Varie, 16 novembre 2006
PELLEGRIN Paolo
PELLEGRIN Paolo Roma 11 marzo 1964. Fotografo • «“Se le tue foto non sono abbastanza buone significa che non sei abbastanza vicino”. Per anni l’imperativo dei fotogiornalisti nel mondo è stata questa frase di Robert Capa: esserci, essere in prima linea, aderire al soggetto, mostrarlo senza remore. Oggi, facendo un percorso parallelo a quello del giornalismo scritto, il fotogiornalismo cerca nuove strade, si interroga sulla sua funzione in un’epoca in cui i cittadini sono bombardati dalle notizie 24 ore su 24, in cui l’assuefazione è il pericolo. E il percorso che sembra prevalere punta sulla “leggerezza”, nel senso che le diede Italo Calvino nelle Lezioni americane: nulla a che vedere con la superficialità, piuttosto una ricerca dell’essenza e dei significati ottenuta attraverso un’opera di sottrazione e ripulitura. Ad emergere in questa ricerca è [...] Paolo Pellegrin, che esprime nei suoi reportage il senso di un rispetto forte per il soggetto, di un pudore che lo spinge, soprattutto di fronte al dolore, a fare un passo indietro, a privilegiare il senso sul dettaglio. La sua ricerca ha ricevuto [...] il più prestigioso dei riconoscimenti per un fotogiornalista: il “W. Eugene Smith memorial fund”. W. Eugene Smith è uno dei padri del fotogiornalismo moderno, un grande fotografo umanista, che sposava fino all’estremo i temi dei suoi reportage, con un’ossessione per il rigore, per l’etica. Rifuggiva l’idea dell’immagine singola, della grande foto solitaria, tutto aveva senso solo all’interno di un’indagine, di una storia. Fotografava per Life, lo mandarono a Pittsburg a testimoniare la grande città industriale, la capitale del lavoro. Doveva stare dieci giorni, rimase tre anni. Ebbe successo e riconoscimenti in vita, ma quando morì a 59 anni, nel 1978, aveva 17 dollari sul conto in banca e centinaia di rulli da sviluppare. Dal 1980, ogni anno, la fondazione che porta il suo nome assegna un fondo al miglior progetto fotogiornalistico. È il più ambito riconoscimento per un fotografo, perché non di premio si tratta ma di un finanziamento per continuare un lavoro di ricerca. Non si premiano solo foto, si premiano idee, lavori di lungo respiro. Lo hanno vinto Koudelka, Salgado, Peress, Nachtwey, l’italiana Letizia Battaglia, per la sua testimonianza sulla Sicilia e la mafia. Pellegrin - fotografo di Magnum [...] - lo ha ottenuto per il suo “viaggio attraverso le terre dell’Islam”. Un percorso cominciato nel 2001, alla vigilia dell’attentato alle Torri gemelle, da Marsiglia, da quei quartieri arabi raccontati con passione nei libri di Jean Claude Izzo. Il porto “africano” d’Europa è il ponte per l’Algeria, poi per la Libia, l’Egitto, il Sudan e il Darfur, l’Iraq, l’Afghanistan e soprattutto Israele e la Palestina. Infine il Libano. Ora l’Iran e il futuro Siria e Arabia Saudita. In mezzo potremmo mettere il reportage da Guantanamo, uno spicchio di Islam in mezzo ai Caraibi. I committenti sono il New York Times Magazine, Newsweek, di cui è uno dei cinque fotografi ufficiali, e l’edizione americana di Vanity Fair. [...] “Mi sento un catalogatore. Al di là del linguaggio e dell’estetica sento la necessità di creare documenti di quello che accade. Noi consumiamo eventi in un tempo velocissimo, tutto passa in un attimo. Lo Tsunami, la guerra, la morte del Papa, l’uragano Kathrina, il Libano, pochi giorni e la Storia appare consumata. Ci sembra tutto già lontanissimo un mese dopo. E allora il senso a quello che faccio me lo da l’idea che ci sia qualcuno che registra i fatti, gli eventi e ne lascia testimonianza”. Le foto di Pellegrin, però, non sono mai calligrafiche, troppo definite, anzi si potrebbe dire che appaiono leggermente mosse, sfocate. “Ci sono due modi di comunicare: c’è un tipo di foto che si rivela completamente, è un´immagine che parla, dice cose forti e chiare, è leggibilissima, ma è un’indagine finita, è la versione dei fatti del fotografo. L’altra, quella che mi interessa di più, è una fotografia non finita, dove chi guarda ha la possibilità di cominciare un proprio dialogo. E un invito: io ti porto in una direzione, ma il resto del viaggio lo fai tu”. Nelle sue foto c’è una quota di mistero, di indefinito, che può anche turbare. “Io presento la domanda che mi sono fatto davanti ai morti, alle guerre, alla sofferenza, poi lascio spazio ad ognuno perché si interroghi, perché si faccia un’idea”. [...] nel Libano del sud, a Tiro, un missile israeliano è caduto a pochissimi metri dalla sua auto: “Con Scott Anderson del New York Times eravamo corsi sul luogo di un’esplosione: c’era un uomo in terra, si trascinava, era l’obiettivo del primo missile. Appena sono sceso dalla macchina ne è arrivato un secondo. L’esplosione mi ha fatto volare per alcuni metri. Mi sanguinava la testa. Siamo scappati in una stradina laterale. Poi, di colpo, mi sono messo a correre. Sono tornato indietro, ho fotografato quell’uomo. La seconda esplosione gli aveva staccato un braccio ma respirava ancora. La strada era deserta, siamo rimasti noi due soli per una manciata di secondi. Poi sono corso via di nuovo. Mi sono chiesto spesso perché sono tornato lì. Probabilmente perché ero scappato e non lo accettavo e poi volevo capire, vedere, dare un senso a tutto quel rischio [...] Gilles Peress, l’autore di Telex: Iran (1983), un lavoro fondamentale su cui mi sono formato, teorizza che ognuno fotografa come vede: io fin da ragazzo non vedo bene, soffro di una progressiva riduzione del campo visivo e questo si legge nelle mie foto, nei bordi neri che incorniciano i soggetti”. Riconosce a Peress il merito di aver segnato la fotografia degli ultimi venti anni, così come negli anni settanta la rottura fu rappresentata dai Gypsies di Koudelka e nel decennio precedente da The Americans di Robert Frank. Ma l’allievo venticinquenne, che passava le giornate all’agenzia parigina Vu ad osservare Stanley Greene di ritorno dalla Cecenia, Tony Suau lavoravare per Time, che partiva per il suo primo viaggio nell’Uganda dell’Aids (gli valse il primo di sette World Press Photo) è cresciuto. [...] La foto che ama di più arriva nel 2002, l’ha scattata a Jenin in Cisgiordania, si vede una donna che sviene, sorretta da una folla di mani, durante il funerale del figlio ucciso in un raid israeliano. “Ci sono momenti in cui, per eccesso di stanchezza o di concentrazione, riesci ad azzerare le distanze con quello che ti circonda, entri in un flusso, ti guida l’istinto. Ero in mezzo alla folla, mi sono girato, ho alzato la macchina e ho fatto un solo scatto. Non c’era tempo per ragionare, ma in quell’istinto c’era la sintesi, l’essenza di tutto il mio lavoro”. Un lavoro solitario, ma che si nutre di discussioni collettive, di frequentazioni continue. [...]» (“la Repubblica” 31/10/2006).