Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  ottobre 28 Sabato calendario

Alexander Dubcek, il comunista dal volto umano. Corriere della Sera 28 ottobre 2006. Nei giorni in cui si ricorda il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese tutti hanno parlato giustamente di Nagy, ma nessuno si è ricordato di Dubcek che, se ben ricordo, da premier fu degradato a dirigente di una centrale elettrica

Alexander Dubcek, il comunista dal volto umano. Corriere della Sera 28 ottobre 2006. Nei giorni in cui si ricorda il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese tutti hanno parlato giustamente di Nagy, ma nessuno si è ricordato di Dubcek che, se ben ricordo, da premier fu degradato a dirigente di una centrale elettrica. Può correggere questa dimenticanza? gabriellicarlo@aliceposta.it Cario Gabrielli, correggo anzitutto qualche imprecisione. Nel 1969 Alexander Dubcek dovette lasciare la segreteria del partito comunista cecoslovacco e subì una serie di rapide retrocessioni: prima presidente dell’ Assemblea federale cecoslovacca, poi ambasciatore in Turchia, infine funzionario del Dipartimento forestale della Slovacchia. Qualcuno sostenne persino che era diventato giardiniere a Bratislava. Ma si trattò di una forzatura, forse ispirata dalla vita dell’ ultimo imperatore cinese, Pu-yi, che la Repubblica popolare aveva rieducato assegnandogli un incarico di giardiniere a Pechino. Ciò non toglie che la sorte di Dubcek, fra il 1969 e il 1970, assomigli a quella del protagonista di un famoso racconto di Dino Buzzati che si ammalò e venne ricoverato all’ ultimo piano di un ospedale. Ma non appena la sua malattia cominciò ad aggravarsi fu trasferito da un piano all’ altro, sempre più giù, sempre più giù, fino al pian terreno, dove esalò l’ ultimo respiro. Negli anni precedenti Dubcek era stato un comunista esemplare. Nato a Uhrovec in Slovacchia nel 1921, aveva seguito la famiglia nella repubblica sovietica del Kirghizistan dove il padre si trasferì all’ inizio degli anni Trenta per dare il suo contributo alla costruzione dello Stato socialista. Rientrato in patria nel 1938, il giovane Dubcek si era iscritto al partito, allora illegale, aveva partecipato alla Resistenza contro i tedeschi, aveva fatto una brillante carriera ed era tornato in Urss per laurearsi cum laude nella scuola del Pcus a Mosca. Ma verso la metà degli anni Sessanta, mentre la politica economica della dirigenza comunista cecoslovacca produceva risultati disastrosi, divenne leader di una corrente del partito che si proponeva di riformare e «umanizzare» il regime. Nel gennaio 1968 la corrente riuscì a scalzare i fedeli del vecchio Antonin Novotny, esponente dell’ ortodossia moscovita, e innalzò Dubcek alla segreteria del partito. Cominciò così la «primavera di Praga», una breve stagione durante la quale un intero Paese si mise a discutere, deliberare, legiferare e sognare sotto l’ occhio benevolo e tollerante del nuovo segretario. Come più tardi, all’ epoca della perestrojka di Gorbaciov, molti credettero, non soltanto in Cecoslovacchia, che un regime comunista fosse riformabile e potesse assumere un «volto umano». Le speranze morirono quando fu evidente che l’ Unione Sovietica non avrebbe tollerato la pericolosa eresia di Dubcek. Accadde allora ciò che era accaduto nel maggio 1628 quando i protestanti di Praga defenestrarono i governatori imperiali e suscitarono la collera di Vienna. Ma non vi fu una «guerra dei Trent’ anni». Le truppe «imperiali» del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia ed entrarono nella capitale. Ogni popolo ha il suo carattere, il suo stile, il suo modo di resistere. I cechi combatterono i carri armati con l’ umorismo. Cambiarono sui cartelli stradali il nome di molti villaggi in Dubcekovo (paese di Dubcek) e riuscirono a confondere le idee dei carristi sovietici. Dubcek fu trasportato a Mosca, duramente redarguito e costretto ad accettare lo stato d’ occupazione. Gli fu permesso di restare alla testa del partito perché la dirigenza sovietica voleva costringerlo a recitare pubblicamente la parte del reo confesso e penitente. Ma poco meno di un anno dopo, nell’ aprile del 1969, venne defenestrato e cominciò la sua irresistibile discesa. Ero a Praga in quei giorni e ricordo bene la cupa atmosfera della città mentre il comitato centrale del partito cecoslovacco eseguiva gli ordini di Mosca e defenestrava Dubcek. A differenza del protagonista del racconto di Buzzati, il comunista dal volto umano sopravvisse e apparve, sorridente e commosso, a un balcone di piazza Venceslao, accanto a Vaclav Havel, durante la rivoluzione di velluto alla fine del 1989. Qualche giorno dopo, festeggiato e applaudito come un precursore, fu eletto alla presidenza del Parlamento. Visse ancora tre anni durante i quali ricevette, con altri riconoscimenti, una laurea honoris causa dell’ Università di Bologna. Morì nel novembre del 1992, dopo un grave incidente automobilistico. Cinque mesi prima la sua Slovacchia si era separata dai cechi e aveva proclamato la propria indipendenza. Sergio Romano