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 2006  novembre 16 Giovedì calendario

Palance Jack

• (Volodymir Ivanovich Palahniuk) Lattimer (Stati Uniti) 18 febbraio 1919, 13 novembre 2006. Attore • «[...] nato in Pennsylvania [...] da una povera famiglia ucraina di minatori [...] Noto e nato per le parti da duro, cinico e perfido, sia nei western sia nei gialli, aveva avuto il volto sfigurato quando durante la guerra si era trovato su un bombardiere che s’infiammò e precipitò. Se si può dire così, fu anche la sua fortuna. Le operazioni plastiche (e anche la sua attività di pugile) gli diedero infatti quel profilo irregolare, quella grinta che lo resero perfetto per i ruoli da cattivo, come il suo coevo Richard Widmark (vivente: i duri hanno pelle dura…), con minor istrionismo. Comunque, mai fidarsi di Palance neanche se sorrideva; anzi, peggio. Un volto mai stato giovane, torturato, dichiaratamente vissuto, che arriva al comune senso del sadismo del cinema pop di allora, contro gli eroi biondi e puri (è Wilson, l’alto pistolero vestito di nero nemico del bassotto Alan Ladd nel Cavaliere della valle solitaria di Stevens) o le mogli in pericolo di vita tipo l’ansimante Joan Crawford di So che mi ucciderai. Il primo regista che lo nota e apprezza è Elia Kazan che lo usa a Broadway nel Tram che si chiama desiderio di Williams, storica edizione con Brando, Malden e la Tandy; e poi al cinema come assassino nel thriller razzial epidemico Bandiera gialla. Insomma, Palance (interprete di oltre 100 film) si fa odiare volentieri dalla platea, è ai limiti del caratterista, ma comunica tanta paura e adrenalina: si sa che sparerà o farà a botte, o entrambi, è un ”villain” nato con un volto che lo faceva il ”diverso” che terrorizza. Fu Robert Aldrich a valorizzare la sua vena drammatica con tre bei titoli: Il grande coltello, in cui è un divo del cinema ricattato e schiacciato dalla macchina di Hollywood impersonata dal produttore Rod Steiger; Attack! dove è un tenente in guerra che, abbandonato dai superiori, viene ucciso dai tedeschi; in Dieci secondi col diavolo nella Germania post bellica. La sua natura di deluso dalla vita, un iperrealismo non tanto poetico, lo porta a riprendere i ruoli romantici noir di Bogart, come in Tutto finì alle sei, remake di Una pallottola per Roy. Ma negli anni ”60, la sua carriera ha una svolta europea, e d’autore: lo troviamo in kolossal come Napoleone ad Austerlitz di Abel Gance e gladiatore palestrato nel Barabba di Fleischer, poi nel mosaico napoletan- americano del Giudizio universale di De Sica e nel controverso Disprezzo di Jean Luc Godard, con la Bardot, dove per nemesi storica ha il ruolo del produttore. Finché nei Professionisti di Brooks è il rivoluzionario messicano che rapisce la Cardinale, tornando a disobbedire con gustoso piacere a tutti i comandamenti. Curiosità di un attore comunque pronto anche a porgere l’altra guancia: la parte di Fidel Castro nel Che di Fleischer, il curioso pittore di Bagdad cafè di Adlon (e Palance dipinge davvero quadri fatti da lui). Infine, in terza nomination, l’Oscar da non protagonista vinto per il divertente Scappo dalla città, 1991, con Billy Crystal, in cui è un duro sopravvissuto all’etica e all’epoca della frontiera che insegna a vivere da rudi e a contatto con la natura ad alcuni amici metropolitani in crisi. Dopo una vita passata a menar le mani, vince per aver sorriso. E naturalmente la televisione, che accoglie tutti in finale di carriera, offrendo a Palance la venatura horror (Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Dracula, super classici di paura) di un curriculum composto di caratteri consapevolmente crudeli, ai limiti dello stereotipo ma con tutta la professionalità di un tipo che non aveva mai avuto, neppure nella realtà, vita facile» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 11/11/2006).