Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  ottobre 29 Domenica calendario

Qui comincia la meglio gioventù. La Stampa 29 ottobre 2006. Sui muri di Firenze, anche il turista disattento può cogliere qua e là alcune targhe marmoree con la scritta: «L’acqua dell’Arno raggiunse questo livello il 4 novembre 1966»

Qui comincia la meglio gioventù. La Stampa 29 ottobre 2006. Sui muri di Firenze, anche il turista disattento può cogliere qua e là alcune targhe marmoree con la scritta: «L’acqua dell’Arno raggiunse questo livello il 4 novembre 1966». A quel punto l’occhio registra l’incongruenza: la targa è posta a 4-5 metri dal suolo. Quasi una ventina di metri sopra il letto dove scorre il fiume. E in quei venti metri di dislivello ci sono case, negozi, strade, scuole. La vita, insomma. La stessa vita spazzata via quella notte di novembre dalla piena dell’Arno che travolse con furia selvaggia un ponte dopo l’altro, scaricando sulla città toscana un torrente di acqua, fango e nafta che correva a 70 chilometri l’ora. Il bilancio fu di 33 morti, 13 mila famiglie disastrate, 500 aziende rase al suolo, 20 mila imprese artigiane alluvionate, 12 mila automobili travolte, danni per migliaia di miliardi. Sotto il fango e la nafta rimasero 1200 opere d’arte, due milioni di volumi della Biblioteca nazionale, 1600 metri quadrati di affreschi. Era l’ennesima tragedia dell’acqua di un Paese che paga periodicamente pegno alla decennale devastazione e alla mancata pulizia dei suoi corsi d’acqua; al disboscamento e abbandono delle montagne; all’avidità o alla stoltezza di chi ha costruito dighe, abitazioni e complessi industriali troppo vicini all’acqua che scorre. La stessa acqua che ha spazzato via la diga del Vajont e le case di Sarno, mietendo migliaia di vittime tra la Valtellina e il Piemonte, la Calabria e la Versilia, la Liguria e la Campania. Alcuni anni fa una ricerca condotta dal Servizio geologico nazionale era giunta alla conclusione che, soltanto nel dopoguerra, più della metà degli 8 mila Comuni italiani sono stati colpiti da avversità di tipo idrogeologico. E ancora oggi, nella sua relazione, il ministero dell’Ambiente valuta in 1173 (il 14,5 per cento del totale) il numero dei Comuni a rischio idrogeologico molto elevato. L’alluvione di Firenze del 1966 ha il triste merito di avere colpito l’opinione pubblica di tutto il mondo, vuoi per la fama della città, vuoi per il tremendo sacrificio di opere d’arte: quasi tutti i musei furono allagati, così come Palazzo Vecchio, Piazza del Duomo, il Battistero. Il Crocefisso di Cimabue subì gravissimi danni, diventando uno dei simboli della tragedia. Non solo l’arte, però. Mancavano il pane, i viveri, l’energia elettrica. Il 6 novembre arrivò il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, accolto al grido «Pane, acqua, ruspe». Come affermava il sindaco Piero Bargellini, «in un giorno Firenze ha subito più danni che in tutta la guerra». I primi veri soccorsi arrivarono dopo sei giorni. In compenso, da tutto il mondo giunsero ragazzi e ragazze, e poi capelloni, beat, i futuri protagonisti del movimento del Sessantotto. Recitava la voce di Richard Burton nel documentario sulla tragedia girato da Franco Zeffirelli: «I primi a rispondere all’appello sono stati i giovani (stranieri e italiani), quella che oggi chiamano la gioventù bruciata, che rinunciando a ogni comodità moderna, con pieno spirito di sacrificio hanno vissuto per moltissimi giorni e settimane in mezzo al fango per salvare quello che era perduto». Gli faceva eco Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera: «D’ora in avanti più nessuno si permetta di insultarli. Sono stati degli angeli». I quadri furono trasportati con cautela fuori da musei e gallerie invasi dal fango e dalla melma, oggetti d’arte ridotti a brandelli furono strappati all’acqua, i libri vennero passati di mano in mano, con cura, in una catena che li portò in salvo. Quelle mani appartenevano non solo ai giovani, arrivati dall’Italia e dal mondo, ma anche a intellettuali e artisti rimasti nell’ombra. Quelle mani che lavorarono nella melma e nella nafta lasciate in dono dall’Arno rientrato nel suo letto, erano le mani dei tanti «angeli del fango» che Firenze ringrazia tuttora e che ha censito e continua a censire per perpetuarne il ricordo. Fu un fenomeno che colpì tutti: dalle pieghe di una società opulenta, uscita dal boom economico in preda a una sorta di ebbrezza vorace nello scoprirsi ricca e in grado di consumare il superfluo, spuntarono migliaia di giovani disinteressati, pronti a aiutare chi ne aveva bisogno, disponibili a correre dove c’erano dolore e sofferenza, in uno slancio volontaristico che il nostro Paese mai aveva conosciuto in quei termini. Una disponibilità disinteressata che seguiva solo ed esclusivamente un impulso morale, una scelta esistenziale, pre-politica, che in molti giovani fece però scattare non solo la molla della solidarietà ma anche quella della partecipazione politica e dell’impegno civile. impossibile, infatti, non cogliere in quegli slanci altruistici, in quella rottura così drastica con l’egoismo familistico di gran parte dei nostri tradizionali comportamenti collettivi, il preludio della successiva, tumultuosa stagione dei movimenti studenteschi del 1968. Giovanni De Luna