Magazine, 2/11/2006, 2 novembre 2006
Scriviamo sul biglietto da visita quanto paghiamo di tasse. Giampiero Mughini. Magazine 2 novembre 2006
Scriviamo sul biglietto da visita quanto paghiamo di tasse. Giampiero Mughini. Magazine 2 novembre 2006. Caro direttore, tu e il tuo giornale mi avete straziato più di quanto non avrebbe fatto Adolf Hitler. Avete difatti pubblicato, sul Corriere Magazine, di due settimane fa, quel mio scrittarello dove dicevo di essere pronto a pagare l’aggravio fiscale appioppato al ceto medio-alto, ma dove respingevo l’accusa di essere "un ricco" perchè guadagno più di 75 mila euro lordi l’anno. Solo che nel testo da voi pubblicato compare che io l’anno prossimo, a parte i 1.780 euro di aggravio fiscale dovuti alla Finanziaria di Romano Prodi e Guglielmo Epifani, avrei pagato 40 mila euro di tasse. No, caro direttore, avevo scritto 140 mila euro ed è la cosa di cui sono più orgoglioso. Stando alla casa in cui abito, ai vini che offro a cena ai miei ospiti e all’impianto stereo con cui ascolto i dischi degli anni Sessanta e Settanta, ne pagassi soltanto 40 mila sarei un evasore patentato e chiunque conosca quei vini e quell’impianto stereo potrebbe sbattermelo in faccia. E tanto più che che da tempo vado ripetendo per ogni dove che a me non interessa minimamente se quello che mi si presenta innanzi si dichiara repubblicano o monarchico, di sinistra o di destra, di fede cristiana o islamica, se (ove donna) indossa una microgonna o uno di quei veli sensualissimi che lasciano scoperti solo gli occhi. Di tutto questo a me non interessa nulla. Quello che mi interessa del mio interlocutore, che mi serve a capirlo e identificarlo, è quanto paga di tasse all’anno. L’ho detto e ridetto: quella cifra andrebbe scritta sul biglietto da visita accanto al numero del cellulare e all’indirizzo e-mail. Detto altrimenti, a me l’unica cosa che interessa è parlare di soldi. E difatti ogni volta che conosco qualcuno, dopo cinque minuti gli chiedo quanto guadagna e come se lo guadagna. Money, money, money. Vengo e mi spiego. So, caro direttore, che non mi stai fraintendendo. Non è che sto dicendo che definisco gli uomini e li classifico a partire dai loro redditi. A casa mia entrano solo intellettuali squinternati o eterni studenti fuori corso oltre a qualche libraio antiquario. Figurati se ai miei occhi Valentino Zeichen è meno interessante di Marco Tronchetti Provera. Quando dico che a me piace parlare di soldi, voglio dire che quando parliamo della società in cui viviamo, dell’atteggiamento che abbiamo verso questa società, dei valori di cui ci dichiariamo tifosi, a dire la verità su tutto questo c’è innanzitutto una cosa: la nostra dichiarazione dei redditi. Non le chiacchere fatte al bar o in spiaggia e neppure i comizi della domenica, di cui altissimamente me ne impipo da qualunque parte provengano.Quello che definisce la figura pubblica di ognuno di noi è il calcolo e la proporzione esatta tra quello che abbiamo prodotto con il nostro lavoro e con il nostro talento, e quello che ridistribuiamo allo Stato sociale per aiutare quanti dei nostri concittadini sono rimasti indietro nella corsa al reddito. Faccio un esempio. L’altra sera era a cena a casa mia un quarantenne che fa un lavoro autonomo e che è bravo nel suo lavoro. Mi diceva di avere votato Rifondazione, di amare su tutti il quotidiano l’Unità e altre cose che lo situavano alla latitudine di una sinistra netta. E’ stato lui stesso a confessarmi spontaneamente che è un evasore fiscale totale e che questo ha cominciato a imbarazzarlo. L’anno prossimo, se ho capito bene, qualcosa del suo reddito (che non è enorme) lo dichiarerà finalmente al fisco. Un italiano così. Quanti ce ne sono? Bizzeffe, e comunque non c’è nulla di più bipartisan dell’evasione fiscale. Antiquari, professionisti, lavoratori autonomi, ci dovrei arrivare a chiedere a ognuno di loro non quanto guadagnano e bensì quanto pagano di tasse. Non c’è nulla di più limpido, di più laico, di più civile che parlare di soldi. Chi mi conosce sa che ne ho fatto una religione, e non perchè sia una mia "ossessione" (come ha scritto un povero tapino) ma per le ragioni opposte. Perchè quello è il fondamento della vita civile e delle relazioni sociali. Pagherò l’anno prossimo circa 140 mila euro di tasse (più i 1.780 dell’aggravio Prodi-Epifani) perchè il mio reddito imponibile per il 2006 sarà tra i 300 e i 340 mila euro. Li ho accumulati facendo quattro o cinque lavori, lavorando tutti i sabati e tutte le domeniche, lavorando a ferragosto e usufruendo di cachet che premiano quel che sono stato professionalmente per quasi 40 anni dacchè mi guadagno il pane. La prima dichiarazione dei redditi la feci nel 1972 per i redditi dell’anno prima. Avevo guadagnato con il mio lavoro un milione e ottocentomila lire, non ricordo quanto ci pagai sopra di tasse. Ero tutto contento di essere passato dal rango di studente fuori corso a quello di lavoratore produttivo. Ero tutto contento di star pagando le prime tasse della mia vita, il primo segno che non ero più un peso alla società. Il primo segno che non ero più un chiaccherone della domenica sul come moltiplicare i pani e i pesci, e bensì uno che contribuiva a far comprare quei pani e quei pesci. Dio, quanto sono felice di pagare l’anno prossimo 141.780 euro di tasse. Giampiero Mughini