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 2006  ottobre 28 Sabato calendario

Una risata dissacrò il Palazzo dieci anni fa l’ultimo ’Cuore’. La Repubblica 24 ottobre 2006

Una risata dissacrò il Palazzo dieci anni fa l’ultimo ’Cuore’. La Repubblica 24 ottobre 2006. Roma. Tanto per non lasciare dubbi, la prima copertina del primo numero del nuovo settimanale fu dedicato al nascente Pds. Titolone trappola: «Un grande partito». Sotto, catenaccio feroce: «Occhetto: siamo d’ accordo su tutto, basta che non si parli di politica». Era il 4 febbraio 1991, era appena scoppiata la prima guerra del Golfo, al governo c’ era un pentapartito guidato da Andreotti, al Quirinale c’ era Cossiga, il segretario della Dc si chiamava Forlani e Bettino Craxi era l’ uomo più potente d’ Italia. In quella Prima Repubblica che non sapeva ancora di essere a un passo dal precipizio, l’ apparizione in edicola di quelle otto pagine verdi ebbe l’ effetto di una bottiglia di minerale ghiacciata che cade dal cielo davanti a una carovana di turisti dispersi nel deserto. Cuore, non ancora testata autonoma ma solo inserto, era nato tre anni prima. Aveva preso il posto di Tango, il primo irriverente supplemento satirico dell’ Unità. E ne aveva ereditato anche l’ abbinamento con il giornale del Pci, situazione che in qualche caso dava una carica dirompente all’ ironia esercitata contro lo stesso partito-editore, ma che comunque ne limitava i confini dentro il recinto di un organo di partito: chi voleva leggere Cuore doveva comprare l’ Unità. Ecco perché molti considerano quel primo numero autonomo, che affrontava finalmente con coraggiosa nudità la sfida dell’ edicola, come la vera data di nascita del settimanale fondato da Michele Serra. Una sfida che avrebbe conosciuto, nel breve arco di un lustro, l’ inebriante successo di sorpassare nelle vendite il giornale-madre ma anche l’ amarezza finale di una chiusura dettata dai registri contabili il 4 novembre del ’96: esattamente dieci anni fa. Allora, quel giornale intercettava (e soddisfaceva magnificamente) la voglia degli italiani di ridere non solo dei loro governanti - terreno obbligato per la vera satira di ogni tempo - ma anche dei vizi, delle debolezze e delle vanità di una sinistra incerta e vacillante tra le sicurezze di un passato che crollava e il desiderio avido di trovare, magari con l’ acido del sarcasmo o con l’ olio bollente dell’ ironia, nuove e più pulite verità. I bersagli di Cuore erano, si capisce, quelli di sempre. Gli americani che attaccavano l’ Iraq: «L’ Occidente angosciato, troppe vittime tra gli arabi: chi ci laverà il parabrezza?» (catenaccio: «Gli americani incollati alla tv, gli iracheni incollati sull’ asfalto»). Cossiga che tracimava in tutte le tv: «Te la diamo vinta basta che stai zitto», oppure «Vogliono avvelenare Cossiga: un comico al potere fa paura». Il pentapartito, che perpetuava la conventio ad excludendum contro i comunisti e si reggeva sul patto di ferro tra Craxi, Andreotti e Forlani: «Dopo un giro di consultazioni, la nostra serena analisi. Hanno la faccia come il culo» (titolo che fece scalpore, per la volgarità che veniva scagliata contro il Palazzo con effetto catartico, e che venne replicato una settimana dopo, quando Andreotti presentò la sua settima e ultima lista dei ministri: «Loro rifanno lo stesso governo, noi rifacciamo lo stesso titolo. Hanno la faccia come il culo/2». Ma al centro del mirino dei perfidi cecchini di Cuore c’ era soprattutto lui, Bettino Craxi. Il Psi e i socialisti, non ancora investiti dallo tsunami chiamato Tangentopoli. Titolone di copertina: «Scatta l’ ora legale. Panico tra i socialisti». Spietato sommario: «Dopo un incontro all’ Onu Craxi cerca nuove soluzioni, De Cuellar cerca il suo orologio d’ oro. Tessera onoraria a tutti gli orologi d’ Italia: questa notte rubano un’ ora». Vignetta di Altan: «Il Psi fa cento anni». «Aggiungi le tangenti e fa centotrenta». Disegni e Caviglia colpivano una settimana sì e una no, facendo di Craxi e Martelli gli esilaranti protagonisti delle loro perfide strisce. E nella rubrica «Il Giudizio Universale, ovvero le cinque cose per cui vale la pena di vivere», la risposta «la fine di Craxi» fu sempre in zona scudetto, accanto a «la figa», «l’ amore», «toccare le tette» ed «Enzo Catania detto Turbominchia». Certo, ce n’ era anche per i democristiani. Si aprono le assise dello scudocrociato? La copertina è tutta per loro: «Il nostro saluto al congresso dc: Buon appetito!». C’ è un sisma al Sud? E Cuore titola, con splendido cinismo: «Non ci sono più i terremoti di una volta: solo 5000 senzatetto, costernazione nella Dc». Andreotti traballa? Titolone pronto: «Incarico a Lattanzio. Vi fa schifo questo governo? Vedrete il prossimo». Poi, quando il fango delle tangenti investì anche i dirigenti del Pci milanese, neanche loro vennero risparmiati: «Anche nella bufera i comunisti ribadiscono la loro diversità. Il partito dalle manette pulite». C’ era la fila, dunque, il lunedì mattina, per comprare quelle otto paginette verdi che Serra e la sua allegra combriccola sganciavano su una classe politica allo sbando. Usando con scanzonata saggezza la chiave dell’ ironia, Cuore riusciva a sdrammatizzare anche le tragedie di casa nostra. Indimenticabile un corsivo di Serra su Sarajevo: «Secondo un dispaccio dell’ agenzia jugoslava Tanjug, ieri si è verificato un grave atto di terrorismo: un serbo ha sparato a un croato, un croato ha strozzato un montenegrino, un montenegrino ha decapitato uno sloveno, uno sloveno ha investito un macedone, un macedone ha avvelenato un albanese, un albanese ha freddato un murdocco e un murdocco ha soppresso un vailango. L’ inchiesta è stata affidata a un interprete simultaneo». Insomma, a dispetto del suo nome deamicisiano, quel settimanale smontava pezzo per pezzo la retorica e il perbenismo e disarmava con uno sghignazzo la seriosità della vecchia militanza. Non accadeva da trent’ anni, e non è capitato più. I ventenni di oggi non sanno quello che si sono persi. Sebastiano Messina