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 2006  ottobre 15 Domenica calendario

Ebreo errante in panchina. Il Sole 24 Ore 15 ottobre 2006. Reduce da un breve soggiorno tra Fiume e Vicenza, con una fuggevole parentesi a New York, sbarca a Bari nel 1928 come allenatore della locale squadra di calcio un certo Egri Erbstein

Ebreo errante in panchina. Il Sole 24 Ore 15 ottobre 2006. Reduce da un breve soggiorno tra Fiume e Vicenza, con una fuggevole parentesi a New York, sbarca a Bari nel 1928 come allenatore della locale squadra di calcio un certo Egri Erbstein. un ebreo mezzo ungherese e mezzo rumeno, esponente di quella scuola danubiana che in quel momento è considerata giustamente come il modello più elegante e spettacolare di un gioco giunto, ormai, alle soglie del professionismo. Erbstein si è fatto le ossa a Budapest in una accademia di educazione "del corpo" piuttosto sofisticata e può vantare una discreta preparazione culturale, soprattutto una frequentazione di testi filosofici tra i quali l’Homo ludens di Huizinga, lo scrittore olandese secondo il quale "il gioco oltrepassa i limiti dell’attività puramente biologica: è una funzione che contiene un senso". In effetti, Erbstein porterà nel suo lavoro di allenatore una autentica rivoluzione, tanto da essere battezzato dai critici italiani come "il Napoleone della panchina" per la complessità del metodo che porterà nella selezione prima, poi nella preparazione e nella gestione del Torino, il "grande" Torino, vittorioso nel campionato italiano cinque anni di seguito, dal 1943 al 1949, naturalmente con l’intervallo della guerra. Il suo gioco anticipa di decenni quello "universale" degli olandesi: c’è uno "stopper" che registra la difesa, c’è un "quadrilatero" a centro-campo che organizza la manovra, ma c’è soprattutto un’idea luminosa di movimento, di partecipazione: le punte sono tre quando la squadra si difende, ma diventano sette quando si attacca. Ne consegue che il "mister" non limita il suo lavoro allo schieramento in campo, ma cura giorno per giorno la preparazione fisica e mentale del giocatore, l’attenzione ai suoi problemi personali come alla sua alimentazione. In questo Allenatore errante, errante come lavoratore e come ebreo, la storia insieme esemplare e tragica di Erbstein è raccontata da un ex bravissimo redattore dell’"Unita", il fiorentino Leoncarlo Settimelli, che alterna in modo assai originale un triplice approccio al suo eroe: come inarrivabile maestro di sport, come protagonista di una "Shoah" personale e infine come soggetto per un "originale" della nostra Rai il cui autore (se ho capito bene) sotto il nome di Cassini, dovrebbe essere lo stesso Settimelli. Il quale, da buon militante del Pci, non nasconde riserve sulla politica di Israele che tuttavia non incrinano una commossa solidarietà con le vittima della criminale follia nazista, che solo in Ungheria ha condotto alla deportazione di 574mila ebrei, 485mila dei quali finiti ad Auschwitz. Egri arriva a Torino soltanto nel 1938, dopo aver allenato per cinque anni formazioni meridionali e aver lavorato come "trainer" della Lucchese per altri cinque, con tale successo da aver richiamato l’attenzione del presidente Novo proprio nel periodo in cui il dirigente del club granata, assistito anche da Vittorio Pozzo, sta costruendo il Grande Torino. Fatalità vuole che l’allenatore ungherese, dopo aver segnalato a Novo quasi tutti i migliori giocatori, da Grezar, a Loik, a Valentino Mazzola si trasferisca in pianta stabile nella città della Mole proprio alla vigilia della sciagurata decisione di Mussolini di allinearsi alla legislazione antisemita dei nazisti. Nè Erbstein, nè i suoi famigliari sono ebrei praticanti, anzi la primogenita Susanna, destinata ad affermarsi come bravissima danzatrice, si è convertita al cattolicesimo, ma la polizia fascista li costringe egualmente ad abbandonare l’Italia. Tentano di passare la frontiera tedesca per rifugiarsi in Olanda, ma l’imminente arrivo della Wermacht li costringe a cercare riparo in Ungheria, dove vivranno le vicende angoscianti di tutto il popolo della stella gialla, sottraendosi per miracolo alla persecuzione delle "croci frecciate" fasciste e alla deportazione. A Torino potranno tornare soltanto alla fine della guerra, quando la squadra granata - alla cui formazione definitiva ha tanto contribuito Egri - è già entrata nella leggenda e sta per vincere, sotto la guida del suo grande direttore tecnico magiaro, altri tre scudetti dopo la doppietta messa a segno a cavallo della Seconda guerra mondiale. Coincidono con gli anni più sereni e felici di un uomo di qualità a cui il destino prepara, però, un epilogo atroce e le pagine che, in apertura e chiusura di libri, Settimelli dedica alla tragedia di Superga sono senza dubbio le più toccanti. Anche perché è una doppia fatalità quella che condanna tecnici, giocatori e giornalisti della carovana granata al rogo del trimotore Fiat 202, il pomeriggio del 4 maggio 1949. Fatale il viaggio a Lisbona per un incontro amichevole che Mazzola ha accettato a nome del Torino di disputare contro il Benfica, devolvendo l’incasso a favore del suo amico Ferreira, vecchio nazionale portoghese sul viale del tramonto. Novo non avrebbe permesso la trasferta se i ragazzi avessero perduto, quattro giorni prima, una partita di campionato a Milano con l’Inter compromettendo la conquista del quinto scudetto. Non l’hanno perduta e la trasferta c’è stata. Ma fatale è stata al ritorno, anche la decisione del pilota di atterrare egualmente a Torino e non a Milano, nonostante il cattivo tempo. Verosimilmente, quella decisione è stata sollecitata dai giocatori, che avevano fretta di tornare a casa, ma il maltempo che infuria su Superga acceca il povero pilota che va a sbattere contro "un corpo nero", accanto alla Basilica. Ed Egri brucia nel rogo con tutti i suoi giocatori e i giornalisti: di intatto, per quel che lo riguarda, resta solo un valigione nero in cui Susanna troverà la bambolina che il padre le ha portato da Lisbona. Antonio Ghirelli