4 novembre 2006
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 6 NOVEMBRE 2006
«Sto vivendo con angoscia questi giorni tra i peggiori di Napoli. Giorni di emergenza non solo criminale, ma ambientale, sociale e culturale» ha detto la settimana scorsa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (napoletano). [1] Il sindaco Rosa Russo Jervolino: «Amministrare Napoli mica è come governare Trento... Ma non pensavo che ci sarebbero stati periodi neri come questo». [2] Martedì, per dire, ci sono stati tre omicidi in meno di due ore: un imprenditore massacrato a Sant’Antimo in un deposito di videogiochi e due pregiudicati appena scarcerati per l’indulto uccisi a Torre del Greco. [3] Lo scrittore Ermanno Rea: «Napoli è come un lago inquinato, afflitto da quel fenomeno che i biologi chiamano eutrofizzazione, un accrescimento malsano in cui veleni si moltiplicano e si nutrono di altri veleni. Una mancanza di equilibrio biologico che finisce per produrre mostri». [4]
Da gennaio a ottobre del 2005 i morti ammazzati erano stati 52, da gennaio a ottobre di quest’anno sono scesi a 49. [5] Massimo Gramellini: «Perché allora non importava niente a nessuno, mentre adesso pare non esista altro al mondo che nugoli di scugnizzi assassini?». [6] Alessandro Barbano: «L’errore più grande è quello di misurarla con i morti. E allora si può pensare, come fa il sociologo Marzio Barbagli, che l’emergenza criminale nel Mezzogiorno sia in calo. vero, le vittime di Napoli dall’inizio del 2006 sono meno delle 120 di soli due anni fa, quando la guerra di camorra esplose trasformando la città in un campo di battaglia. Ma la contabilità dei cadaveri è un’evidenza che inganna. Perché l’allarme criminale si misura in rapporto al bisogno di sicurezza della popolazione, che è cresciuto fino al punto da far percepire come inaccettabile qualunque minaccia all’incolumità pubblica». [7]
Napoli è arrivata al limite oltre il quale la convivenza è impossibile? Giorgio Bocca: «Difficile dirlo perché Napoli ha due cose che a gran parte delle città italiane sono sconosciute: la plebe e la metropoli antica come Alessandria, come Calcutta come Bombay dove un numero sterminato di persone sopravvivono prima di vivere, dove ogni giorno folle enormi si mettono in moto cercando la sopravvivenza senza sapere bene dove trovarla. A Milano a Torino persino a Palermo ci sono dei poveri ma a Napoli c’è la plebe che è la naturale alleata della delinquenza anarcoide». [8]
Una caratteristica dei napoletani è la loro intolleranza alle regole, perfino all’interno delle bande criminali dove regna l’anarchia. Piero Luigi Vigna, fino all’anno scorso procuratore nazionale antimafia: «Ognuno vuole fare il boss. Risultato: gli omicidi aumentano. E poi, il criminale napoletano è fantasioso anche nei reati: oltre agli omicidi, griffe contraffatte, usura, estorsioni, rapine. Una gamma completa di crimini». [9]
Dal patto storico di affidare alla plebe la gestione e il controllo delle attività illegali, siamo arrivati alla camorra contemporanea. Isaia Sales, ex deputato ds che studia da molti anni i fenomeni criminali e ha appena pubblicato il saggio Le strade della violenza, malviventi e bande di camorra a Napoli: «La plebe di Napoli diventa autonoma e trova il modo di arricchirsi senza faticare, di competere in consumi con gli ambienti più ricchi della città e non essere subalterna». [10]
A Napoli c’è un morto ogni pochi giorni e ormai assaltano i turisti e scippano in pieno giorno. Lucia Annunziata: «Beh? Napoli fa schifo, lo sappiamo noi tutti che la amiamo, e la frequentiamo con doverosa passione e il cuore dolente, anche se non vi abitiamo. Avete mai preso il treno a Napoli? La stazione fa paura, puzza di piscio e non vi si trova - nella città del caffè - un caffè. Napoli fa schifo tutta: nelle zone belle e buone della Riviera e del Vomero, come in quelle di Scampia. I due posti sono uniti dallo stesso disservizio, e le stesse ansie». [11]
Napoli appare sempre di più come la grande emergenza nazionale. Gian Antonio Stella: «Capitale di una regione che ha un decimo della popolazione italiana produce solo un quindicesimo della ricchezza nazionale, ha gli stessi abitanti ma esporta meno di un settimo del Nordest, ha un ottavo di tutte le pensioni d’invalidità, piazza quattro centri (Casalnuovo, Lettere, Crispano e Melito) agli ultimi quattro posti per reddito pro capite dei comuni italiani, ha visto negli ultimi anni sciogliere per rapporti con la criminalità ben 71 Comuni (più che tutto il resto d’Italia messo insieme)». [12]
Sono molte le città che hanno, o hanno avuto, problemi di delinquenza organizzata. Ernesto Galli Della Loggia: «Ma da nessuna parte, almeno in questa parte del mondo, neppure nella Palermo della mafia, si sono mai verificati veri e propri tumulti con la partecipazione di centinaia di persone, a favore della delinquenza e contro le forze dell’ordine impegnate a fare il loro dovere: una cosa del genere succede solo a Napoli». [13] Riccardo Villari, fedelissimo rutelliano «A Napoli stiamo vivendo una doppia emergenza: c’è la camorra e c’è la criminalità diffusa. In genere, spiegano i tecnici, o c’è una o c’è l’altra. Noi le abbiamo tutte e due». [14]
La Camorra non è la Mafia. Antonio Ghirelli: « criminalità spicciola, più facile da allevare, più facile da diffondere soprattutto tra giovani rovinati da consumismo e ferocia». [15] Giovanni De Luna: «Paragonata alla mafia la camorra si presenta con alcune marcate specificità: nessuna struttura centralizzata tipo Cosa Nostra, nessuna gerarchia né una vera e propria ”cupola” cui obbedire, ma una dimensione policentrica, diffusa, multiforme. Se la mafia è uno Stato nello Stato, la camorra è una società senza Stato e contro lo Stato. Da questa definizione deriva l’immagine di una camorra che, come una schiuma bavosa e appiccicaticcia, aderisce alla società napoletana, la plasma insinuandosi nelle sue pieghe e nei suoi interstizi in un unico, inestricabile groviglio». [16]
Questa consistenza da medusa ha consentito alla camorra di rimodellarsi di volta in volta sulle varie configurazioni politiche e sociali assunte da Napoli nella sua storia ottocentesca e novecentesca. De Luna: «Ed è anche grazie a questa mancata rigidità che non ha mai dovuto scontrarsi direttamente e militarmente con lo Stato, come è successo invece alla mafia tra il 1992 e il 1994. Risultato: la camorra è diventata in Italia l’organizzazione criminale più sanguinaria e pericolosa: 7 mila affiliati e 3500 omicidi negli ultimi 25 anni, per intenderci». [16]
Napoli è una città in putrefazione. Giuseppe D’Avanzo: «Una città morente, annichilita, una cosa morta. La ricetta poliziesco-giudiziaria, più ”retate”, più manette, più carcere, (pur necessaria) non potrà darle sollievo come non dà rimedio a un malato terminale un bicchiere d’acqua». [1] Bocca ha pubblicato la lettera di un Giovanni Aiello suo lettore («non sarà per caso un mio nom de plume, non sono io che ho intitolato il mio saggio Napoli siamo noi?»): «Napoli la grande città che dovrebbe ribellarsi alla occupazione camorrista in larga parte costituita da ”napulegni” ovvero da cittadini impigliati nel vizio delle forze delinquenziali. Napoli insomma dovrebbe ribellarsi contro se stessa e questo è francamente impensabile. I potenziali ribelli, i ”napoletani buoni” come li chiama lei, sono davvero pochissimi». [17]
A Napoli va di moda una sorta di comodo «cupio dissolvi». Enrico Pugliese: «Sembra di rileggere La pelle di Malaparte. Tutto è camorra e la camorra fa tutto: esporta cadaveri cinesi, produce prodotti contraffatti per miliardi in Campania e li vende in tutto il mondo, organizza le elezioni e fa le stragi. Su questo sono tutti d’accordo. Viene perciò da chiedersi che ci stiano a fare il governatore o i dirigenti della dogana o quelli della guardia di finanza. E con questo non voglio neanche dire che ”c’è una parte sana della città”. Già ce lo racconta tutta la stampa ma la cosa è in parte ovvia in
parte neanche del tutto vera. Cos’è la parte sana della città? Quella che abita al Vomero (e ha mostrato di essere seccata perché il quartiere è raggiungibile con la Metropolitana da Scampia) o a Posillipo e si limita a praticare il crimine in colletto bianco?». [18]
Non ci sono più «le due città», quella plebea e quella «illuminata». D’Avanzo: «La popolare e la colta. Non c’è più differenza tra plebe metropolitana delle periferie e del ventre cittadino - distruttiva, autodistruttiva, aggressiva - e l’élite borghese colta aggrappata a eccellenti modelli culturali. L’intera città si è fatta lazzara. Dalle periferie quella subcultura ha conquistato il cuore della città e occupato il ”centro”. La plebe ha vinto. Diventata culturalmente plebea Napoli è diventata ”uno scarto” del Paese». [1]
I napoletani appaiono oggi, come sempre la plebe, irresponsabili, privi di riferimento (e speranza), privati di un’identità, senza alcuna aspettativa da condividere con gli altri, senza alcuna prospettiva di guardare il mondo o di trovarsi, nel mondo, un posticino decente. [1] Don Luigi Merola, parroco di San Giorgio a Forcella: «L’85 per cento degli abitanti di Forcella ha solo il diploma di quinta elementare. Il 90 per cento non ha reddito dichiarato: in una situazione del genere ci dovrebbe essere la guerra civile, invece no. Sa perché? Perché prospera l’economia illegale. I ragazzini, invece di andare a scuola, vanno a vendere i Cd in strada. Il 35 per cento dei ragazzi di Napoli non va a scuola». [19]
Un negozio del centro paga alla camorra da cinquecento a mille euro al mese, un supermarket tremila, un cantiere edile dal 5 al 7% del lavoro. Stella: «Ottantamila negozianti hanno ”posizioni debitorie, di cui almeno 8.000 con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura”». [12] D’Avanzo: «A Napoli città nemmeno esiste la camorra, se intendiamo con questa formula un’organizzazione piramidale e gerarchica, invasiva nelle attività economiche, pervasiva nella società, aggressiva o complice della politica. Questa camorra è morta, si è disintegrata come uno specchio caduto in terra. Al suo posto imperversano piccoli e voraci gruppi di gangster metropolitani. Spesso poche decine di uomini imparentati che presidiano uno spicchio di città - un caseggiato, una piazza, un viale, due strade – nell’ambizione di ottenere da quel territorio, in primis con lo smercio a basso costo di cocaina, il poco necessario, il moltissimo superfluo e soprattutto il riconoscimento ”criminale” del potere conquistato». [1]
La Camorra ha avuto a Napoli una funzione decisiva. Bocca: «Assicurare la sopravvivenza dei marginali ma impedire che essi dessero l’assalto ai regolari. I marginali sono massa, centoquarantaseimila famiglie hanno fatto domanda per il sussidio di povertà, solo ventimila l’hanno ottenuto, un esercito permanente di poveri di fronte ai quali sta la grossa minoranza dei ricchi che fanno politica, accumulano enormi patrimoni senza produrre sviluppo, senza cambiare i rapporti sociali». [8] Sales: «Naturalmente quando si è rotto quella specie di patto tra le due Napoli, non è che tutti sono diventati lazzari, ma è vero invece che in una parte di ceti non plebei, la perdita dell’idea di sicurezza comporta l’assunzione del modello violento come modello di vita o di rapporto con gli altri». [10]
In questo momento a Napoli si combinano due violenze che in genere in altre città sono separate. Sales: «C’è la violenza da malessere sociale. Non dimentichiamo che scippo, furto, rapina sono molto pericolosi per chi li fa, oltre che per chi li subisce e che in genere la molla nei reati predatori è la disperazione. Tanto è vero che in altre parti d’Italia e del mondo sono tipici degli immigrati che non si sono ancora inseriti e integrati. A Napoli invece sono ancora monopolio quasi assoluto di persone del luogo. E c’è la violenza da benessere, che ha come unico modello livelli di consumo che fanno status sociale». [10]
Secondo molti il boom della criminalità napoletana (ammesso che ci sia) ha un chiaro legame con l’indulto. Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture: «Le persone che ne hanno goduto e che sono rientrate in carcere sono quasi mille. Se non fossero uscite dal carcere ci sarebbero mille reati in meno». [20] Clemente Mastella, ministro della Giustizia: «I dati dimostrano che a Napoli, in un anno, i reati commessi da gente che è stata in carcere sono oltre 5mila in meno. Ci vuole un alto tasso di demagogia per dire il contrario. O il tentativo di caricare le responsabilità su un facile attaccapanni per nascondere che non si è fatto ciò che si poteva fare. La verità è che la criminalità è aumentata in Italia, mentre Napoli è in contro tendenza, quindi il dato statistico scagiona l’indulto». [21]
In tutta la Campania sono 2.713 i detenuti che hanno lasciato il carcere perché beneficiari dell’indulto. Dario Stefano Dell’Aquila: «1.321 quelli scarcerati dagli istituti di pena di Napoli, Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli. A questi numeri vanno aggiunti i detenuti scarcerati in altre regioni ma comunque residenti a Napoli, per cui sono circa 3.800 i campani che hanno usufruito dello sconto di pena varato in estate dal parlamento».
Luigi Manconi nota che su oltre 24mila detenuti beneficiari dell’indulto solo il 3,6% (cioè circa 900 persone) è tornato presto in carcere perché recidivo. [22]
L’indulto è un provvedimento del quale hanno beneficiato in larga parte tossicodipendenti e immigrati, non i vertici della criminalità organizzata. Beppe Battaglia, responsabile del Gruppo Carcere della Federazione Città Sociale: «Certo se non c’è un sistema di presa in carico del disagio da parte dei servizi sociali, se non si investe sul sociale, sul lavoro, è inevitabile il ricorso all’illegalità come forma stessa del sopravvivere. Ma non mi sembra che la guerra di camorra non ci fosse quando le carceri
erano piene fino all’inverosimile». [22]
Franco Roberti, capo del pool anticamorra, ha detto a Repubblica che c’è un dato obiettivo: «In quasi tutti gli omicidi degli ultimi tre mesi ex detenuti usciti con l’indulto hanno avuto un ruolo». [23] Il procuratore generale Galgano: «I dati di fatto sono incontrovertibili e dicono che a Napoli, con l’indulto, non sono certo usciti ladri di mele e merendine o furfanti del mercatino, ma in gran parte uomini accusati di rapine, lesioni di vario genere, furti nelle case. Gente pronta a rientrare nel circuito dei reati. A rioccupare posizioni perdute con metodi non certo pacifici. L’effetto indulto, qui da noi, è sotto gli occhi di tutti: una cosa è l’indulto a Parma, una cosa è l’indulto a Napoli». [24]
Il motivo dei delitti è quasi sempre la droga. Roberti: «La cocaina, soprattutto, in questa città scorre a fiumi. Ed è un guadagno da favola. I clan si combattono per il controllo delle piazze dove si spaccia. Secondo una stima della Direzione centrale del servizio antidroga, se un boss investe un milione di euro in una partita di narcotici, ne ricava almeno 4. Quadruplica il guadagno rispetto al costo. Ma è persino riduttivo per la camorra di oggi, perché la cocaina viene tagliata e le entrate possono anche essere maggiori». [23] L’altro affare sono le estorsioni. Dario Del Porto: «Anche il racket ha cambiato pelle, e non da oggi. Fino a qualche anno fa il ”pizzo” veniva chiesto tre volte all’anno: Natale, Pasqua, Ferragosto. Da tempo i clan hanno deciso di passare alla cassa ogni mese». [25]
Il questore Fioriolli sostiene che il dato più preoccupante della criminalità a Napoli è nella giovane età dei delinquenti. Giustino Fabrizio: «In città oggi la violenza è come se si annusasse nell’aria, si picchia con ferocia per rapinare pochi spiccioli, non si contano le aggressioni giovanili fuori delle scuole o delle discoteche». [26] Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla Camera: «La camorra è una grande impresa di lavoro nero, precario, criminale, che fa una barca di soldi che ridistribuisce e per la sterminata massa di giovani napoletani (la Campania è la regione più giovane d’Europa, su 5.8 milioni, 2 milioni hanno meno di 28 anni) diventa un sorta di datore di lavoro e un modello a cui ispirarsi». [27]
Paradossalmente, bisognerebbe ricorrere ai sistemi dell’antica Sparta. Agostino Cordova, per undici anni (fino al 2004) a capo della procura di Napoli: «A 14 anni i ragazzi venivano prelevati dalle famiglie e allevati dallo Stato, poi venivano restituiti alla famiglia. E lì ci vorrebbe una piccola integrazione: una volta restituiti alle famiglie, si dovrebbero rieducare i genitori...». [28]
Stando così le cose, in molti invocano l’intervento dell’esercito. [29] Bassolino: «L’esercito è già venuto altre volte e non ha risolto granché». [26] Villari: «Non ho idee preconcette. Ma poi scopro che per tipo di armi e di addestramento, l’esercito ha i suoi metodi. Tra l’altro i soldati fanno turni di due ore. Quanti ce ne vogliono per ogni postazione? Ce ne vorrebbero 50 mila. Non c’è nemmeno modo di alloggiarli. Poi sento che al tribunale non hanno i soldi per le fotocopie, e allora penso che quella montagna di soldi che servirebbero per portare l’esercito potrebbe essere spesa per organizzare meglio l’ordinario». [14]
Napoli non è il Far West. Giuliano Amato, ministro dell’Interno: «Dall’inizio dell’anno sono state arrestate cinquemila persone in flagrante mentre nel Far West non veniva arrestato nessuno. Qualche volta finiva in carcere lo sceriffo. Certo, per cambiare la vita dei napoletani servono mille maestri, mille scuole, mille iniziative e migliaia di posti di lavoro. Mentre tutto ciò viene preparato, il ministro dell’Interno ha il dovere e la responsabilità di contrastare la criminalità e il primo passo è proprio controllare tutta la città senza zone franche, senza eccezioni». [30]
Prima di tutto, si dice, bisogna risolvere la questione dei motorini. Francesco Grignetti: «Può sembrare un po’ ridicolo e infatti ai piani alti del ministero hanno un po’ di pudore a parlarne, eppure sono convinti che la sicurezza di Napoli passa per una guerra ai motorinisti senza regole, che viene promessa ”furiosa e intransigente”, perché è su quelle due ruote che corrono scippatori, rapinatori, smerciatori di droga e persino killer. Ci saranno quindi per le vie di Napoli sciami di poliziotti e di carabinieri per combattere una piaga, quella di chi viaggia in due o in tre, regolarmente senza casco e regolarmente senza documenti. Ci saranno anche molte pattuglie su motocicletta per inseguire chi cercherà di scappare nei vicoli. E se finora c’era un problema che sembrava insormontabile (il Comune di Napoli non aveva un deposito giudiziario disponibile per accogliere le migliaia di motorini che prevedibilmente saranno sequestrati), ora uno spazio è stato attrezzato». [31]
Al ministero spiegano che «la criminalità diffusa passa al 65% per i motorini illegali. Se si tolgono di mezzo, metà del lavoro è fatto». Grignetti: «Ma siccome a Napoli quello dei motorini irregolari è un fenomeno sociale, ci si attendono contraccolpi. Ci saranno tante proteste. E si mette anche nel conto che la camorra non starà a guardare mentre si appiedano i suoi ”cavalli”, ovvero i giovanissimi corrieri della droga che scorrazzano per la città. Ma a Napoli anche i killer usano i motorini. Sono ottimi per mimetizzarsi e indispensabili per scappare nel traffico. Quindi si temono rappresaglie, perfino scontri a fuoco, contro i posti di blocco». [31]
Napoli è una palude da bonificare. Vigna: «Il suo malessere deriva da agglomerati urbani, tentacolari che la rendono una città dai polmoni grossi. Dove il territorio è un luogo di conquista dove impiantare mercati illeciti, droga soprattutto. E dove quindi si combatte per cento metri di spazio». Come si fa a bonificare una palude? «Ho chiesto a qualche camorrista quali soluzioni sono possibili e mi ha risposto: ”L’artigianato”». [9]