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 2006  ottobre 29 Domenica calendario

Roberto Calasso. La Repubblica 29 ottobre 2006. Mlano. Cinquecento titoli in poco più di quarant´anni sono il cospicuo patrimonio editoriale che compone la collana della "Biblioteca Adelphi"

Roberto Calasso. La Repubblica 29 ottobre 2006. Mlano. Cinquecento titoli in poco più di quarant´anni sono il cospicuo patrimonio editoriale che compone la collana della "Biblioteca Adelphi". L´ultimo nato, il cinquecentesimo appunto, è Il rosa Tiepolo di Roberto Calasso. Incontro Calasso nella sua casa milanese. Mentre lo osservo sistemarsi dietro una scrivania soverchiata da pile di libri, penso che la questione cruciale sia come si fa ad essere contemporaneamente editore e scrittore. Nulla, in teoria, vieta di abbracciare entrambe le vocazioni. Ma se un editore scrive - e lo fa di rado - è per parlarci del suo mestiere, spingendosi al più a raccontare protagonisti della cultura che ha incontrato, personaggi che sono stati in qualche modo determinanti per la casa editrice. Il caso Calasso è un po´ speciale. Guardo lo studio in cui sediamo e vedo scorrere nella libreria tutt´intorno edizioni in lingua originale: è una costellazione di testi che abbraccia l´Oriente, l´Islam, l´Europa. L´antico e il moderno convivono senza particolari urti. In fondo quella "Biblioteca" è già in qualche modo annunciata dai libri che ci avvolgono nella stanza. Penso anche che cinquecento titoli sono tanti. Più dei libri che possedeva Spinoza, più di quelli che Montaigne conteneva nella sua torre. Ma se oggi un ragazzo osservasse un così insolito paesaggio, fatto di autori, gusti, qualità personalissimi, che cosa ne ricaverebbe? L´accusa ricorrente mossa alla casa editrice è di essere snob, aristocratica, rarefatta. Di somigliare a un elegante levriero accucciato su un raffinato tappeto bukara. Calasso sorride. Si alza dalla sedia e va verso uno scaffale da cui estrae un opuscolo. Me lo mostra. una brochure pubblicitaria di John Lane, l´editore inglese, che incaricò Aubrey Beardsley di disegnare le copertine dei suoi libri. Il modello grafico della "Biblioteca" è lì, racchiuso in quelle poche ed eleganti paginette. Beardsley era un genio della grafica, dietro quel segno leggero e ornamentale si mostrava di una modernità sconcertante. Sconcertante è un aggettivo nel quale un ragazzo che guardasse la "Biblioteca" si imbatterebbe. Che cosa sconcerta? Il fatto, si direbbe, che quei cinquecento libri si somigliano pur nella estrema distanza l´uno dall´altro. La collana non segue un genere, non ha una tendenza, non offre un progetto omogeneo. Dice Calasso: «Nei primi anni, colpiva nei libri Adelphi innanzitutto una certa sconnessione. Nella stessa collana, la "Biblioteca", apparvero in sequenza un romanzo fantastico, un trattato giapponese sull´arte del teatro, un libro popolare di etologia, un testo religioso tibetano, il racconto di un´esperienza in carcere durante la Seconda guerra mondiale. Che cosa teneva insieme tutto questo?». L´idea di Calasso è che quella collana rappresenti un unico, immenso libro, «un lungo serpente di pagine». L´immagine di una creatura sinuosa, viva, in grado di svilupparsi può apparirci dotata di una segreta forza, che ci rimanda quasi fatalmente al doppio ruolo che quest´uomo svolge. In qualità di scrittore Calasso ha creato una vertiginosa costellazione di scritti. Un´opera anomala, composta da cinque libri anomali che hanno tutti una forte impronta narrativa ma al contempo tessono una rete di pensiero che si estende dalla Grecia degli Olimpi, all´India vedica, alla Rivoluzione francese, al Castello di Kafka. Per disperdersi al momento fra le nubi rosate dei soffitti di Tiepolo. Un cantiere straordinario, ancora aperto, per il quale verrebbe da dire: bene, ecco un signore erudito, colto, curioso che, con polimorfa inclinazione, sta scavando tra le rovine delle civiltà per restituirci una molteplicità di culture fuori da ogni accademismo. Ma a ben guardare è come se dietro quella ramificazione di opere si cogliesse un disegno ancora più fitto e grande che appartiene all´intera casa editrice. Non esisterebbe il Calasso scrittore senza il Calasso editore e viceversa. Nel senso che le due entità, pur separate nettamente, si corrispondono. Da quei libri, che compongono la "Biblioteca", affiora una certa paradossalità: sono a un tempo unici e correlati tra loro da una sottile trama che potremmo sospettare esca dalla testa di quest´uomo tanto pubblico quanto enigmatico. Del resto, l´enigma è una delle componenti che accompagna i suoi interessi fin da quando si laureò con Mario Praz sui geroglifici di Sir Thomas Browne. E che ritroviamo come sottofondo invisibile nell´analisi che egli ha svolto su Tiepolo: un pittore frainteso, lasciato improvvisamente cadere dall´attenzione sociale e dissolto nel nulla. «Tiepolo», dice Calasso, «fu un esempio perfetto di esotericità. Non c´è in lui una singola parola che tradisca la complessità di cose che si agita sotto la sua pittura. E nessun particolare della sua vita permetterebbe di desumerla». Un´opera dunque cifrata, segreta, doppia. Tanto leggera e disinvolta quanto invisibilmente drammatica. Che cosa concluderne? Sospendiamo un eventuale risposta, perché un´altra cosa incuriosisce. Folgorato da una serie di acqueforti, i Capricci e gli Scherzi, Calasso cominciò a interessarsi a Tiepolo nel 1965. Lo stesso anno nasce la "Biblioteca Adelphi". Tra le due esperienze non c´è nessuna diretta relazione. Ma è come se un clima prodotto da due cieli diversi cominciasse ad addensarsi attorno a un medesimo progetto: il libro unico. «Immaginavamo una serie di libri che avessero ciascuno una fisionomia inconfondibile. La loro unicità non era tanto dovuta ai temi ma al fatto che quella forma si era manifestata solo in quella circostanza, come una sorta di peculiarità ultima». Libri come L´altra parte di Alfred Kubin, Padre e figlio di Edmund Gosse e Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (sono i primi tre della collana) sembravano, come del resto quelli che verranno dopo, simili a monadi leibniziane attrezzate per respingere l´usura del tempo, inattaccabili dal presente, proprio perché inattuali. Questa storia dell´inattualità adelphiana richiede un piccolo passo indietro. La casa editrice fu fondata nel 1962 e l´asse editoriale, fin dall´inizio, fu dettato dall´edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche. «Inattuale», spiega Calasso, «è parola che ha senso solo nell´orizzonte in cui l´ha posta Nietzsche e indica un certo scostamento dal circostante. Per Adelphi, dunque, ha significato muoversi in una direzione che certamente non è quella del corso delle cose. Alla domanda sul perché non facciamo pubblicazioni di stretta attualità, rispondiamo che è molto difficile trovare libri di sostanza in grado di resistere all´urto del tempo. Naturalmente ci sono eccezioni, una di queste è stata Anna Politkovskaja con il suo libro sulla Russia di Putin». L´"adelphizzazione" di una zona della cultura italiana in fondo si è realizzata soprattutto attraverso scelte impolitiche. Più i testi sono distanti dall´impegno diretto, dalla sociologia battente, dal presente che incombe, più è alta la probabilità che essi vengano presi in considerazione. L´impoliticità, però, trascinava un altro tipo di accusa: essere una casa editrice votata all´irrazionalismo e alla decadenza. «Ci bollarono come disimpegnati e troppo rarefatti per avere successo. E quando il successo giunse ci dissero che eravamo diventati troppo commerciali. Ma le due opposte accuse si rivolgevano agli stessi autori. Situazione involontariamente comica», commenta Calasso. Oggi un ragazzo che vedesse dipanarsi i cinquecento titoli si imbatterebbe in un altro fatto sconcertante: sono stati realizzati senza assecondare né mode né tendenze. «Ogni qualvolta pubblichiamo un libro», confessa Calasso, «c´è un elemento di ignoto altissimo. Tutto è deciso dal singolo caso. E a una sola regola abbiamo sempre obbedito: pubblicare solamente i libri che ci piacciono molto». Le prime avvisaglie del successo si ebbero già nel 1968 con la pubblicazione di Alce Nero di John Neihardt. In catalogo cominciavano ad esserci Groddeck, Lorenz. Giungeva Vita di Milarepa. «Erano successi un po´ isolati». La vera svolta arrivò con Joseph Roth. Quando uscì La cripta dei cappuccini (1974), Roth era pressoché uno sconosciuto. Ma già con Fuga senza fine (1976) i suoi lettori erano numerosi. In due anni, politicamente durissimi e ostili alla letteratura, questo scrittore aveva fatto breccia. Che cosa era accaduto? «Si stava cristallizzando una idea di Vienna e della Mitteleuropa. Roth ruppe gli argini perché al contempo avevamo pubblicato o stavamo pubblicando Kraus, Wittgenstein, Schnitzler, Loos, Hofmannsthal, Canetti. Si delineava una costellazione letteraria che fu còlta e capita. Fuga senza fine - proprio perché era il libro dello sbandamento, del passaggio da una parte all´altra, della totale opacità e tumultuosità di ciò che sta attorno allo scrittore - diventò un po´ il romanzo segreto di un certo tipo di ragazzo di estrema sinistra. E lì io credo si ruppe il divieto politico per la letteratura». La Mitteleuropa, o meglio l´Austria che Calasso aveva conosciuto da bambino nei sussidiari in cui si parlava del maresciallo Radetzky e lo si definiva "la belva", a poco a poco divenne un luogo dell´anima: «Una terra che era ugualmente di Kafka e di Schönberg, di Loos e di Kubin, di Altenberg e di Schiele, di Wittgenstein e di Freud. Quel luogo», racconta Calasso, «era popolato, per me, anche di persone viventi, che in due casi sono state determinanti nella mia vita: Roberto Bazlen e Ingeborg Bachmann. Attraverso di loro e attraverso quei numerosi amici invisibili che sono gli scrittori morti, fui condotto naturalmente a vivere all´interno di quei luoghi, di quei fatti, di quella fragile cristallizzazione di civiltà. Così, quando i libri hanno cominciato a uscire, non abbiamo mai pensato di rivolgerci a quegli autori di cui dicevo per "colmare una lacuna" o "scoprire un filone". Ricordo un giorno in cui apparve un articolo di Alberto Arbasino in cui si diceva che la casa editrice Adelphi avrebbe dovuto chiamarsi Radetzky. Quel giorno ebbi l´impressione che un circolo si era chiuso: la belva Radetzky era diventata come un nostro antenato totemico. Il suo esercito, dalle splendenti uniformi, è ormai un esercito disperso, letterario, invisibile». L´Adelphi, attraverso i suoi autori, ha raccontato quella felix Austria còlta al tramonto: una civiltà tanto più perspicua e seducente nei suoi caratteri quanto più se ne annunciava la fine. La stessa disposizione si nota nei riguardi del modo in cui Calasso ha voluto trattare Tiepolo: «Con lui si ha l´ultimo addensamento di una intera civiltà - quella italiana - che subito dopo conoscerà il tracollo». Scrittori e artisti - disinvolti ed enigmatici - che chiudono o aprono un´epoca. Sospesi su più mondi e perciò capaci di coglierne le più intime e segrete relazioni. Non è anche questo che la "Biblioteca" ha voluto rappresentare? Al ragazzo di oggi essa si offre nella forma di una foresta viva, ricca di sentieri e ramificazioni. Antonio Gnoli