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 2006  novembre 11 Sabato calendario

Duckworth Tammy

• (Ladda) Bangkok (Thailandia) 12 marzo 1968. Politico. Statunitense. Democratico • «Fa sempre lo stesso sogno: ha ancora le gambe, indossa la divisa da pilota, e sta camminando verso il suo elicottero a Baghdad. ”Bene, penso: posso correre dove mi pare e piace. Quindi cerco di non svegliarmi, perché dentro di me sento che mi aspetta una delusione”. Quando riapre gli occhi, infatti, l’elicottero, la divisa e le sue gambe sono sparite. In compenso si ricorda di essere una candidata alla Camera dei deputati americani, nella pattuglia di veterani dell’Iraq che i democratici hanno arruolato per battere George Bush sul suo terreno: per farlo pentire della scelta che scriverà la storia della sua presidenza, nel bene o nel male. Tammy allora si alza, scende in strada con le sue gambe bioniche, e ricomincia la nuova campagna. [...] il 12 novembre 2004 volava sopra Baghadad col suo Black Hawk. Lei è nata a Bangkok da un ex marine che lavorava per l’Onu, e quindi aveva sempre avuto due sogni: fare il soldato e il diplomatico. Per questo, quando la sua famiglia era tornata negli Usa, si era dedicata ai libri di affari internazionali. E quando è andata all’università, si era iscritta ai corsi allievi ufficiali Rotc: voleva diventare pilota di elicotteri, perché è l’unica posizione nelle forze armate Usa in cui le donne soldato possono combattere sul serio. Era entrata nella Guardia Nazionale dell’Illinois, e mentre preparava il dottorato di ricerca il suo reparto era stato mobilitato per l’Iraq: ”Mi volevano trasferire e lasciare a casa, ma io ho minacciato il comandante: non sognatevi neppure di partire senza di me”. Così il 12 novembre 2004 Tammy volava sopra Baghdad a 130 miglia orarie, quando un razzo ha colpito il suo elicottero. Lei ha continuato a pilotare, per atterrare e salvare l’equipaggio. Poi è svenuta. ”Mi sono risvegliata nove giorni dopo al Walter Reed Hospital di Washington. Sentivo un gran dolore ai piedi, ma non c’erano più”. Amputati, insieme alle due gambe fino al bacino: ”I miei compagni mi hanno salvata, portandomi dai medici, ma gli cadevo sempre dalle mani, perché il sangue perso a litri aveva reso il mio corpo troppo scivoloso”. All’ospedale, oltre al marito Bryan Bowlsbey che fa il capitano nella Guardia Nazionale dell’Illinois, andava a trovarla spesso un altro veterano mutilato: Bob Dole. L’ex senatore repubblicano l’aveva convinta che valeva ancora la pena di vivere, mentre i generali la coprivano di medaglie. Quando si era alzata dal letto la prima volta, sulle protesi montate dai medici militari, ci aveva messo due minuti a percorrere quattro metri: ”Ma l’esaltazione che ho provato non la scorderò mai”. Il senatore democratico dell’Illinois Durbin l’aveva invitata al Congresso, per sentire il discorso sullo stato dell’Unione del presidente Bush. Lì aveva deciso di dedicarsi alla vita pubblica, e poi entrare in politica: contro Bush. Non perché non le fosse piaciuto il discorso: ”Anzi, aveva dato un contesto al mio sacrificio”. Ma perché ”bisognava trovare il modo di cambiare strada”. Tammy non rimpiange la sua scelta: ”Ho sempre avuto dubbi sulla decisione di invadere l’Iraq, ma ho fatto il mio dovere di soldato e ne sono orgogliosa [...] La guerra in Iraq è stata un errore strategico. Invece di continuare a colpire al Qaeda in Afghanistan e cercare bin Laden, abbiamo aperto un altro fronte che non c’entrava nulla con l’11 settembre, creando più problemi invece di risolverli”. La sua soluzione non è ”tagliare la corda”, come dice Bush quando vuole accusare i democratici di mollezza, ma mutare tattica: ”Dobbiamo potenziare l’addestramento delle forze armate locali, e nel contempo ritirare gradualmente i soldati americani, in proporzione a quanti iracheni diventano pronti a difendere il loro paese”. Tammy è il simbolo della strategia elettorale dei democratici, che per contrastare Bush sul terreno della sicurezza e sfruttare l’impopolarità della guerra hanno candidato 61 veterani, di cui cinque reduci dall’Iraq. Lei, però, non è solo questo. Stringendo la mano di una signora incappottata, le parla come solo un militare potrebbe: ”Se le mie gambe l’hanno spinta a salutarmi, bene: sono la mia piattaforma politica. Da quassù, però, è facile cadere. Perciò ho molti altri temi, come la sanità per tutti, l’istruzione, una riforma dell’immigrazione che non regali l’amnistia agli illegali, il pareggio del bilancio, controlli più severi sulla vendita delle armi, ricerca sulle cellule staminali e difesa dell’aborto”. [...]» (Paolo Mastrolilli, ”La Stampa” 11/11/2006).