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 2006  ottobre 29 Domenica calendario

In quella torre d´aria gli ingranaggi del Novecento. La Repubblica 29 ottobre 2006. Parigi. L´onore della nazione, i calcoli renali di Napoleone III e l´impero della Francia andarono in pezzi a Sedan

In quella torre d´aria gli ingranaggi del Novecento. La Repubblica 29 ottobre 2006. Parigi. L´onore della nazione, i calcoli renali di Napoleone III e l´impero della Francia andarono in pezzi a Sedan. Per rimetterli insieme, una manciata di anni più tardi, nel cuore del cuore di Parigi, l´ingegner Gustave Eiffel impiegò due milioni e mezzo di bulloni, diecimila tonnellate di ferro e l´invenzione di una verticale d´aria che sale dritta come l´aerostato di Montgolfier, ma è molto più solida. Così davanti alla lucentezza impressionista della Senna, con quattro piloni a semiarco, Eiffel ancorò il passato alla spianata del presente - velocità a petrolio, centenario della Rivoluzione, Esposizione universale - per scalare la nuova idea della Francia, il nuovo secolo, e tutti gli ingranaggi del futuro. Il cielo allora si impigliò proprio in cima alla Tour appena battezzata Eiffel, a 324 metri d´altezza, dove certi parigini dicevano che l´aria fosse così buona da guarire il morbillo. E cominciò quella strana primavera di «evanescenze bianche e azzurre» che avrebbe incantato Marcel Proust e le ballerine di cancan, le mademoiselles in carne rosa di Renoir e i bevitori di assenzio, ricolorando l´intera Europa di luce elettrica e di Belle Epoque. Prima del massacro. La Tour venne su in due anni, due mesi e cinque giorni. Nulla in confronto a Notre Dame che impiegò due secoli a risalire il cielo, ma sempre piegandosi in preghiera. La nuova torre di Parigi, che surclasserà la cattedrale, sale e basta. fatta per gli uomini e le donne, i cittadini della Terza Repubblica e del secolo Ventesimo. Anche se al primo sguardo del primo giorno, 31 marzo 1889, i cittadini del Diciannovesimo ancora non sanno che farsene di tanta ingegneria celibe. Sembra un´impalcatura sbagliata, intorno al nulla. Addirittura un brutto lampadario che prima o poi andrà smontato, sebbene da subito ci sia la fila per salire con gli ascensori in cima al nuovo mondo. O almeno al ristorante del primo piano, dove ogni giorno si siede pure Guy De Maupassant che detesta la Torre e spiegherà: «Niente di strano. Ci vado perché è l´unico posto dal quale non si vede». Ma i militari, che nel frattempo guariscono le ferite di Sedan inghiottendo colonie d´oltremare, Tahiti e l´Africa, scoprono che la sua altezza è un´ottima antenna per le radiotrasmissioni appena inventate da Guglielmo Marconi. Perciò evviva, addio demolizione. Così il cielo si abitua. E la città si specchia nel suo riassunto e nel suo primato. Più alta di tutte le piramidi, ziqqurat, moschee, pagode, cattedrali. Più solida di tutte le pietre delle nuove officine meccaniche Schneider e delle ciminiere di Saint-Denis. Colpo d´occhio ai bordi del quale sgocciola tutta intera la città del suffragio universale e della libertà di stampa, dove si intrecciano i boulevard allargati dal prefetto Hausmann e i suoi nuovi canteri. Parigi respira aria Eiffel. E respirando spiana il Campo di Marte. Sistema gli Champs-Elysées. Termina l´Opéra. Pigalle e Montmartre si riempiono di caffè e di rossetto. Il Quartiere latino di artisti, musica e perdizione. Carl Zidler inaugura il Moulin Rouge. Toulouse-Lautrec sogna la Duse. Monet dipinge fiori selvaggi per il salotto borghese. Cézanne trasforma il nudo in una mela. Jules Verne riempie di immaginazione le librerie di Saint-Germain: spedisce i francesi a civilizzare isole misteriose, a navigare il cielo delle mongolfiere, a fronteggiare l´ignoto a ventimila leghe di profondità, un bel po´ in anticipo sul dottor Freud. La Tour Eiffel, dipinta per la prima volta da Seurat, diventa il simbolo di tutto quello che abita l´effervescenza di Parigi, compresa la prima linea del metrò, Porte Maillot-Nation, il cinema dei Lumière, le coppe di champagne nei romanzi di Huysmans, l´oppio di Baudelaire, i seni di Musette, l´instabilità delle biciclette e degli amori con le ballerine delle Folies Bergère. Lei, la torre, è la prima cartolina e l´ultimo sguardo. L´inchino che accoglie, il ricordo che seguirà. Come dall´altra parte dell´Atlantico sta avvenendo coi grattacieli, prima Chicago con i suoi dieci piani dell´Home Insurance, poi con lo scoglio di Manhattan che proprio l´ingegner Eiffel ha inaugurato, assemblando l´acciaio che tiene in piedi la Statua e le promesse della Libertà. A New York lo spazio diventa denaro. E l´altezza potere. Nessun´altra struttura, scriverà l´architetto Norman Foster «ha tanta capacità di trasformarsi in un´icona». Di moltiplicare la base della vita quotidiana per lo stupore dell´altezza. Essere la prova che si è toccato il cielo. O la promessa che lo si farà: l´Empire State Building raggiunge la Tour Eiffel e poi la surclassa con i suoi 381 metri, due anni dopo che la Grande Crisi del 1929 ha spianato molti cuori d´America, ma non i muscoli e la schiena. Il secolo Ventesimo, con i suoi 183 milioni di morti e il declino dell´Europa, le girerà intorno senza invecchiarla. Dalle trincee insanguinate sulla Marna fino ai carri armati della Wehrmacht schierati al Trocadéro, davanti ai suoi quattro piloni a semi-arco, con Hitler che chiede di salirle in cima, ma gli operai francesi hanno sabotato gli ascensori per impedire la profanazione: toccherebbe scalare i suoi 1.665 scalini, piegarsi alla fatica, quasi un´umiliazione. Niente da fare. E poi gli americani, De Gaulle, la pace, il Moët & Chandon ghiacciato, gli ascensori di nuovo in moto. Il mondo di nuovo in moto. Stavolta per turismo, in torpedone e polaroid. Fino all´apoteosi del Capodanno d´artificio, anno 2000, con esplosione di luci stroboscopiche. Ventimila lampade per rivestirla in perpetuo. E duecento milioni di turisti, per moltiplicare la sua fama, il suo primato. Scrive Marc Augé, teorico dei "non luoghi", che «sempre più il mondo si va organizzando per essere visto, fotografato, filmato, proiettato su uno schermo». E alla fine infilato nell´occhio digitale dei cellulari e della Rete. Condiviso dalle moltitudini low cost. Trasformato in memoria. La Tour Eiffel è l´essenza di quella memoria, il suo simbolo. A differenza dei grattacieli di Philip Johnson, dei ponti di Calatrava, dei musei di Frank Gehry che contengono altri pezzi di mondo, altre funzioni, altri significati, la Tour è solo ciò che si vede: vernice "bruno Eiffel", diciottomila incroci di ferro e aria. Eppure è anche tutt´altro: appuntamenti d´amore, film, quadri con pioggia, racconti. Cioè bellezza suprema, paesaggio, nostalgia, per via dei sorrisi in foto dei nostri figli. E dei tramonti. Pino Corrias