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 2006  novembre 15 Mercoledì calendario

Una Napoli che sembra Pietroburgo. la Repubblica, mercoledì 15 novembre Nelle Voci di dentro, di Eduardo De Filippo, qualcuno ha «ucciso il sonno»: «il sonno innocente», «il sonno che pettina la matassa arruffata delle cure umane», «il balsamo delle anime ferite», come dice Shakespeare

Una Napoli che sembra Pietroburgo. la Repubblica, mercoledì 15 novembre Nelle Voci di dentro, di Eduardo De Filippo, qualcuno ha «ucciso il sonno»: «il sonno innocente», «il sonno che pettina la matassa arruffata delle cure umane», «il balsamo delle anime ferite», come dice Shakespeare. Soltanto un personaggio conosce sonni tranquilli, se non felici: Michele, il portiere, che durante il giorno lavora, corre da ogni parte, si stanca, partecipa ingenuamente a ogni evento, compra le sorbe e i broccoli per Pasquale Cimmaruta e gli impazienti inquilini del vecchio palazzo napoletano, e chiude mezzo portone se qualcuno muore. Ora non sogna più. Ma un tempo, nel periodo mitico della giovinezza che esisteva una volta, faceva sogni bellissimi, che sembravano «spettacoli di operette di teatro». Quei sogni erano così soavi e divertenti che, quando si svegliava, Michele tentava di riaddormentarsi, sperando di contemplare il seguito delle sue favole romanzesche. Gli altri personaggi delle Voci di dentro non dormono: o dormono male, con sonni brevi, interrotti, spezzati - basta un piccolo rumore, un fruscio, un niente a farli sobbalzare sul letto - , e la mattina si svegliano colle ossa rotte e le membra sudate. Mentre dormono, i sogni li assaltano: l´immenso mondo infero guarda il nostro mondo, lo spia, lo ascolta, si insinua dentro di esso, e lo aggredisce con violenza. Così Pasquale e Rosa Cimmaruta e Alberto Saporito e persino la giovane domestica, Maria, sanno di non avere scampo. Una goccia d´acqua cade in mezzo alla testa, sempre nello stesso punto, e diventa fuoco, brucia la lingua, lo stomaco, i polmoni, e il cuore, che fugge disperatamente dal corpo. Il capretto, scannato, tagliato e messo in forno, si trasforma in un bambino biondo e ricciuto, di cui i convitati mangiano le dita delle mani e dei piedi. Quando non invia i sogni, il mondo infero manda in terra i morti ammazzati. Nascosti dentro le tavole, nei mobili, nei cuscini, nelle giacche, nelle cravatte, essi stanno accanto ai vivi. E parlano con voci sottili, insistenti, persistenti: eccoli nel ticchettio dei legni, nel fruscio dei vestiti, nel cigolio improvviso di una porta che si apre lentamente nella notte. Il sovrano dei sogni è Alberto Saporito. Più che a Napoli, lo immaginiamo a Pietroburgo, lungo i canali della Neva, accanto a Marmeladov e ai figli di Marmeladov, o in una Napoli immersa nelle nebbie di Pietroburgo. Come un veggente dostoevskijano, Alberto Saporito sogna per giorni una specie di dramma a puntate. Vede il delitto compiuto in casa Cimmaruta: le lettere scambiate tra Aniello Amitrano e la signora Cimmaruta, l´agguato, il corpo di Amitrano che cade, il furto, il cadavere scomparso, la camicia insanguinata e la scarpa, che poi, chissà come, si trasformano in una sciabola e in una bilancia. Ora, finita la visione, Alberto Saporito interpreta gli avvenimenti secondo la visione che gli ossessiona la mente. Se Pasquale Cimmaruta va alla stazione, è perché vuole fuggire: se non permette di spostare una credenza, è perché proprio lì, dietro i mattoni, stanno «i documenti, la camicia insanguinata e la scarpa». Non potrebbe essere più sicuro. E punta il dito, come un profeta apocalittico. «Finalmente è finita! Il sangue di un innocente diventerà fuoco eterno nelle vostre vene». A prima vista, Alberto Saporito è un pessimo veggente. Il suo sogno, o la sua visione, sono falsi. Dietro la credenza non ci sono né le lettere né la camicia insanguinata né la scarpa, e Pasquale Cimmaruta va alla stazione soltanto perché ha un appuntamento. Pasquale non ha mai ucciso Aniello Amitrano. Ma quando gli incubi del mondo infero assalgono il mondo umano, tutto ciò che è falso diventa vero, e ciò che non esiste comincia a esistere. Nessuno dei Cimmaruta ha commesso il delitto. Eppure essi sono sicurissimi: Alberto Saporito non mente: ha in mano i "documenti": da qualche parte ci sono la camicia insanguinata e la scarpa; qualcuno di loro - la zia pensa al nipote, il nipote alla zia, il marito alla moglie, la moglie al marito - ha ammazzato Aniello Amitrano. E per confermare un delitto mai avvenuto, decidono di compiere un vero delitto, uccidendo Alberto Saporito. I Cimmaruta non sono soli. Se ascoltiamo e guardiamo la nostra vita con gli sguardi del mondo infero, tutti noi abbiamo ucciso uno dei morti che ora, prigionieri, ticchettano nel legno, frusciano nelle vesti e nelle cravatte, cigolano nelle porte che si aprono nella notte. *** Mentre sul primo piano della scena i sogni diventano delitti, nel soppalco, dove vive il vecchio Nicola Saporito, forse conosciamo una verità superiore. Siccome l´umanità è sorda, Zi´ Nicola ha deciso di essere muto: non apre mai bocca; e comunica coi vivi soltanto attraverso i bengala, le granate, le botte, le girandole, gli spari, i fischi, i trucchi, i fuie-fuie dei fuochi artificiali. Il suo linguaggio complicatissimo viene compreso soltanto dal nipote Alberto, che discorre a lungo con lui. Quando Zi´ Nicola comprende di avvicinarsi alla morte, dice pochissime parole, prepara un bengala verde, che annuncia la sua liberazione dalla vita, lo accende, e mentre il bengala illumina la scena, respira per l´ultima volta. Qualche ora dopo, Alberto gli chiede un ultimo consiglio: gli domanda come facciamo a vivere, cosa dobbiamo pensare della nostra esistenza e dei sogni, e in che modo, su questa terra possiamo vedere. Zi´ Nicola gli risponde con i suoi fuochi, che questa volta provengono dall´al di là. Ma, per la prima volta, Alberto Saporito non capisce: «Non ho capito, Zi´ Nico´ (Esasperato). Zi´ Nico´, parla cchiù chiaro!». La risposta alle nostre domande è dunque incomprensibile: nessuno, morti o vivi, ci rivela come dobbiamo vivere e cosa dobbiamo vedere. Tutto resta oscuro, come a Pietroburgo, alla fine di Delitto e castigo, quando Raskol´nikov confessa il proprio delitto. Oppure c´è un´altra risposta. Quando il sipario sta per chiudersi, Michele ritorna in portineria e ricorda per la seconda volta i suoi sogni di ragazzo: «Mi parevano spettacoli di operette di teatro. E quando mi svegliavo facevo il possibile di addormentarmi un´altra volta per vedere di sognarmi il seguito». Forse la giovinezza non è morta: se non riusciamo più a sognare (e i sogni sono così tremendi), possiamo ricordare le visioni della giovinezza, che ci consolavano e rallegravano. una lievissima speranza, un´esile possibilità, alla quale Eduardo allude con un cenno delicato. Le voci di dentro, che la compagnia di Luca De Filippo ha quasi finito di recitare a Roma e sta per riprendere a Napoli con la regia di Francesco Rosi, è forse il più bel dramma di Eduardo. Le nebbie e le visioni e i sogni di Pietroburgo sembrano, a tratti, quasi nascondere la Napoli di Scarpetta. Eppure quella Napoli, con le follie comiche di Miseria e nobiltà, è ancora viva. Quando la domestica dice che «si fosse nata signora, mi avrei fatta una casa tutte camere da letto», e Rosa Cimmaruta esalta le candele e il sapone, che ha imparato a fabbricare durante la guerra, e Carlo Saporito, che si è sentito male «p´a debolezza», mangia avidamente alle sette di mattina un piatto di maccheroni bruciati, - noi ridiamo come sempre, più di sempre, perché il riso viene illuminato dai bengala verdi del sogno. Pietro Citati