La Stampa 07/11/2006, pag.17 Roberto Beccantini, 7 novembre 2006
AIDS e il mondo meno Magic. La Stampa 7 Novembre 2006. Era il 7 novembre di quindici anni fa, e da quell’annuncio, «Sono sieropositivo», tutti cercarono di scendere
AIDS e il mondo meno Magic. La Stampa 7 Novembre 2006. Era il 7 novembre di quindici anni fa, e da quell’annuncio, «Sono sieropositivo», tutti cercarono di scendere. Tu quoque, Magic? Sì, anche lui. Earvin Johnson. Magic, appunto, per il modo in cui giocava a basket. Los Angeles Lakers, costa Ovest, Jack Nicholson e glamour, notti e pupe che non finivano mai. Contagiato. E, addirittura, reo confesso, come si affrettarono a chiosare i cicisbei del tifo: i primi a staccarsi dall’idolo dopo aver dato un’occhiata ai sondaggi. Millenovecentonovantuno: Bush padre scatenava l’operazione «Desert Storm» contro Saddam Hussein per indurlo a ritirarsi dal Kuwait; Gorbaciov veniva destituito da un golpe; la mafia assassinava Libero Grassi, l’imprenditore siciliano che si ostinava a non pagare il pizzo. E poi, nello sport, quella roba lì: ho l’Aids, quando la battaglia per circoscriverne la diffusione era appena agli inizi. Spiazzò il mondo, Magic. Perché i campioni sono dèi, e gli dèi si venerano, mica si controllano in ambulatorio. L’aura di machismo invincibile e irresistibile, in campo e a letto, imponeva la fedeltà e tollerava, al massimo, l’invidia. Nient’altro. Johnson - trentaduenne, allora - aveva dominato il basket degli Anni Ottanta così come Michael Jordan avrebbe tiranneggiato il decennio successivo. Due mostri. Non a caso, il primo al quale Magic confidò la notizia, al cellulare, fu proprio Jordan. A quei livelli, i loro livelli, lo sport incarnava una sorta di zona franca, in cui molto, se non tutto, era dovuto. A un patto: che, nella peggiore delle ipotesi, le bocche restassero chiuse. D’improvviso, una uscì dalla clandestinità e parlò. La sua. Aver stuprato il candore bigotto di un Paese come l’America fu considerato un tradimento. Proprio Magic, il collezionista di titoli Nba, il più amato, coccolato e imitato. Aveva preso la peste e aveva avuto l’impudenza di spifferarlo. Al rogo, al rogo. E la moglie Cookie, e i figli? Non solo: come e quando era stato infettato, e da chi: uomini, donne? Non era faccia tosta. Era coraggio. Di più: un urlo. Sono come voi. Straricco e stracocciuto, Magic decise di non darla vinta ai Savonarola in frac che tratteggiavano scenari apocalittici. Tornò. Con il Dream Team di Jordan, si prese l’oro olimpico di Barcellona, e pazienza se gli australiani minacciarono di non affrontarlo per paura del contagio. C’è sempre un prezzo da pagare, se intendi trasformare una «condanna a morte» in una risurrezione. Tornò anche nella Nba, e una foto del trainer dei Lakers che gli medicava una ferita senza guanti, fece gridare allo scandalo. Molti avversari si smarcarono. Per alcuni, era bisessuale; per altri, una spada sospesa «sui nostri stipendi». Il sindacato della Nfl (football americano) gli appiccicò l’etichetta di «pericoloso», ultima fermata prima di «wanted», ricercato. Magic finì per ritirarsi, dopo essersi inflitto un improbabile esilio in Svezia. Oggi, governa un impero da 500 milioni di dollari: centri di fitness, teatri, cinema, ristoranti, caffè, case discografiche. Se il corpo ha perso, il messaggio ha vinto. Lo sport ha mollato l’ipocrisia al suo destino e accettato l’Aids. Non si nasconde più. Lo combatte. Fondazioni, comunicazione, prevenzione. Piccole cose come spedire il giocatore dal medico in panchina alla prima goccia di sangue. Forse è panico tribale. Forse è esorcismo artigianale. Probabilmente, ci saremmo arrivati comunque. Di sicuro, l’outing di Magic Johnson ha snellito il traffico, togliendo di mezzo le code ai pulpiti. Non è stato facile. Greg Louganis, olimpionico di tuffi, figlio adottivo di padre greco e di una contadina, ha pagato anch’egli un pesante tributo al suo essere omosessuale e affetto da Aids. Qualcuno ebbe la volgare impudenza di rovistare persino nella vita di Arthur Ashe, il primo e unico tennista nero a conquistare Wimbledon, morto di Aids nel febbraio del 1993, all’età di 49 anni: l’aveva contratto in seguito a una trasfusione di sangue infetto, subìta durante un intervento chirurgico al cervello. Altro che Sodoma e Gomorra. Le rivoluzioni - quelle vere, legate come sono all’abbattimento dei muri - esigono sempre un alto numero di vittime, immaginarie e no. «Sieropositivo» non è più una lettera scarlatta appesa alle pareti degli spogliatoi. Lo sport isola felice riposa in pace nella mente, bacata, dei moralisti più incalliti. Magic Johnson è stato una carezza al basket e un pugno ai cultori della razza superiore. Valentino Rossi corre in Sud Africa ed espone un cartello a favore dei farmaci gratuiti per la lotta contro l’Aids. Si controlla, e ci si controlla, molto di più. Certo, le barriere restano. Lo sport non è diventato più casto. Semplicemente, ha capito che ci deve essere un presente anche per chi cade o ci casca. Meno «magic», meno falso. Roberto Beccantini