Varie, 13 novembre 2006
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Forest Philippe
• Parigi (Francia) 17 giugno 1962. Scrittore • «[...] ”In un mondo che nega la morte, io voglio rimettere il lutto al centro della letteratura”. in questi termini che Philippe Forest parla dei suoi romanzi, a cominciare dall’intenso e bellissimo Tutti i bambini tranne uno, a cui [...] fa seguito Per tutta la notte (entrambi pubblicati da Alet), dove, con la stessa forza e lucidità, riprende a raccontare la sua dolorosa vicenda autobiografica, descrivendo il vuoto terribile lasciato dalla scomparsa di sua figlia di quattro anni. ”Nei confronti della morte domina ancora una marcata forma di puritanesimo”, spiega lo scrittore francese, docente di letteratura all’Università di Nantes [...] ”La società ha paura della sofferenza. Le persone colpite da un lutto subiscono una sorta d’ostracismo sociale, di conseguenza non osano più esprimere pienamente il dolore e lo sconcerto provocati dalla morte. Questa specie di censura è una forma di violenza supplementare esercitata su chi già soffre... Nei miei romanzi, quindi, ho provato ad esprimere il baratro di un’esperienza di cui la società non vuole sentire parlare [...] Per molto tempo nella letteratura francese, specie in quella d’avanguardia, ha prevalso una sorta di sospetto nei confronti dell’io. L’autore doveva sempre essere assente dal proprio testo. Anch’io mi sono formato nell’ambito di questa cultura letteraria, sebbene poi le mie scelte romanzesche siano state molto diverse. Dopo la scomparsa di mia figlia, ho sentito la necessità di raccontare la mia esperienza, dandole però una forma letteraria per sfuggire alla semplice testimonianza di un dramma vissuto. Spesso, infatti, l’autofinzione, come viene definita in Francia, dà luogo a risultati regressivi e narcisistici, trascurando ogni preoccupazione letteraria. Diventa così l’equivalente dei reality show televisivi. Io non volevo cadere nella trappola del ”naturalismo dell’intimità’ [...] L’esperienza della morte, naturalmente, non è stata una scelta, ma senza la scomparsa di mia figlia non avrei mai scritto dei romanzi. D’altronde, la letteratura implica sempre una relazione con la morte e con il desiderio, due esperienze simili, dato che entrambe implicano un legame con qualcosa o qualcuno che ci manca, suscitando in noi un affetto e un attaccamento. Nelle pagine di Per tutta la notte evoco problematicamente la scelta di scrivere a partire dal lutto, una scelta non priva di ambiguità e contraddizioni. Dove la letteratura, diversamente da certa psicanalisi, non ha lo scopo di favorire l’elaborazione del lutto o di aiutarci a dimenticare. Al contrario, essa ci aiuta a resistere alla tragedia, perché la parola letteraria è sempre una parola di rivolta che rifiuta la morte. Quando si vuole parlare di un’esperienza radicale come la morte, lo si può fare veramente solo attraverso una forma letteraria, la sola capace di mostrarne tutta l’assurdità. So bene che la mia è una visione un po’ romantica, ma oggi mi sembra importante trovare modalità letterarie capaci di pensare l’emozione e la sofferenza. Come riesce a fare ad esempio molta letteratura giapponese e in particolare Kenzaburo Oe [...] A poco a poco, il testo finisce per prendere il posto del ricordo. La scrittura si sostituisce al passato di chi scrive, suscitando un sentimento di turbamento e di colpa. Non a caso, mi sono spesso domandato se avessi il diritto di trasformare in letteratura un’esperienza così dolorosa come la morte di un bambino, anche perché in un romanzo la sofferenza acquista inevitabilmente una dimensione estetica. Così, se da un lato denuncio la sublimazione letteraria della morte, dall’altro, da un certo punto di vista, vi contribuisco. Sono prigioniero di una contraddizione che non riesco a risolvere [...] Scrivendo, non cercavo l’oblio. Scrivere romanzi è stato un mezzo per sopravvivere, pur restando fedele alla tragedia che ho vissuto. Tuttavia la letteratura è al contempo un veleno e un antidoto. Da un lato, ha una funzione terapeutica, perché ci permette di riappropriarci della nostra storia attraverso il racconto, ma dall’altro riconduce questa storia verso un punto di vertiginosa sofferenza. in questa contraddizione permanente che si trova il cuore nascosto della scrittura”» (’la Repubblica” 8/11/2006).