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 2006  ottobre 30 Lunedì calendario

L’ora della verità per le infermiere bulgare. Stampa 30 Ottobre 2006. Roma. Domani i giudici di Bengasi potrebbero confermare la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare accusate di aver contagiato con il virus dell’Hiv centinaia di bambini, ricoverati all’Ospedale pediatrico Al-Fateh di Bengasi, alla fine degli anni ”90

L’ora della verità per le infermiere bulgare. Stampa 30 Ottobre 2006. Roma. Domani i giudici di Bengasi potrebbero confermare la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare accusate di aver contagiato con il virus dell’Hiv centinaia di bambini, ricoverati all’Ospedale pediatrico Al-Fateh di Bengasi, alla fine degli anni ”90. Processo «controverso», e al centro di una campagna internazionale di mobilitazione dell’opinione pubblica. Appelli alla liberazione delle infermiere bulgare sono arrivati a Tripoli da mezzo mondo, da Washington a Bucarest e anche dall’Unione Europea. Si è mobilitato George Bush e in Italia è stato rivolto un appello a Massimo D’Alema, ministro degli Esteri (pubblicato nei giorni scorsi sul «Riformista»), perché interceda presso il leader libico Muammer Gheddafi. Hamed Tajuri è il papà di uno dei 245 bambini contagiati dall’Aids che da luglio si trovano in Italia: «Ahmed aveva due anni - racconta - quando lo ricoverammo in ospedale per una infezione bronchiale, cose che capitano a tutti i bambini. Ma in ospedale è stato contagiato e sono ormai passati sette anni da quando ha il virus dell’Hiv. Dovrebbe farcela, ci dicono i medici che lo hanno in cura al Bambin Gesù. Altri, invece, sono assistiti allo Spallanzani, sempre di Roma, e altri ancora a Firenze. Come genitori siamo sereni e rassicurati perché i nostri bambini sono seguiti da medici altamente specializzati. Solo alcuni sono in realtà ricoverati, perché gran parte dei nostri figli vengono assistiti in D-Hospital una volta a settimana. Ci sono poi quelli ricoverati in Francia, negli ospedali di Parigi, Marsiglia, Lione e Strasburgo». Hamed Tajuri fa parte del Comitato dei familiari dei bambini contagiati dell’ospedale Al-Fateh di Bengasi. Quando lo incontriamo ha appena ricevuto la notizia che un’altra bambina, Marwa Annouiji, nove anni, non ce l’ha fatta ed è morta. Hamed prova ad aggiornare l’elenco: «Dovrebbero essere stati 433 i bambini contagiati, 54 quelli morti, 18 le madri, di cui una morta, sieropositive. I medici ci dicono che complessivamente per il 30% dei bambini la situazione è disperata, per gli altri c’è la possibilità di tenerla sotto controllo». Siamo ormai arrivati alla fine della tormentata vicenda giudiziaria: dopo che nel maggio del 2004 una prima sentenza ha condannato alla pena capitale le cinque infermiere bulgare arrestate il 9 febbraio del 1999, il processo è stato riaperto. L’invito pressante dell’opinione pubblica internazionale per una sentenza di assoluzione viene vissuto dai familiari e dalle autorità libiche con un certo fastidio: «La comunità internazionale - spiega l’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur - dovrebbe avere più rispetto per la nostra giustizia e, soprattutto, per i familiari delle vittime. Così come è accaduto per Loockerbie. Perché, in quel caso, si è dato per scontato che gli imputati libici fossero colpevoli e si è espressa solidarietà ai familiari delle vittime, mentre per Bengasi accade il contrario?» In questi anni si è mobilitata la comunità internazionale, e lo scopritore del virus dell’Hiv, il francese Luc Montagnier, e il virologo italiano Vittorio Colizzi hanno studiato il «caso», producendo un rapporto che la Corte di Bengasi ha respinto come «controverso e infondato». In quel rapporto si documentava come sin dall’aprile del 1997 si fosse manifestato il virus dell’Hiv nell’ospedale pediatrico di Bengasi, cioé un anno prima che fossero assunte le infermiere bulgare finite sotto processo. «Che i bambini siano stati infettati è fuori discussione - sostiene Hamed Tajuri - Il processo ha dimostrato che alcuni bambini non sottoposti a terapia che includesse iniezioni, sono stati comunque infettati con siringhe, e che esistevano rapporti diretti tra le cinque infermiere e un medico palestinese. Il perché l’abbiamo fatto non è accertato. I nostri sospetti ricadono sul Mossad israeliano o su ditte farmaceutiche internazionali interessate a vendere i propri medicinali: ogni anno noi spendiamo 3 milioni di dollari per importare medicine. Noi ci aspettiamo la conferma delle condanne, perché nessuno ha contraddetto l’accusa anche nel corso del nuovo processo». Probabilmente, il Tribunale confermerà le condanne a morte. Però il destino delle cinque infermiere è tutt’altro che segnato. In questi mesi si è discusso di trattative in corso tra Libia e Bulgaria per trovare un punto di mediazione su un «equo risarcimento» dei familiari delle vittime. «Nella religione musulmana - spiega l’ambasciatore Hafed Gaddur - è previsto che la famiglia di una vittima possa perdonare il colpevole». Annuncia Hamed Tajuri: «Noi abbiamo chiesto cure mediche adeguate per i nostri bambini, la costruzione di un ospedale efficiente e un equo risarcimento». Equo quanto? Per Loockerbie, i libici hanno pagato dieci milioni di dollari per ogni vittima. «Aspettiamo la sentenza - dice Hamed Tajuri - e poi tratteremo». Guido Ruotolo