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 2006  novembre 02 Giovedì calendario

Rita Bernardini. La Stampa 2 novembre 2006. «Quando vedo Marco Pannella mi batte ancora il cuore»

Rita Bernardini. La Stampa 2 novembre 2006. «Quando vedo Marco Pannella mi batte ancora il cuore». Comprensibile. Per Pannella e le battaglie radicali, Rita Bernardini è finita in questura, agli arresti domiciliari, in tribunale e in ospedale. Ha tenuto una conferenza stampa completamente nuda e all’impiedi. Ha distribuito hashish, marijuana e stampa clandestina. Ha occupato redazioni e studi televisivi. E’ stata indagata per vilipendio del Capo dello Stato e per costruzione abusiva su suolo pubblico. Ha indossato il chador. Ha sfilato a fianco dei «Los Padania», associazione di omosessuali federalisti. Ha guadagnato due condanne definitive, a novanta e ottanta giorni di reclusione, e diverse condanne in primo grado. Chiunque, dopo una vita del genere, alla sola vista del Gran Capo Bianco radicale avrebbe ripercussioni cardiache prossime all’insufficienza. «Perché?». Rita Bernardini - che è una romana di cinquantaquattro anni, è stata fondatrice dell’«Associazione Coscioni», coordinatrice nazionale dei «Club Pannella», coordinatrice di numerose campagne referendarie, consigliere generale del Partito radicale transnazionale, tesoriere dei Radicali italiani e il prossimo fine settimana sarà eletta a Padova alla successione del segretario Daniele Capezzone - chiede semplicemente «perché?», come fosse tutto normale. Le iniziative radicali, dopo tanti anni, tendono ad annacquarsi nella cronaca quotidiana e nella ripetizione, ma rimesse in fila gelano il sangue. Oggi, Rita Bernardini non è più in grado di quantificare i giorni di digiuno accumulati in oltre trent’anni di militanza. Nell’aprile del 1998, dopo ventisei giorni a stomaco vuoto per protestare contro il mancato rinnovo della convenzione fra la radio e il Parlamento, sbiancò in piazza Colonna e se ne andò al pronto soccorso sull’ambulanza. Però Rita ha appena fatto l’inventario delle «iniziative di disobbedienza». Sono ventidue. Lei le chiama così, «iniziative di disobbedienza». Per capirci, sono reati. Quelli noti, come la distribuzione di droghe leggere contro la legislazione proibizionista. Quelli non notissimi, come l’occupazione della sede del Tg5 a viale Aventino o della sede Rai di Pescara contro l’informazione cinica e bara. Quelli dimenticati, come la volta in cui, nel 1977, in regime emergenziale per il terrorismo, organizzò una sfilata di disabili contando sull’imbarazzo delle forze dell’ordine all’idea di disperdere manifestanti in carrozzina. Nell’occasione vennero costruiti scivoli in cemento davanti all’Anagrafe e al teatro Argentina, e una passerella ad Ostia che conduceva sino alla battigia. Era la lotta alle barriere architettoniche e la Bernardini si prese un’imputazione generalmente riservata ai palazzinari. Di solito, in occasioni come queste, arriva la polizia a schedare, a denunciare a piede libero, qualche volta ad arrestare. Dunque: «Perché?». Ma perché è una vitaccia. In realtà Rita Bernardini, che come tutti i militanti radicali porta con sé una dose di squilibrio, non la definirebbe mai una vitaccia e anzi, della volta in cui le inflissero la detenzione domiciliare ricorda con dolore che fu troppo breve: due giorni. «Speravo di riposarmi di più». E poi uno non può nemmeno farsi un’intervista in pace, che naturalmente a interrompere arriva lui, il Gran Capo Bianco, e il cronista, dall’altra parte del telefono, sente una cosa così: «Scusa, è entrato Marco... Dimmi Marco... E quanto ti serve?... Cento?... Cento te li do io... Ciao... Smack, smack...». Voleva cento euro. Uno può fare il tesoriere se arriva il Gran Capo a scroccare cento euro? Poi lei rivendica tutto, ovvio. Salire nuda con sette compagni sul palco del «teatro Flaiano» fu un’esperienza così corroborante, e fortificante, che Rita conserva la foto dietro la scrivania, il che, fra parentesi, le impone ogni giorno la vista delle caducità di Paolo Vigevano. E rivendica tutte le lotte referendarie, nonostante spesso si sia sfiorato l’avverarsi della profezia di Giorgio Gaber, che cantava: «Compagno radicale / tu occupati pure di diritti civili / e di idiozia che fa democrazia / e preparaci pure un altro referendum / questa volta per sapere / dov’è che i cani devono pisciare!». Nel ”99, a Rita arrivò la mail di un iscritto che la invitava a promuovere una consultazione per abolire il tetto del Superenalotto. E, infine, a chi la considera la Voce del Padrone, i ragazzi del partito rammentano che la Bernardini se ne andò incavolata come una bestia, dopo le Regionali disastrose del 2000, accusando Pannella dello sfascio. «Fu un periodo tremendo. Passavo le ore ad ascoltare Radio radicale», dice oggi. Tornò un mese e mezzo dopo, con la mediazione di Marco Cappato. Adesso è dispiaciuta che dirigenti e militanti siano così poco incisivi sulla vicenda dei senatori negati ai radicali, «e non perché al Senato dovrei entrarci io». Ammette di avere poco tempo libero, durante il quale dipinge paesaggi col gessetto o a tempera, legge romanzi di José Saramago e Italo Calvino, sta col compagno, nel senso del compagno di vita, dal quale non ha avuto figli. Ora, poi, cerca casa. E’ stata sfrattata e gliene serve una vicino alla sede del partito di Torre Argentina. Non grande e soprattutto non costosa. Capezzone la sua non la molla. Mattia Feltri