Boone Pickens (un texano tostissimo al quale il padre aveva dato quel nome ispirandosi alla bisteccona TBone), erano invece condotte con cash ma tutto frutto di debiti che ovviamente andavano restituiti il più in fretta possibile. E dopo il 2000? Si è tornati ai debiti. Perché le azioni ora valevano troppo poco, e poi perché la Fed aveva avviato la stagione dei grandi ribassi del costo del denaro che dovevano portare i tassi al minimo dal 1958, e cioè intorno all’1%, livello cui sono rimasti per quasi tre anni, da fine 2001 al 2004. E’ diventato facile indebitarsi emettendo titoli appositi: quelli dei private equity, che sono tecnicamente dei fondi d’investimento chiusi, sono classificati ”ad alto rischio’ e quindi devono rendere più degli altri, ma la concorrenza dei titoli di stato o delle obbligazioni dei grandi gruppi era fin troppo facile da battere appunto perché quei tassi erano legati a quelli della Fed. C’è stato insomma tutto il tempo per i fondi di private equity di attrezzarsi e di oliare la loro macchina e le loro ”leve’, come si chiama tecnicamente la capacità di indebitarsi. E quindi per diventare aggressivi, potenti, infine dominanti. Anche i nomi dei nuovi barbari spesso sono gli stessi dei vecchi. Proprio la Kkr, quella che stava at the gate, trasformatasi non a caso nel corso di questi anni da banca d’investimento in fondo di private equity a pieno titolo, ha lanciato la settimana scorsa un’offerta da 40 miliardi di euro per il conglomerato dei media e dell’intrattenimento francese Vivendi. A farsi avanti per la tv tedesca di cui si parlava prima sono i fondi Apax Partners e Permira. In America, sempre la settimana scorsa, il fondo GTCR Golder Rauner di Chicago ha acquistato la divisione farmaceutica della 3M per 2,1 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, la Bain Capital di Boston ha acquisito la Osi Restaurant Partners per 3 miliardi di dollari. Intanto i fondi Apollo Management e Texas Pacific hanno rilanciato su Harrah’s Entertainment, colosso statunitense dei casinò cui fa capo anche il celebre Caesar’s Palace di Las Vegas, portando a 15,5 miliardi di dollari l’offerta di acquisto. Lo stesso fondo Apollo ha rilevato un marchio glorioso come Jacuzzi per 990 milioni di dollari. Tornando in Germania, la solita Kkr ha comprato la Kion, divisione carrelli elevatori del colosso diversificato Linde, per 4 miliardi di euro. E così via. Anche in Italia (vedere articolo a parte) i fondi di private equity sono da qualche anno attivissimi. Globalmente, l’attivismo di questi fondi ha fatto impennare il mercato dell’M&A: 1.900 miliardi di dollari nel 2004, 2.800 miliardi nel 2005, poco meno di 2.700 miliardi nei primi nove mesi del 2006. "L’intensificarsi dell’attività nell’anno in corso osserva Silvano Carletti, che segue il settore nell’ufficio studi Bnl si deve soprattutto alle attività in Europa, che crescono più rapidamente di quelle statunitensi, +40% rispetto a +12% sull’anno scorso. L’insieme delle operazioni concluse in queste due aree rappresenta in valore i due terzi del mercato mondiale". In questo scenario, spadroneggiano i fondi di private equity. Comprano e, come si diceva, vendono. E sanno vendere: la Dynegy, un colosso energetico americano, ha comprato in tutta fretta quattro centrali elettriche dal fondo LS Power Group per risolvere alcune sue carenze produttive. E fanno anche di più: ormai sono così potenti che le aziende, quelle ”normali’ quando devono fare qualche impegnativa acquisizione si rivolgono alla loro competenza, preferendola a quella tradizionale delle boutique d’investimenti. Fino ad arrivare a degli incredibili paradossi: quando il fondo Blackstone acquisì il gruppo Celanese, offrì al gruppo stesso la sua consulenza per sopravvivere dopo l’acquisizione. Così avvenne e la Celanese pagò nel 2004 alla Blackstone che la stava inesorabilmente inglobando 45 milioni di dollari di consulenza, più del doppio di quanto pagò nella stessa occasione alla Goldman Sachs, che si accontentò di 18 milioni. Per non essere scavalcate, le maggiori banche d’investimento hanno capito che devono entrare nel business. Così l’ultima vague è quella del private equity direttamente collegato con le maggiori finanziarie di Wall Street. Sono state riluttanti all’inizio, ma ormai tutte le investment bank hanno fra le loro partecipazioni qualche fondo di questo tipo. Il quale, visto che è emanazione di una centrale così potente, è diventato rapidamente forte e potente a sua volta. Però l’establishment finanziario più ortodosso questa non l’ha digerita e comincia a dare segni di insofferenza. "Hanno imparato a trarre subito il massimo dei profitti dalle acquisizioni scrive Business Week ricorrendo alle forme più sofisticate di ingegneria finanziaria, e a volte forzando le leggi sulla bancarotta, pur di acquisire il controllo delle società: nel loro insieme i fondi di private equity sono entrati in un momento storico di eccessi". E’ un po’ come accadde con il venture capital degli anni ”90, scrive il settimanale, "quando l’eccesso di denaro e la facilità di ottenerlo alla fine causò il crollo di tutto". Il Financial Times pochi giorni prima aveva dato notizia che la Financial Services Authority ha iniziato un’indagine "sulla sospetta creatività di finanziamento" utilizzata da alcuni fondi e sui "potenziali conflitti di interessi" di altri. E l’Economist ha scritto: "Se si facesse un remake cinematografico di Wall Street, Michael Douglas anziché Gordon Gekko dovrebbe stavolta interpretare Steve Schwarzman, il presidente del fondo Blackstone". Non piacciono a nessuno, insomma, ma continuano a fare soldi a palate. E a dettare le regole sui mercati finanziari. Eugenio Occorsio