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 2006  novembre 09 Giovedì calendario

Botha Pieter

• Willem Paul Roux 12 gennaio 1916, Wildernes (Sudafrica) 31 ottobre 2006. Politico • «[...] ex presidente del Sudafrica, ultimo in carica durante l’epoca in cui nel paese era pienamente in vigore il regime razzistico dell’apartheid. [...] Strenuo paladino della segregazione razziale, Botha fu primo ministro e poi capo dello Stato dall’84 all’89. In quell’anno fu costretto a dimettersi: ufficialmente perchè era stato colpito da infarto, peraltro non grave, ma in realtà soprattutto perchè lui per primo aveva compreso che il mondo stava cambiando troppo in fretta per continuare ad accettare la politica discriminatoria nel Paese più ricco del continente, dove la maggioranza nera era privata di ogni diritto a favore dei ceti privilegiati bianchi. Fu allora proprio Botha che, a sorpresa, cominciò a introdurre le prime, timidissime modifiche al regime imperante, e ciò gli costò l’appoggio del suo Partito nazionale, allora saldamente al potere. Gli succedette Frederik Willem de Klerk, che avviò il definitivo smantellamento dell’apartheid, opera valsagli nel 1993 il premio Nobel per la Pace insieme a Nelson Mandela. Botha era diversissimo da de Klerk, anche sul piano strettamente caratteriale; volitivo e decisionista, era non per caso soprannominato il Grande Coccodrillo» (’la Repubblica” 1/11/2006) • «Gli uomini sono più buoni con i morti che con i vivi. Nessuno più di Pieter Botha si è impegnato con zelo sacerdotale a innalzare e difendere, dagli Anni ”60 fino al 1989 quando lasciò la carica di presidente, il sistema ”legale” dell’apartheid in Sud Africa, l’ultimo razzismo costituzionale del mondo. Ora che è morto, novantenne, nella sua casa di Western Cap tutti, comprese le vittime che ne assaggiarono il pugno implacabile, preferiscono ricordarlo per le sue timidissime, strumentali riforme. Come un uomo cioè che teneva i piedi in due scarpe, con una si incamminava con passo claudicante verso la nuova era, l’altra impantanata nel passato. Così Mandela, di cui fu il carceriere, ha detto che di lui sono da ricordare ”i passi che ha avviato per aprire la via a un accordo pacifico nel nostro Paese”. Egualmente cauta la rilettura anche del successore di Mandela, Thabo Mbeki, che lo accredita comunque di ”aver capito la futilità di lottare contro ciò che era giusto e inevitabile”. Una goccia di severità la deposita solo Frederik De Klerk, ultimo presidente dell’apartheid e suo coraggioso smantellatore: ”Non apprezzavo il suo stile autoritario”. A Botha è toccato il destino di detenere il potere nel momento in cui un mondo, quello del potere bianco, anacronistico, assediato dalle indignazioni al fulmicotone del mondo intero, stava per crollare. Di essere il notaio dunque di un fallimento, incarico che raramente si associa alla grandezza ma che conferisce un fascino ambiguo. Si battè per prestargli un’iniezione di giovinezza, per esempio modernizzando l’apparato statale e repressivo. Seminò tentazioni e lusinghe per dividere i neri dalle altre minoranze, con i bantustan fintamente autonomi per le tribù obbedienti e una camera per meticci e indiani, consentendo a qualche centinaio di meticci con il naso non troppo schiacciato di entrare nella razza bianca. Il suo trionfo più grande, nell’allentare l’assedio, fu di indurre l’Africa a stringergli la mano, a lui il carceriere di Mandela. E tra i primi a farlo fu il marxista mozambicano Samora Machel. Ai suoi aveva raccomandato l’arte, in cui sono maestri, di non morire, con uno slogan celebre: ”Adattatevi! O scomparirete”. In fondo questi africani bianchi, questi pieds noir senza una patria di ricambio che hanno resistito perfino all’occupazione inglese, gli hanno dato retta: scavandosi una nicchia anche nel nuovo stato guidato dai neri. Botha, come gli imponeva la biografia restò orgogliosamente con lo sguardo volto all’indietro. Era vibratamente razzista, qualifica che non gli portava né vergogna né vanità, la portava come il cane porta la coda. Quando andò in pensione l’apparato segregazionista era tutto in piedi: i ghetti alle periferie delle città, l’ideologia della supremazia bianca, le fiabe dello sviluppo separato, si ergevano iniquissime come se si preparassero a affrontare ancora i secoli. Erano scolorite sui muri solo le scritte che vietavano l’ingresso ai neri ma il quartiere di Hillbrow, zona ”grigia” di Johannesburg dove neri e bianchi tentavano un delicato esperimento di convivenza fu smantellato a colpi di ”Groupe Area Act” che imponeva residenze separate. ”Non ho nulla di cui scusarmi; Mandela, quando era in galera, l’ho trattato come un signore”. Graffiava ancora ”Peewe” nel ”98 quando lo trascinarono in tribunale per aver rifiutato di testimoniare davanti alla commissione di inchiesta sui crimini dell’apartheid. La segregazione razziale restava per lui ”un buon vicinato”, e il pugno di ferro repressivo la replica ”all’attacco comunista che minacciava lo stato”. Andò in tribunale esibendo una compagna più giovane di 35 anni, e fulminando tutti con gli occhi vivi e ghiacci. Perché gli sembrava un affronto portalo davanti a un giudice nero, con la folla che ballava e cantava davanti al tribunale, estasiata dal vederlo finalmente nel ruolo di accusato. Il processo finì in nulla» (Domenico Quirico, ”La Stampa” 2/11/2006).