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 2006  ottobre 30 Lunedì calendario

L’immunologo: sono innocenti. La Stampa 30 Ottobre 2006. Roma. «Dal punto di vista scientifico abbiamo fatto tutto il possibile»

L’immunologo: sono innocenti. La Stampa 30 Ottobre 2006. Roma. «Dal punto di vista scientifico abbiamo fatto tutto il possibile». Vittorio Colizzi, ordinario di Immunologia all’Università di Roma Tor Vergata, ha firmato con altri l’appello per salvare dalla condanna a morte le cinque infermiere bulgare e il medico, accusati di aver infettato volontariamente con il virus dell’Aids 450 bambini libici. «Adesso - commenta - il problema è soltanto politico». Professore, com’è entrato in questa storia? «Mi fu chiesto dall’Unesco, a cui il governo libico si era rivolto per avere degli esperti che potessero indagare sulla vicenda di questa infezione». Perché all’Unesco e non all’Organizzazione mondiale della sanità? «La Libia non si fidava dell’Oms, troppo vicina agli americani, mentre l’Unesco è un po’ più "terzomondista". Il professor Luc Montagnier e io siamo stati scelti come esperti e siamo stati per due anni in Libia a condurre le nostre ricerche». Che cosa avete fatto? «Abbiamo raccolto i campioni di sangue, fatto le sequenze virali, analizzato il virus di parecchi bambini, controllato le cartelle cliniche, le date di ricovero e via dicendo». E le vostre conclusioni? «Questo virus era presente ancora prima che le infermiere bulgare arrivassero in quell’ospedale. Loro avevano preso servizio, infatti, nel febbraio-marzo 1998 e il virus era presente in quell’ospedale almeno dal 1997. Due sono le evidenze scientifiche: dalle cartelle cliniche risultano bambini infettati, ricoverati già nel 1997; in secondo luogo, quando abbiamo fatto le sequenze di questo virus, abbiamo visto che erano molto simili ad alcune mutazioni che ci hanno fatto capire di trovarci di fronte a un agente virale unico, dal quale poi si sono infettati i bambini, ma che era già presente nell’ospedale, probabilmente addirittura dal 1993. Abbiamo seguito un modello chiamato ”epidemiological clock”, ovvero orologio epidemiologico: dalle sequenze di un virus si può capire quando questo abbia incominciato a infettare». Chi altri ha collaborato alla ricerca? «Con Montagnier abbiamo fatto la parte di raccolta di campioni e di analisi delle cartelle cliniche a Bengasi, in Italia abbiamo realizzato il sequenziamento del virus e abbiamo poi mandato le sequenze a Oxford, dove le hanno rianalizzate con modelli molto avanzati di biomatematica che permettono di capire come questo virus ha iniziato a propagarsi». Detto in termini più semplici? «Se si parte dalla sequenza di un virus unico che ha infettato 450 bambini, si vedrà che in ogni bambino ha avuto delle mutazioni per adattamento: dal numero di queste mutazioni si può sapere quanti anni il virus ha girato. Il risultato di questa ricerca è adesso in via di pubblicazione su ”Nature”». L’alibi delle infermiere è dunque inconfutabile? «Di certo, se si leggono gli atti del primo processo, si vede che l’accusa non ha in mano assolutamente nulla. I nostri, quantomeno, sono dati che offrono indicazioni di certezza». Come avrebbero contratto la malattia i piccoli? I genitori erano infetti? «No. L’accusa sostiene che le infermiere, di notte, iniettavano il virus con le siringhe, perché erano parte di un complotto della Cia e del Mossad per destabilizzare la Libia. Le nostre ricerche scientifiche hanno dimostrato che c’era un’infezione nell’ospedale. Si è propagata attraverso aghi infetti che venivano usati e riusati. Infatti, anche due infermiere libiche sono state infettate. Hanno ammesso di essersi bucate accidentalmente. Del resto la Libia, anche se non lo riconosce, è piena di Aids». Che fine hanno fatto questi bambini? «Cinquanta sono già morti. Altri sono in cura in Libia e altri ancora, i più gravi, sono distribuiti in ospedali europei. S’è fatto anche un’action plan dell’Unione Europea, di supporto all’ospedale di Bengasi che, tuttavia, non ha funzionato granché. Non per colpa degli europei, ma dei libici i quali hanno preferito puntare alla colpevolezza invece di rimediare al danno». Daniela Daniele