La Stampa 10/11/2006, pag.3 Claudio Gallo, 10 novembre 2006
Inventò il robot delle condoglianze. La Stampa 9 Novembre 2006. «Se non sei criticato vuol dire che non stai facendo bene il tuo lavoro», aveva scritto nel suo manuale di sopravvivenza alla Casa Bianca intitolato con sobria sprezzatura «Le regole di Rumsfeld»
Inventò il robot delle condoglianze. La Stampa 9 Novembre 2006. «Se non sei criticato vuol dire che non stai facendo bene il tuo lavoro», aveva scritto nel suo manuale di sopravvivenza alla Casa Bianca intitolato con sobria sprezzatura «Le regole di Rumsfeld». Lui le dimissioni le aveva anche offerte un paio di volte ma George W., il figlio di George, non le aveva volute accettare. Nato in una famiglia della classe media di Chicago nel 1932, nonno tedesco, ha mantenuto nel carattere l’irruenza atletica della gioventù, appena temperata dai buoni risultati scolastici. Nelle superiori era nella stessa scuola di Rock Hudson, Charlton Heston e Christie Hefner, la figlia dell’inventore di Play Boy. A Princeton è ricordato soprattutto come campione di wrestling. Oggi lascia la scena con un curriculum insuperabile: è stato sia il più giovane che il più vecchio segretario alla Difesa, cominciò con Gerald Ford tra il 1975 al 1977, passando da Nixon, Reagan e Bush I, per finire con Bush II. Si dice che Kissinger lo abbia definito «l’uomo più spietato che abbia mai incontrato» (il signore se ne intende - commenta sarcasticamente Rotten.com - ha conosciuto Mao e Pinochet, per non parlare di se stesso) salvo poi aggiungere come attenuazione che era «il più dotato tra i politici-burocrati a tempo pieno, un uomo in cui ambizione, capacità e stoffa si fondono inestricabilmente». Certo una forza della natura, il suo vice, il falco della prima amministrazione Bush, Paul Wolfowitz (ora presidente della Banca Mondiale) lo descrive come «una fonte di energia costantemente attiva...provoca piccoli uragani ovunque vada». Recita infatti una delle «Rumsfeld’s Rules»: «Nel dubbio non farlo. Se sei ancora in dubbio, fai la cosa giusta». A volte ha dovuto ammettere di non aver fatto la cosa giusta, come nel dicembre 2004 quando ammise di aver usato un’apparecchio automatico per firmare le lettere di condoglianze alle famiglie dei soldati morti in Iraq. L’Iraq è sempre stata la sua passione, fin da quando era inviato di Reagan per il Medio Oriente. Fu uno dei principali artefici dell’avvicinamento americano a Baghdad in funzione anti-iraniana. Nel 1982 l’Iraq sparì dalla lista degli sponsor del terrorismo aprendo la via a una visita al nuovo alleato nel Golfo. Tutti i servizi segreti sapevano (e Robert Fisk lo scriveva) che l’Iraq usava armi chimiche contro i pasdaran ma Rummy disse che «la caduta dell’Iraq sarebbe stata una grave sconfitta strategica». Celebri scatti immortalano nel 1983 la stretta di mano con il futuro mostro Saddam che appare raggiante per la ripresa delle relazioni diplomatiche con il primo fornitore di armi al mondo. Incoraggiate apertamente e nascostamente da Washington, le aziende americane cominciarono a spedire in Iraq carichi di veleni chimici e agenti patogeni. Il compito di preparare l’esercito per il 21° secolo gli era stato affidato da Bush padre: i soldati americani dovevano essere in grado di combattere due guerre simultaneamente in due diverse parti del mondo. Il fallimento di questo obiettivo è ironicamente una delle motivazioni del licenziamento di ieri. Poco prima di abbracciare la causa delle guerre del futuro, lo ha raccontato il «Guardian» nel maggio del 2003, lo troviamo direttore «non esecutivo» di un’azienda svizzera che aveva appena vinto un appalto per la costruzione di due reattori ad acqua leggera per la Corea del Nord. La politica clintoniana di apertura verso Pyongyang incoraggiava. Rumsfeld a differenza di altri leader repubblicani, ferocemente contrari, glissò, anche se la sua portavoce fece poi notare che sul contratto «non c’era stato alcun voto». L’11 settembre tornò sotto i riflettori, c’era da menare le mani: per un attimo la sua popolarità sfiorò quella del presidente. Poi l’esercito del futuro s’impantanò nel passato iracheno che tornava. Persino i generali gli erano diventati ostili. Non che questo lo turbasse, trovò anche il tempo, secondo le dichiarazioni della direttrice di Abu Ghraib il generale Karpinski, di autorizzare di persona gli interrogatori stile Guantanamo. Lui smentì ancora una volta. D’altra parte la dialettica non gli manca. Il settimanale «Slate» ha pubblicato un’estratto letterale dei suoi interventi al Pentagono in forma di poesie. Una dice: «Come si sa, ci sono conoscenze conosciute, ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo pure che ci sono conoscenze sconosciute. Vale a dire che sappiamo che ci sono cose che non sappiamo. Ma ci sono anche non conoscenze sconosciute, quelle che non sappiamo di non sapere». Il che è innegabile. Claudio Gallo