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 2006  novembre 11 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 13 NOVEMBRE 2006

Hillary Clinton o Barack Obama? La sera di martedì 7 novembre, mentre la vittoria democratica si faceva più netta, i volti delle due star della politica americana si alternavano sui network televisivi. Enrico Pedemonte: «Hillary parlava alla folla dall’alto del clamoroso successo registrato nello Stato di New York, dove ha sfiorato il 70 per cento dei voti. Obama concedeva interviste nella sua veste di carismatico ragazzo prodigio della politica Usa. Chi dei due sarà il futuro candidato dei progressisti alla presidenza degli Stati Uniti?». Joshua Muravchik, intellettuale dell’American Enterprise Institute, fortino neoconservatore a Washington: «La vittoria democratica apre con largo anticipo la campagna elettorale del 2008». [1]

Una donna contro un nero. Fino a poco tempo fa immaginare una sfida del genere nella corsa alla Casa Bianca sarebbe stato fantapolitica. Adesso diventa possibile. Alberto Flores d’Arcais: «Sarebbe una sfida fratricida, da consumarsi tutta nelle primarie democratiche che inizieranno nel gennaio 2008. Hillary, ex First Lady, da quattro anni senatrice di New York con alle spalle la macchina elettorale e la capacità di raccogliere miliardi del clan Clinton; Barack, senatore dell’Illinois dal 2004, figlio di un immigrante del Kenya, forte, al momento, solo della sua incredibile popolarità. Una sfida perfetta per giornali e tv, uno scontro che oscurerebbe le primarie repubblicane per scegliere il successore di George W. Bush». [2]

Hillary Clinton potrebbe diventare la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Arturo Zampaglione: «Ha già dato un orientamento molto preciso alla sua campagna presidenziale: punta al centro. Vuole recuperare i settori moderati che nel passato votarono per i repubblicani e sono poi rimasti scottati dalle guerre e dalle politiche di George W. Bush. Vuole dare nuove speranze ai ceti medi schiacciati dalla globalizzazione e alle soccer mom, le mamme del pallone, cioè quelle donne delle periferie benestanti che hanno a cuore i problemi della famiglia e dell’educazione dei figli. Vuole ristabilire un rapporto con settori religiosi e delle forze armate che nel passato furono lasciati in pasto alla destra». [3]

Hillary è insieme la più amata e la più odiata dai militanti democratici. Flores D’Arcais: «Chi la sostiene ne è entusiasta, vaneggia di un possibile ticket familiare con Bill come vicepresidente ed è pronto a sostenerla anche se i sondaggi dicono che contro i repubblicani avrebbe poche chance di vittoria; i critici le rimproverano il suo voto (a favore) sulla guerra in Iraq, l’accusano di voltafaccia su temi come l’aborto, le contestano le sue iniziative bipartisan con Newt Gingrich. Tra i vari candidati democratici (nomi che ricordano brucianti sconfitte, come Kerry, Edwards, addirittura Al Gore) è di gran lunga la favorita. Anzi lo era». [2]

Hillary resta una figura polarizzante in America. Un sondaggio di agosto stimava al 32 per cento i cittadini che ne hanno un’opinione «molto positiva» e al 39 quelli che invece la considerano «molto negativamente». Maurizio Molinari: «Senza contare che negli ipotetici duelli presidenziali con i repubblicani John McCain e Rudolph Giuliani non avrebbe scampo, perdendo di molte lunghezze. Pur essendo uno dei volti più ”conosciuti del mondo”, come ha scritto il New York Times, e nonostante possa contare sulla più formidabile macchina per la raccolta fondi del partito democratico, Hillary può rivelarsi un’arma a doppio taglio per il suo stesso partito». [4]

Secondo i più Hillary sarebbe destinata a perdere nello scontro nazionale del novembre 2008. Alessandra Farkas: «Se il 77% dei democratici la descrive, infatti, come ”un leader forte”, per il 68% dei repubblicani è solo ”un’opportunista disposta a tutto per vincere”. Con solo il 3% di indecisi – e l’inarrestabile valanga di libri anti-Hillary ancora in uscita – nessuno s’aspetta che i democratici riescano a riconquistare gli Stati repubblicani del centro-sud. Ma il suo tallone d’Achille potrebbe essere lo stesso Bill. ”Il 70% lo approva”, spiega Time, ”ma solo il 18% lo vorrebbe di nuovo alla Casa Bianca accanto a Hillary”. ” un egocentrico abituato ad avere tutti i riflettori per sé e potrebbe finire per sabotarla”, mette in guardia l’entourage di lei». [5]

«Barack Obama non è una persona, è un’idea», dicono i suoi sostenitori. Mike Spahn, portavoce di Tammy Duckworth, la pilota rimasta senza gambe in Iraq candidata dai democratici: « un’idea perché non conquista solo il voto dei neri, ma trascende tutti gli errori commessi dall’America nella sua storia. Se diventasse presidente, vorrebbe dire che gli Stati Uniti sono davvero rinati». Paolo Mastrolilli: «Gli ultimi sondaggi lo danno subito dietro la ex first lady, come candidato preferito dai democratici per la Casa Bianca nel 2008. Lui ammette che ci sta pensando, anche se chi lo teme lo accusa di avere poca esperienza. ”Ma perché - obietta Spahn - quanta esperienza aveva Bush nel 2000?”». [6]

La storia di Obama è un romanzo che lui stesso ha cominciato a raccontare con i primi due libri, Dreams from my Father e ora The Audacity of Hope. Il padre era un nero nato in Kenya (Barack in swahili significa ”benedetto”), la madre una bianca del Kansas, e si erano incontrati alle Hawaii. Mastrolilli: «Dopo la separazione dei genitori Barack è cresciuto coi nonni materni, facendo surf e fumando spinelli. Ha persino confessato che li aspirava. Poi però ha messo la testa a posto, si è laureato in legge da Harvard con lode, è diventato avvocato a Chicago, si è sposato con Michelle, e ha cominciato la carriera politica a South Side, il ghetto nero della città. Da allora in poi è stato inarrestabile, fino a quando il discorso alla Convention democratica del 2004 ne ha fatto una stella nazionale». [6]

La forza d i Obama «sta nella capacità di connettersi con qualsiasi tipo di pubblico» spiega Abner Mikva, l’ex giudice suo mentore politico, ricordando che arrivò alla guida della Harvard Law Review perché in grado di «comprendere le ragioni dei conservatori». Molinari: «Obama parla spesso di fede, si descrive come un cristiano rinato grazie al volontariato a Chicago, coniuga Dio e pluralismo e si spinge fino a sfidare alcuni dei più consolidati tabù liberal, come quello dell’aborto. Basta leggere alcune delle pagine del suo libro per comprendere quanta attenzione dedica a chi si batte contro l’aborto pur ribadendo di essere a favore dell’interruzione di gravidanza». [7]

La volontà di comprendere le ragioni di chi non la pensa come lui e di spingere i democratici a «non lasciare il dialogo con i credenti nelle mani dei repubblicani» sono all’origine di una popolarità che Time paragona con quella che ebbe Colin Powell nel settembre 1995, quando l’allora ex generale fu considerato un possibile candidato presidente afroamericano grazie ai 2,6 milioni di copie vendute con la autobiografia. «L’attuale Obama-mania ricorda quanto avvenne con Powell, i due hanno in comune il fatto di essere dei neri che, come Tiger Woods, Oprah Winfrey e Michael Jordan, hanno un forte impatto sull’immaginazione degli americani perché si lasciano alle spalle i tradizionali stereotipi razziali» ha scritto «Time». [7]

Gli afro-americani sono un blocco decisivo per i democratici, ma secondo il Pew Center potrebbero non andare alle urne, perché il 29% pensa che le loro schede non saranno contate. Nel 2000 Bush aveva preso solo l’8% del voto nero e quattro anni dopo l’11%. Mastrolilli: «Obama si è trovato nella singolare condizione di andare in Tennessee per sollecitare i neri ad eleggere il nero Harold Ford, obbedendo alla razza, e in Maryland per convincerli a non sostenere l’afro-americano repubblicano Steele contro il bianco democratico Cardin: ”Dobbiamo votare per le idee, non per il colore della pelle che le contiene”. Contraddizioni da campagna elettorale? Forse. Oppure piattaforma per saltare oltre gli steccati della razza, nella corsa alla Casa Bianca». [6]

Politicamente Obama è un moderato-innovatore. Flores D’Arcais: «Al contrario di Hillary si è schierato contro la guerra in Iraq (anche se non ha partecipato al voto del 2003, in quanto non era ancora senatore) e piace per questo anche ai liberal. Sa parlare con linguaggio ”bipartisan” (Bush lo ha voluto ospite a cena) è popolare anche negli stati a maggioranza repubblicana perché arriva al cuore dell’elettorato conservatore parlando di fede, valori e orgoglio americano; è coerente con le sue scelte politiche, diretto nell’ammettere gli errori e nel rivendicare il diritto a cambiare idea». [2]

Alla vigilia delle elezioni Congressuali, Obama si è recato nell’America profonda per proporre il suo nuovo libro, L’audacia della speranza, e per restituire bipartisanship e civiltà alla politica polarizzata dai neocon. Joe Klein, giornalista di punta di Time autore del best seller Anni Novanta, Colours (sul presidente Clinton, ne fu tratto un film con John Travolta) l’ha accompagnato nel viaggio e ha scoperto che sa mobilitare anche i bianchi moderati perché trascende lo stereotipo razziale e rifiuta di demonizzare gli avversari. Ennio Caretto: «Ma Obama ha frenato su una sua eventuale corsa alla Casa bianca nel 2008: ”Penserò a come potrò essere più utile al Paese – ha detto a Klein – e a come conciliarlo con il mio impegno di buon padre e buon marito”. Un ”nì” che ha eccitato i liberal. ”Ho toccato la mano di un futuro presidente!” ha gridato una donna. ”Il Kennedy nero” ha affermato un giovane». [8]

Secondo Klein, per diventare il primo presidente nero della storia Obama dovrà dimostrarsi «meno ragionevole e più forte», perché così gli americani vogliono il loro leader. [8] Flores D’Arcais: «Durante il tour promozionale del libro ha avuto una visibilità mediatica incredibile, le televisioni hanno fatto gara ad intervistarlo, gli sono state dedicate le copertine di riviste politiche, di varietà e di moda. E i maggiori editorialisti si sono dovuti cimentare su di lui. Chi invitandolo a presentarsi subito, chi consigliandolo ad attendere ancora qualche anno. Stando alle sue parole è pronto a dare retta ai primi. Ora dovrà fare i conti con il ”clan Clinton”, lui che dai Clinton è stato lanciato. Lei reagisce con fair play: ”Se si candida è una buona notizia”; ma negli ambienti democratici c’è chi è già pronto a scommettere che se lui si candida davvero, forse alla fine Hillary rinuncerà». [2]