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 2006  novembre 07 Martedì calendario

Segio e i suoi anni di piombo "Volevamo uccidere Freda". La Repubblica 7 novembre 2006. Roma. "Vedo con la coda dell´occhio la canna lunga di un revolver appoggiarsi alla mia nuca

Segio e i suoi anni di piombo "Volevamo uccidere Freda". La Repubblica 7 novembre 2006. Roma. "Vedo con la coda dell´occhio la canna lunga di un revolver appoggiarsi alla mia nuca. E´ un attimo. Una decina di uomini mi balzano addosso alle spalle. Un sincronismo perfetto, sarei quasi ammirato se non fosse che la preda sono io". Il 15 gennaio del 1983, a Milano, finisce la corsa di Sergio Segio, "Sirio", e, con lui, quella di "Prima Linea", la banda armata che ha fondato nel 1974 con quanti hanno deciso di separarsi da "Lotta Continua" per un salto che non contempla ritorno. In nove anni, "Prima Linea" e le sigle a lei collegate hanno ucciso ventitrè volte, undici con premeditazione (Enrico Pedenovi, Giuseppe Ciotta, Alfredo Paolella, Giampiero Grandi, Giuseppe Lorusso, Emilio Alessandrini, Carmine Civitate, Carlo Ghiglieno, Paolo Paoletti, Guido Galli, William Vaccher, Fausto Dionisi, Antonio Chionna, Ippolito Cortellessa, Pietro Cuzzoli, Filippo Giuseppe, Giuseppe Pisciuneri, Bartolomeo Mana, Emanuele Iurilli, Giuseppe Savastano, Euro Tarsilli, Francesco Rucci, Angelo Furlan). I militanti che vengono processati sono 923. Uno su cinque è donna. Sei su dieci hanno tra i 20 e i 30 anni. Nella cattura di Segio, c´è la mano di due giovani carabinieri che si chiamano Giuliano Tavaroli e Marco Mancini. C´è l´ostinazione dell´ufficiale che li comanda, Umberto Bonaventura, e di un allora giovane pubblico ministero, Armando Spataro. Ventitrè anni dopo, quel fermo immagine scomposto dalla Storia, dai destini e dalle scelte individuali, torna a ricomporsi nel prologo di un libro. Quasi fosse un monito, Sergio Segio mette mano alla parabola di "Prima Linea" ("Una vita in Prima Linea", Rizzoli, pp. 394) afferrando uno dei fili del nostro presente. Tavaroli in carcere per la più invasiva e capillare opera di dossieraggio della storia repubblicana. Mancini (subentrato con il tempo allo scomparso Bonaventura nell´incarico al Sismi) arrestato dal pubblico ministero Armando Spataro per aver tradito la Costituzione lavorando all´operazione di sequestro illegale dell´imam egiziano Abu Omar. Entrambi - Mancini e Tavaroli - perni di un sistema clandestino di raccolta, scambio e manipolazione di informazioni in grado di condizionare la vita pubblica del Paese, incardinato nella security di Telecom e nel nostro controspionaggio militare. Ventitrè anni dopo, un mondo capovolto. O forse no. Perché - scrive Segio - "colpisce come le ombre di quella stagione della lotta al terrorismo si proiettano sull´oggi, forse condizionandolo". In questo lacerto di presente, Segio trova le scorie e gli indizi di quello stesso "Paese mancato", sicuramente non riconciliato, che, nel 1974, lo aveva convinto della "ineluttabilità della scelta armata" e, oggi, dell´urgenza di un recupero della memoria in cui trovi posto "non solo la Storia scritta dai vincitori". "Occorre ascoltare il nostro stesso racconto come venisse dall´esterno, reso ovattato e quasi irriconoscibile dal tempo - scrive il fondatore di "Prima Linea" - Come fossimo anche noi argonauti, che vaneggiano e vagheggiano di un luogo remoto, dove si può ricordare senza fare e farci del male". Ma il ricordo non è mai neutro. Né indolore. Segio si misura con una storiografia che ha consegnato "Prima Linea" alla storia degli anni ´70 come "una banda di assassini" feroce quanto cinica. Prima nel dare la morte ("pazzi criminali che dopo i delitti sciavano al Sestriere"), poi, quando la sconfitta militare si era consumata, nel liberarsi delle sue conseguenze, barattando con lo Stato una resa "politicamente non onorevole" (la scelta della "dissociazione") per un futuro fuori dalle galere. Segio affronta la questione riaprendo ferite mai cicatrizzate. Compulsando la contabilità del sangue ("Ogni morte è una morte di troppo e tutte hanno lo stesso tragico peso. Ciò non toglie che le vittime delle varie frazioni Br siano state 74, quelle di "Prima Linea" e dei gruppi a essa collegati 23"). Fino ad individuare l´origine della "manipolazione" della storia di "Prima Linea" nelle "calunniose diffamazioni" dello "stalinismo brigatista", nella campagna di eliminazione fisica dei dissociati che i br pianificheranno nel circuito delle carceri speciali, nella "ipocrisia del Pci", nel "radicalismo amorale" della "sinistra dei rifugiati". Quella che, a Parigi, si stringe ancora intorno a figure come quella di Oreste Scalzone. Gente che "a onta del loro estremo e gridato antagonismo in carcere non c´è mai stata, neppure per sbaglio". Nelle pagine di Segio si raccoglie qualche inedito. Il progetto di assassinare Franco Freda e Guido Giannettini in risposta alla strage di Bologna. Il tentativo abortito di assalto al carcere speciale di Fossombrone. L´espatrio clandestino di Giangiacomo Feltrinelli il primo di gennaio 1970. Ma non è nell´annalistica, evidentemente, che la testimonianza del fondatore di "Prima Linea" tornerà a dividere. Se infatti la responsabilità di aver scelto di dare la morte resta tutta e soltanto sulle spalle di chi quella scelta ha compiuto, non lo stesso - argomenta Segio - può dirsi delle "premesse" che a quella scelta hanno fatto da sfondo. Terribili, in questo senso, le pagine dedicate all´assassinio del procuratore di Milano Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979). "Il passo era grave in sé. L´attacco riguardava un giudice considerato di sinistra. La consapevolezza della irrimediabilità non bastò a frenarci: ci sentivamo in guerra". E a quella "consapevolezza", accusa oggi Segio, contribuiva, "da sinistra", anche un pezzo della stessa magistratura: "Nel convegno contro la repressione a Bologna, venti magistrati di Magistratura Democratica avevano lanciato con un documento un allarme sul ruolo nuovo della magistratura nel colpire le lotte e il movimento dietro l´ombrello dell´emergenza, sullo slittamento culturale nella sinistra che la portava a farsi Stato". Alla fine degli anni ´70, riconosce Segio, "confondemmo il tramonto con l´aurora". Ma non fu il parto "della mente bacata e criminale di quattro delinquenti. Non fosse altro perché ventimila furono gli inquisiti e circa cinquemila le persone finite in carcere". Il costo di quella "illusione" pesa ancora oggi, per intero, sulle spalle del Paese e non abbandonerà mai la vita di chi è sopravvissuto ai lutti di quella stagione di sangue. Il che, evidentemente, consegna al presente e al futuro una scelta che è legittimo raccogliere o meno. Segio la mette così: "Vi sarà sempre chi si riterrà violato e in diritto di vendicarsi. Ognuno con quelle che gli appariranno le proprie buone ragioni. All´infinito. A meno che, pur senza rinunciare alle proprie, si provi a indagare e conoscere anche le motivazioni dell´altro". Carlo Bonini