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 2006  novembre 08 Mercoledì calendario

Il tiranno e gli europei Corriere della Sera, mercoledì 8 novembre Giovanni Sartori ha messo il dito nella piaga: «Tutta questa agitazione dell’Europa contro la pena di morte a Saddam la trovo un po’ ridicola, o comunque poco seria (

Il tiranno e gli europei Corriere della Sera, mercoledì 8 novembre Giovanni Sartori ha messo il dito nella piaga: «Tutta questa agitazione dell’Europa contro la pena di morte a Saddam la trovo un po’ ridicola, o comunque poco seria (...) L’Europa – ha dichiarato ieri al Corriere – non è mai unita su niente e lo diventa per salvare quel macellaio. Un modo per far bella figura a buon mercato e dire: ecco, i soliti barbari americani (...) Se l’ordinamento giuridico prevede la pena capitale, e quello iracheno, come in pressoché tutti i Paesi islamici, lo prevede, non capisco perché non giustiziare Saddam». Contrari come siamo alla pena di morte, queste espressioni che faranno scandalo presso qualche «anima bella» ci appaiono tutt’altro che prive di fondamento. A me pare che Sartori si sia chiesto che vantaggio ci sia – se non quello di «far bella figura a buon mercato» – nell’investire di rilevanza morale le leggi di un Paese tanto culturalmente lontano da noi, mentre si possono comprendere molto più facilmente con argomenti empirici. Il suo ragionamento non è, infatti, un giudizio di valore sulla nostra idea della pena di morte – che ai più fa giustamente orrore, anche se è stato uno di noi, San Tommaso, a dire «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio» – ma è un «giudizio di fatto» sull’idea che ne hanno loro. Senza cadere nel relativismo culturale ed etico – peraltro apprezzato da chi, ricorda Sartori, ci ripete che dobbiamo rispettare l’Islam e poi si erge a difesa del diritto del tiranno con argomenti della nostra civiltà – discutibile è, allora, l’esprit de système dei nostri neo-illuministi che – parafrasando lo storico – «vorrebbero ricostruire Bagdad secondo le norme del Colonnato di San Pietro». Sostenere che il tribunale iracheno avrebbe dovuto applicare le garanzie dei nostri ordinamenti è assurdo quanto – direbbe il teorico politico – «cercare di coltivare la canna da zucchero in Siberia». Ma Sartori, con la sua «scandalosa» sortita, non mi pare si sia limitato a distinguere fra i (nostri) valori e i fatti (loro), bensì, in punto di filosofia del diritto, fra legalità e legittimità come le intendiamo noi e come le intendono loro. Nella nostra cultura giuridica, il principio di legalità impone al giudice di attenersi alla lettera della legge, evitando di fare riferimento alla morale e alla religione; a sua volta, il principio di legittimità pretende che la legge sia fondata sul rispetto dei valori della democrazia liberale e sulle garanzie dello Stato di diritto. Nella cultura giuridica islamica, al contrario, il principio di legalità coincide con quello di legittimità solo se ha a proprio fondamento la morale religiosa (che non è propriamente lo Stato di diritto). Si tratta di due piani differenti – quello occidentale, giuridico, che spiega il rifiuto etico-politico della pena capitale; quello islamico, morale, che la giustifica giuridicamente – da cui valutare il processo, ma che fanno tutta la differenza fra la nostra e la loro civilizzazione. Ma, allora, perché sollevarla per Saddam e non quando una donna è lapidata per adulterio in un Paese musulmano? A Bagdad si è celebrato – da parte di un tribunale iracheno – una sorta di «processo di Norimberga» secondo il rito islamico. Ma quegli stessi che plaudono alle condanne dei criminali nazisti lo stanno trasformando in un processo agli Stati Uniti (che non erano sui banchi dell’accusa). Perché? Perché li ritengono «colpevoli» di aver abbattuto il tiranno? Se è questo che pensano, lo dicano, allora, assumendosene la responsabilità morale e politica.