Mario Calabresi, la Repubblica 31/10/2006, pagina 54-55., 31 ottobre 2006
Paolo Pellegrin, fotografo romano di 42 anni, vive a New York, Brooklyn, nel quartiere di Williamsburg
Paolo Pellegrin, fotografo romano di 42 anni, vive a New York, Brooklyn, nel quartiere di Williamsburg. Lavora per la Magnum e i suoi committenti sono il New York Times Magazine, Newsweek (di cui è uno dei ciunque fotografi ufficiali), e l’edizione americana di Vanity Fair. Il 26 ottobre 2006 ha vinto il "W. Eugene Smith memorial fund", ambito premio di fotogiornalismo vinto anche da Koudelka, Salgado, peress, Nachtwey, Letizia Battaglia. Pellegrin lo ha vinto per il suo "Viaggio attraverso le terre d’Islam". Un percorso cominciato nel 2001, alla vigilia degli attentati newyorkesi, partendo da Marsiglia: da lì in Algeria, Libia, Egitto, Sudan e Darfur, Iraq, Afghanistan, Israele, Palestina, Libano, Iran. In mezzo a tutto ciò un reportage da Guantanamo. «Gilles Peress, l’autore di "Telex Iran" (1983), un lavoro fondamentale su cui mi sono formato, teorizza che ognuno fotografa come vede: io fin da ragazzo non vedo bene, soffro di una progressiva riduzione del campo visivo e questo si legge nelle mie foto, dai bordi neri chje incorniciano i soggetti». Le sue foto non sono nitide, ma sempre un po’ sfocate: «Ci sono due modi di comunicare: c’è un tipo di foto che si rivela completamente, è un’immagine che parla, dice cose forti e chiare, è leggibilissima, ma è un’indagine finita, è la versione dei fatti del fotografo. L’altra, quella che mi interessa di più, è una fotografia non finita, dove chi guarda ha la possibilità di cominciare un proprio dialogo. E un invito: io ti porto in una direzione, ma il resto del viaggio lo fai tu. Io presento la domanda che mi sono fatto davanti ai morti, alle guerre, alla sofferenza, poi lascio spazio ad ognuno perché si interroghi, perché si faccia un’idea. Il pudore di fronte al dolore ce l’ho sempre avuto, sto un passo indietro, ma con gli anni e l’esposizione continua alla sofferenza questo processo di distanziamento si è accentuato: oggi sto due passi indietro e lo sguardo si fa più discreto». Un episodio della sua vita, In agosto, nel sud del libano, a Tiro. Un missile israeliano cade a pochi metri dalla sua auto: «Copn Scotto Anderson del New York Times eravamo corsi sul luogo di un’esplosione: c’era un uomo in terra, si trascinava, era l’obiettivo del primo missile. Appena sono sceso dalla macchina ne è arrivato un secondo. L’esplosione mi ha fatto volare per alcuni metri. Mi sanguinava la testa. Siamo scappati in una strada laterale. Poi di colpo mi sono messo a correre. Sono tornato indietro, ho fotografato quell’uomo. la seconda eplosione gli aveva staccato un braccio ma respirava ancora. La strada era deserta, siamo rimasti noi due soli per una manciata di secondi. poi sono corso via di nuovo. Mi sono chiesto spesso perché sono tornato lì». la foto che ama di più l’ha scattata a Jenin nel 2002 e ritrae una donna che sviene durante il funerale del figlio, tante mani che la sorreggono: «Ero in mezzo alla folla, mi sono girato, ho alzato la macchina e ho fatto un solo scatto. Non c’era tempo per ragionare, ma in quell’istinto c’era la sintesi, l’essenza di tutto il mio lavoro».