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 2006  ottobre 28 Sabato calendario

La vera storia di Romolo. La Repubblica 28 ottobre 2006. Roma. Da molti decenni Andrea Carandini studia la fondazione di Roma

La vera storia di Romolo. La Repubblica 28 ottobre 2006. Roma. Da molti decenni Andrea Carandini studia la fondazione di Roma. Prima ne ha accertato la consistenza archeologica - lui è un archeologo, insegna alla Sapienza di Roma - datando alla metà dell´VIII secolo a. C. un tratto di mura del Palatino e indicando in esso l´atto d´esordio della storia cittadina. Ora ne sonda altri due aspetti. Il primo è mitologico-letterario: più o meno al momento della fondazione nasce la leggenda della fondazione stessa, il rivestimento mitico, eroico, di quell´avvenimento, una narrazione sacrale che aveva il compito di rinforzare la comunità e nella quale la comunità si identificasse. Il secondo è di tipo politico: con la fondazione della città si fonda anche uno Stato e in quello Stato, regolato dalla Costituzione Romulea - sostiene Carandini - c´è il codice genetico della civiltà occidentale, vale a dire un potere nel quale convivono corpi separati che si limitano a vicenda. La leggenda di Roma è il titolo di un´opera di cui è uscito in questi giorni il primo di tre volumi (Fondazione Lorenzo Valla Mondadori, pagg. 493, euro 27: Carandini lo cura insieme ad alcuni giovani studiosi, Lorenzo Argentieri, Paolo Carafa, Maria Teresa D´Alessio e Carlo de Simone). E un libro singolare, che raccoglie duecentosessanta autori, greci e latini, i quali si sono cimentati con la fondazione della città, dai primi annalisti (Quinto Fabio Pittore, inizio del III secolo a. C.) ai grandi scrittori di età classica e imperiale (Cicerone, Livio, Orazio, Ovidio, Quintiliano, Seneca, Tacito, Virgilio) e giù fino ai tardo antichi (Beda, Giorgio Cedreno e altri autori bizantini che arrivano, grosso modo, al IX secolo d. C.). La parte politico-istituzionale è invece il fulcro di una conferenza che Carandini tiene domani mattina all´Auditorium di Roma (Sala Sinopoli, ore 11), primo appuntamento di una serie intitolata «Lezioni di Storia», organizzata dall´editore Laterza e dalla Fondazione Musica per Roma (dopo Carandini, sarà la volta di Luciano Canfora, Andrea Giardina, Alessandro Barbero, Antonio Pinelli, Anna Foa, Vittorio Vidotto, Emilio Gentile e Alessandro Portelli: ciascuno prenderà in esame una giornata simbolo nella storia di Roma). Professor Carandini, la fondazione di Roma atto costitutivo dell´Occidente? «Uno fra gli altri, ma di importanza decisiva. A Roma intorno alla metà dell´VIII secolo nasce una città-Stato con un re la cui autorità si sovrappone a quella di tanti signori, potremmo dire, feudali. Quel re opera in un circuito di poteri che si controllano l´uno con l´altro, il Consiglio dei sacerdoti, l´assemblea dei cittadini». Una specie di Montesquieu ante litteram? «Qualcosa del genere. I re di Roma non sono romani e non provengono dall´aristocrazia. Il re della Costituzione Romulea non è un despota come un suo omologo orientale. Vive come un benestante in una casa - lo abbiamo documentato con gli scavi - che non ha nulla dello sfarzo delle regge di Cnosso o di Ebla. La casa del re di Roma è più assimilabile alla Casa Bianca a Washington che non al palazzo di Saddam Hussein». Anche l´Occidente ha conosciuto i totalitarismi. «E vero, ma a me appaiono come un deragliamento da quei principi originari. Da quella che chiamerei la "sindrome occidentale". La politica a Roma aveva la sua sede nel Foro. E abbiamo potuto accertare che il Foro venne costruito negli stessi anni della fondazione della città in un´area rurale, utilizzando dei riempimenti, in un luogo marginale rispetto a dove, ancora prima dell´VIII secolo, si era sviluppato l´abitato». Fu una scelta casuale? «Assolutamente no. Si voleva che il centro della politica fosse lontano dai grandi capi gentilizi che dominavano nei rioni. Che insomma lo Stato si tenesse a distanza da quelli che oggi chiameremmo poteri forti. E una decisione urbanistica e politica, che dovrebbe insegnare molte cose quando con tanta facilità si vorrebbe ridurre l´autorità statale a scapito di nuovi e vecchi feudalesimi». Tutto ciò la conferma nell´idea che Roma, sebbene su un abitato preesistente, sia stata effettivamente fondata a metà dell´VIII secolo e che effettivamente esistette un re di nome Romolo cui viene attribuita questa fondazione. «La mia sicurezza di archeologo matura negli anni Ottanta, quando scoprimmo sul Palatino mura risalenti a quell´epoca. Intrecciando dati di scavo e fonti letterarie arrivammo alla conclusione che il mito di Romolo, la secolare narrazione intorno alla nascita della città, avesse sostanza storica. Che mescolato nel mito ci fosse una trama storica. Ma questa leggenda non era mai stata studiata». Be´, si sapeva che tanti scrittori ne avevano parlato. «Sì, ma venivano studiati i singoli autori. Solo che un certo accanimento filologico impediva di vedere il complesso di quei materiali narrativi, il racconto che passava da un autore all´altro e che spesso si arricchiva di varianti... « ... e che a lei è apparso come un corpus organico, una specie di grande testo, un metatesto, direbbero i semiologi? «Forse definirlo organico è un po´ troppo. Ma neanche tanto se ci si limita a considerare i cosiddetti "motivi canonici", le parti fondamentali della narrazione». Per "parti fondamentali della narrazione" lei intende la storia di Rea Silvia, che, fecondata da Marte, partorisce i due gemelli Remo e Romolo, i quali vengono allontanati e allattati da una lupa, e poi la storia di uno dei due, Romolo, che fonda sui pascoli del Tevere una città e poi uccide il fratello? «Esattamente. Il primo degli annalisti che la riferisce, Quinto Fabio Pittore, non ha bisogno di inventare, trova un racconto già composto e organizzato, che poi rinveniremo in altri scrittori con una serie numerosa di varianti». Questo racconto voi lo avete analizzato con criteri non solo filologici. Avete fatto ricorso a strumenti etnologici, vi ci siete accostati con i criteri morfologici indicati da Vladimir Propp per lo studio delle fiabe. «Miti, leggende e fiabe possono riflettere un identico meccanismo compositivo. Abbiamo individuato una serie di temi mitici che caratterizzano nell´antichità la figura dell´eroe. Il tema della discendenza e della nascita prodigiosa, per esempio, l´allattamento da parte di un animale, l´antagonismo fra affini, fossero essi amici, fratelli o gemelli. «L´esposizione del neonato e il soccorso di un animale li troviamo nella storia di Ciro il Grande e di Agatocle e nei personaggi mitici Perseo, Asclepio e Gilgamesh». Quindi anche temi della tradizione greca? «Sì, ma ciò non vuol dire che la vita di Romolo sia tratteggiata come quella di un eroe greco. La sua figura, anzi, spicca per ambientazione e un profilo indigeni del tutto peculiari. Quel patrimonio di racconti, di azioni, di congegni narrativi appartenevano a un repertorio culturale comune ad alcuni popoli della penisola e della Grecia, un repertorio rinnovato dall´arrivo dei primi greci a Roma nel secondo quarto dell´VIII secolo, con le loro iconografie e i loro racconti». Romolo quindi sarebbe realmente esistito e la sua figura sarebbe stata mitizzata? «Per la maggior parte degli storici Romolo è solo una figura mitologica. Il suo nome sarebbe stato inventato a partire da quello di Roma e significherebbe "il romano". Secondo me, invece, la sua esistenza storica è certa, ma viene rivestita di elementi mitici. Un giovane studioso, Carlo de Simone, ha accertato che Romolo proviene dall´etrusco Rumele, attestato tra VIII e VI secolo». La nascita del mito a quando risale? «La gran parte del racconto viene elaborata con Romolo ancora in vita, come accade nel caso di Ciro il Grande. E´ la prima presa di coscienza dei romani e di Roma, di una comunità urbana in attuazione. L´arcaicità della storia dimostra che è tipico delle strutture statali fortemente centralizzate la produzione di una narrazione eroicizzante. Immagino che il mito sia nato nella stessa domus regia e che la storia venisse raccontata e interpretata in pubblico, in luoghi simbolici e connessi con la fondazione della città. Accade diversamente in altre società primitive, più frantumate dal punto di vista delle istituzioni, dove il racconto mitizzante è un prodotto collettivo». Il mito incide sulla storia stessa di Roma, ne determina alcuni passaggi. «Di ciò sono convinto. Servio Tullio, nella seconda metà del VI secolo, non volle che la città si espandesse dal colle Palatino verso il colle che gli stava di fronte, l´Aventino. Credo proprio questa scelta stia a indicare una specie di inibizione sacrale». Inibizione sacrale? Che vuol dire? «Vuol dire che il re si lasciò condizionare dal fatto, narrato nella leggenda della fondazione, che l´Aventino era un colle maledetto, perché lì Remo, poi ucciso da Romolo, avrebbe voluto costruire la città. Era prescritto che quel colle restasse un pagus, un luogo extraurbano. E questa maledizione era talmente efficace che sarà considerata estinta soltanto sei secoli dopo». Francesco Erbani