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 2006  novembre 02 Giovedì calendario

A colpi di emergenze. La Stampa 2 Novembre 2006. Noi meridionali sappiamo due o tre cose dello Stato

A colpi di emergenze. La Stampa 2 Novembre 2006. Noi meridionali sappiamo due o tre cose dello Stato. Poche ma ben piantate nella mente. La prima di queste è che quando si invoca lo Stato, in nome di un’«emergenza», siamo alla vigilia di un cambiamento di equilibri politici locali. Senza andare troppo lontano, senza ricorrere né ai briganti, né ai Borboni, né al dopoguerra di Malaparte, e nemmeno alle leggi eccezionali per l’industrializzazione di inizio secolo, ci basta ricordare gli Anni Settanta e Ottanta, due decenni che si fondono nella nostra memoria in un’ininterrotta fila di emergenze: dal vibrione del colera, alla malasanità, dalle crisi di occupazione con le chiusure dei grandi impianti, alle speculazioni urbane, alle voragini e, come sempre, alla criminalità, in versione tangentopoli, con i vari ministri De Lorenzo, o in versione camorra che infiltra le organizzazioni degli spazzini. Governava allora, dal ”75 all’83, una coalizione di sinistra, e da allora al 1993, la Dc dei sempiterni Gava e Cirino Pomicino. E ogni volta che un allarme nazionale veniva lanciato, tutti loro dichiaravano: «Lo Stato non ci lasci soli». Anche se nulla poterono mai quelle invocazioni: sotto il maglio delle emergenze venne seppellito sia il primo esperimento di sinistra, sia il lungo regno della Dc, come prima erano stati seppelliti dalle immani montagne di spazzatura e disoccupati, moti popolari e ruberie, sia i re sia i governi piemontesi. Chiamatelo pure fatalismo, ma un napoletano alle emergenze non ci crede. Quale sarebbe infatti l’emergenza attuale? A Napoli c’è un morto ogni pochi giorni, si dice; ormai assaltano i turisti e scippano in pieno giorno. Beh? Napoli fa schifo, lo sappiamo noi tutti che la amiamo, e la frequentiamo con doverosa passione e il cuore dolente, anche se non vi abitiamo. Avete mai preso il treno a Napoli? La stazione fa paura, puzza di piscio e non vi si trova - nella città del caffè - un caffè. Napoli fa schifo tutta: nelle zone belle e buone della Riviera e del Vomero, come in quelle di Scampia. I due posti sono uniti dallo stesso disservizio, e le stesse ansie. Ma svegliatevi, è sempre stato così: negli ultimi trent’anni non si è mai preso un bus o un treno che non fossero delle tradotte, non si è mai evitato lo scippo in centro, e in certi quartieri c’è sempre stato il morto. Vogliamo poi fare il discorso su droga e prostituzione? Questo non vuol dire negare gli sforzi del Rinascimento Napoletano, la cultura e la bellezza di tanti luoghi ritrovati e restaurati. Ma le due cose non si escludono a vicenda - Napoli non ha mai vissuto bene. Caso mai si può dire che ha saputo vivere nonostante tutto. I primi a essere consapevoli dei limiti e dell’inutilità di una città governata a botte di «emergenze» sono stati, tra l’altro, gli attuali amministratori. Come molti ricordano in questi giorni, negli Anni Ottanta una nuova classe di politici e intellettuali - quella che poi avrebbe sconfitto con le proprie idee la Dc e che oggi governa - si affermò proprio in nome della critica all’«emergenzialismo». L’emergenza, ragionavano, è un frutto avvelenato che toglie al Sud dignità, dipingendolo come una diversità terzomondista, e confermandone la dipendenza, e dunque l’immobilità, dalle casse dello Stato. Il Bassolino che diviene il nuovo mito meridionale vince perché dice questo: non ci sono emergenze, c’è la nostra condizione; non si chiede aiuto allo Stato ma ci si rimbocca le maniche e si trova tra noi, nella nostra capacità e dignità, la soluzione. E infatti, Bassolino ha in concreto lavorato nel passato decennio su questa linea: la sua politica di attivare investimenti stranieri, e di usare fondi dell’Europa, tagliando il cordone ombelicale con i fondi statali, ne è la prova. Una linea di lavoro così differente dalla attuale invocazione al governo centrale, e certamente lontanissima dalla grottesca idea che l’esercito possa essere un aiuto. Esercito che peraltro, nel giudizio della stessa Iervolino, non avrebbe efficacia alcuna. Cosa succede allora, davvero? Stiamo tornando alle vecchie idee? Quando si è varcata la linea tra serie difficoltà e l’emergenza? Cosa ha indotto insomma la classe politica napoletana, che anche solo poche settimane fa sgridava Bocca e Santoro per le loro visioni pessimiste, a gridare aiuto? In assenza di risposte, ci rimane solo il malizioso pensiero napoletano verace: quando un politico dice «lo Stato ci ha lasciati soli» si sta preparando a scaricare le responsabilità. Lucia Annunziata