Paolo Colonnello, La Stampa 8/11/2006, pagina 1, 8 novembre 2006
Farina innamorato di Pollari. La Stampa, mercoledì 8 novembre Milano. «Pollari mi chiese una cosa
Farina innamorato di Pollari. La Stampa, mercoledì 8 novembre Milano. «Pollari mi chiese una cosa... Allora lì c’è il perenne problema di coscienza: se i servizi ti chiedono una cosa, cosa fai? Io allora ho pensato che c’è una guerra mondiale in atto e io qualsiasi energia, fosse anche l’energia del pelo del mio mignolo, io la metto a disposizione di questo Paese, questo ho pensato». Si fa presto a dire «agente Betulla». Ma poi si leggono le quasi duecento pagine dell’interrogatorio di Renato Farina, vicedirettore di Libero e informatore «volontario» del Sismi e si rimane sconcertati. Perchè alla fine, tra tormenti, crisi di coscienza, esaltazioni e ingenuità, mascalzonate e ricattini, tutto sommato il vice di Feltri ne esce come vittima. «Forse sono stato un cretino», ammette al termine della lunghissima ricostruzione del suo rapporto con i servizi. Usato in un gioco più grande di lui. «Devo dire che ho quasi sempre informato Feltri, che è sempre stato scettico. A Feltri gli ho sempre detto queste cose di questi rapporti... Ma lui mi diceva che prima o poi sarei finito nei guai». Farina stesso, di certe cose un po’ è pentito: «Di una cosa voglio dire che mi preme sulla coscienza, ho già chiesto scusa, cioè la telefonata che ho fatto su dall’albergo dove dico che vedo D’Avanzo e Bonini (due giornalisti di Repubblica, ndr) che parlano al telefono. Questa cosa qui, un attimo dopo che l’ho fatta, ho detto ”sono proprio uno stronzo”. Lì c’entrava una rivalità professionale che potevo risparmiarmi...». «Sembrava Renato Rascel» «La prima volta che incontrai Pio Pompa, mi sembrava tutto fuorchè uno dei servizi. Mi sembrava un manichino, mi sembrava Renato Rascel nel film ”Il cappotto”. Pollari diceva di Pompa: ”Io lo chiamo Shadow, la mia ombra”... Vi sembrerà ridicolo ma io con lui parlavo soprattutto di questioni filosofiche e religiose. Io chiedevo conto della filosofia del Sismi, che non fecesse delle illegalità, volevo sapere se per avere certe informazioni usassero delle torture... Ma Pompa mi ha garantito che il Sismi non faceva illegalità...». Assolutamente convinto di essere stato chiamato dalla Patria a combattere «la quarta guerra mondiale» (la terza, evidentemente, gli deve essere sfuggita sotto il naso) Farina, davanti ai pm Romanelli e Civardi che lo interrogano in un caldo pomeriggio del 7 luglio scorso, decide di raccontare proprio tutto (in un verbale ora depositato agli atti dell’inchiesta Abu Omar) trasformando il confronto in una sorta di psicoterapia, al termine della quale sembra quasi guarito: «Io avevo un rapporto fiduciario con Pollari, forse in modo acritico, adesso ripensandoci mi rendo conto che è stata... cioè... Io mai e poi mai ho inteso favorire un indagato. Questo, direbbe Berlusconi, lo giuro sulla testa dei miei figli. Ecco, ma è così... Altri hanno usato le mie parole per favorire degli indagati, hanno carpito la mia buona fede». E lo dice quando, leggendo alcune intercettazioni che i pm gli mostrano, si rende conto che Pompa, Pollari e Marco Mancini, che Farina sospettava essere «al servizio degli americani», usano le sue informazioni per tutelarsi dall’inchiesta della procura milanese e non, come immaginava lui «per la sicurezza nazionale». Quei contatti in Serbia Pollari, racconta Farina, lo conobbe facendo da «ghost writer» a Cossiga per alcuni articoli su Libero che caldeggiavano la nomina del generale al vertice del servizio segreto militare. Nei primi mesi del 2004 «Pollari mi chiede di stabilire dei contatti con qualcuno dei servizi segreti in Serbia», dove Farina era stato durante la guerra del 1999. Da questo momento inizierà un intenso rapporto tra il giornalista e il capo del Sismi. «Durante un lungo colloquio gli chiesi: voi torturate? Lui mi disse che era cattolico e che metteva al primo posto il rispetto per la persona umana e per questo aveva avuto vari problemi. Parlammo per 5 o 6 ore, dopodiché io è come se mi fossi innamorato di Pollari, della sua persona, della sua idealità, cioè capivo che questa Italia era in buone mani». Missione Al Jazeera Ci crede a tal punto Farina che, quando deve andare a un convegno organizzato da Al Jazeera nel Qatar, invitato dal suo amico giornalista Imad El Atrache, i servizi gli chiedono di montarsi una microcamera negli occhiali o in una valigetta per tentare di riprendere il filmato della morte di Fabrizio Quattrocchi. Andò così: Farina perse l’aereo e chiamò il Sismi per informarli. Loro gli dissero che lo avrebbero aiutato a ripartire in cambio di questo favore. «Ma io non volevo, mi sembrava di tradire la fiducia di un amico. Ne parlai a Pollari e lui capì. Mi disse che avrebbe mandato un’altra persona con me». Non se ne fece niente. Però, per la disponibilità, Pompa e Pollari insistettero per pagarlo. Fu il primo versamento: 1500 euro. «Mille li usai per pagare Al Trache per degli articoli che aveva scritto su Libero e che ancora non gli erano stati saldati. Il resto lo usai per pagare la differenza del nuovo biglietto aereo». Una ricevuta, i soldi Serviva una ricevuta e una firma: «Mi dissero: usa uno pseudonimo. All’inizio era Cedro ma poi ho pensato, visto che Al Trache è libanese, poi lo sputtano. Allora ho pensato: parallelo del cedro del Nord è la betulla...». I pagamenti, spiega Farina, andarono avanti fino al giugno di quest’anno: 30 mila euro in tutto. «Erano rimborsi. Ma io non li volevo, anche se capivo che psicologicamente serviva al servizio per potermi poi chiedere informazioni. Comunque quei soldi li ho dati tutti in liberalità assieme a mia moglie, li ho messi dentro Santa Maria Maggiore perché non volevo creare problemi rifiutandoli». «C’è stato un periodo in cui ho detto espressamente a Pompa che non ne volevo più sapere di questo tipo di cose. Non ho mai sospettato che in via Nazionale esistessero dossier su magistrati o personaggi che hanno autorità nello Stato. Di queste cose non ho mai avuto coscienza di peccato». Paolo Colonnello