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 2006  ottobre 29 Domenica calendario

La passione di Gustave. Il Sole 24 Ore 29 ottobre 2006. Solo un tramezzo separava la famiglia del dottor Achille Flaubert dalle camerate in cui i malati morivano "come mosche"

La passione di Gustave. Il Sole 24 Ore 29 ottobre 2006. Solo un tramezzo separava la famiglia del dottor Achille Flaubert dalle camerate in cui i malati morivano "come mosche". Spesso Gustave e la sorella si arrampicavano per guardare i cadaveri. A volte il padre alzava la testa dalla salma che stava sezionando per mandarli via. Per sempre Flaubert avrebbe visto la realtà in questo modo duplice e doloroso: la morte e la vita l’una accanto, dentro all’altra. Quando guardava le prostitute per la strada gli sembrava di vedere il loro teschio. La morte, la distruzione, il nulla sarebbero stati sempre presenti nella sua mente. "Giovane, ero vecchio, il mio cuore era solcato da rughe... ridevo amaramente di me stesso, così giovane, così disilluso della vita, dell’amore, della gloria, di Dio, di tutto ciò che esiste e può esistere". Gustave era un adolescente molto alto. Per sembrare più adulto, si era lasciato crescere una barba, bionda come i lunghi capelli. Sotto le sopracciglia scure aveva grandi occhi verdi. Fumare gli sembrava un’attività fondamentale, una patente di crescita. Nei momenti di abbandono pensava al suicidio, ma continuava ad alzarsi prima dell’alba per lavorare "come un demonio". Bastava però la notizia che il censore del collegio dove studiava era stato sorpreso in un bordello per scatenare in lui un’ilarità irrefrenabile. Eppure nel fondo rimaneva depresso. A diciassette anni registrava: "Sono sempre lo stesso, più buffone che allegro, più gonfio che grande". Soffriva di strani momenti di stanchezza, in cui la vita gli sembrava un peso insostenibile. Forse era colpa del suo intenso lavoro che si arenava continuamente su difficoltà insormontabili. "Arte, o arte, delusione amara, fantasma senza nome che brilla e ti fa dannare". Gustave non aveva esitazioni sul futuro, voleva fare lo scrittore e si metteva febbrilmente alla prova, rovesciando sulla carta tutta la sua esaltazione e il suo pessimismo. Questo nell’opera giovanile di Flaubert è un viaggio nelle profondità ribollenti della sua ispirazione. "Io sono un romantico, ne porto il marchio al collo". Ma in questi racconti, ottimamente curati da Enrico Badellino (Aspettando Flaubert, Edizioni SEI, Torino, pagg. 204, _ 13,50), l’adultera di Passione e Virtù è un primo abbozzo della Bovary e, come nota Ulisse Jacomuzzi, "nelle vene del protagonista di Una lezione di storia naturale corre già tutto il pallido sangue" di Bouvard e Pécuchet. L’agitazione, la frenesia, l’impeto dei primi tentativi erano destinati a rimanere intatti sotto il limpido ghiaccio di Madame Bovary. Col tempo Gustave avrebbe imparato che quella lava bruciante non doveva salire in superficie. Tuttavia sarebbe rimasta sempre a formare il nucleo incandescente della sua ispirazione. Per lui era fondamentale la presenza della donna. Non tanto per quel che riguardava il sesso, imparato probabilmente dalla cameriera della madre, quanto per l’incontro con quella che sarebbe rimasta l’unica passione della sua vita. Nel 1836, la famiglia Flaubert andò in vacanza a Trouville. Il mare allora era ancora una meta eccentrica, praticata da pochi igienisti come il dottor Achille. Lo prova il fatto che la diligenza non arrivava neppure al villaggio, ma a un certo punto la strada finiva e bisognava continuare a piedi. Una mattina il quindicenne vide sulla spiaggia un mantello rosso a righe nere che stava per essere preso dalla marea. Lo spostò poco più in là senza pensarci. Qualche ora dopo sentì una voce musicale: "La ringrazio molto, signore, per la sua cortesia". Quando si voltò vide una donna bella "come un sole, una pupilla ardente sotto un sopracciglio nero". Alta con dei magnifici capelli neri, Elisa aveva la pelle "calda e vellutata come l’oro", il naso greco e una lieve peluria sul labbro che le dava "un’espressione virile ed energica". Da allora il momento centrale delle giornate del ragazzo fu l’uscita dal bagno di quella ventisettenne, con il pesante costume incollato alle forme. "Il cuore mi batteva violentemente; abbassavo gli occhi, il sangue mi saliva alla testa, soffocavo". Ma il momento più intenso fu quando la vide scoprirsi il seno per allattare la figlia. "Era un petto grasso e tondo, con la pelle bruna. Sotto la carne ardente correvano vene azzurre. Non avevo mai visto una donna nuda". L’adolescente sprofondò in un’estasi che lo paralizzò. Avrebbe voluto baciare quella carne, ma sentiva che, se l’avesse potuto fare, l’avrebbe morsa con rabbia: era troppo. Gustave sapeva di non avere speranze, di essere troppo giovane per quella che gli sembrava una matura signora. Eppure sapeva anche che quello sarebbe stato il suo grande amore. Una cosa che tutti i ragazzi pensano, ma per lui era vero. L’uomo con cui lei viveva, Maurice Schlesinger, un editore musicale, gli sembrava banale e volgare. Ma fu proprio lui a prendere il timido Flaubert sotto la sua protezione, invitandolo a tenere compagnia a Elisa. Come tutti gli amori estivi anche quello fu interrotto dalla fine delle vacanze. L’amata "si dileguò come la polvere della strada che turbinava sotto i miei passi". Senza di lei ricominciava la routine e Gustave si sentiva irrimediabilmente spento. Nel 1840 lo avrebbe scosso per un momento l’arrivo trionfale di una sua coetanea, Mademoiselle Rachel. Destinata a diventare la più grande attrice dell’epoca, Rachel aveva tutto per piacere a quel cupo giovanotto. Era una bruna dai lineamenti classici, una "principessa zingara", come aveva detto Musset. L’attrice (alla quale è dedicato il brano che pubblichiamo, inedito per l’Italia) diventò per lui il prototipo dell’artista che non recita per il pubblico, ma per se stesso. Come avrebbe fatto lui, più avanti, nella solitudine della casa di Rouen, recitando con la sua voce tonante le pagine appena scritte, per sentire se suonavano bene. Elisa sarebbe apparsa e scomparsa molte volte nella sua vita. Meglio così avrebbe concluso Flaubert tanti anni dopo, perché la felicità è come la sifilide: se la si contrae troppo presto, mina definitivamente il fisico". Giuseppe Scaraffia