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 2006  ottobre 23 Lunedì calendario

Ricky Memphis "Grazie Distretto ma non resuscito". La Stampa 23 ottobre 2006. Roma. Ricky Memphis, morto che parla

Ricky Memphis "Grazie Distretto ma non resuscito". La Stampa 23 ottobre 2006. Roma. Ricky Memphis, morto che parla. Mauro Belli ha lasciato Distretto di polizia, sesta serie: ucciso dai banditi, è spirato tra le braccia del commissario Ardenzi-Tirabassi. Ma il corpo non si è visto, dunque i fan sperano in un ritorno, i telefilm sono abituati alle resurrezioni. Lui, però, non ha nessuna intenzione di risorgere. In fondo, vuole morire anche Grissom di Csi, non si può restare legati in eterno a un personaggio. La morte di Belli ha suscitato furibonde reazioni tra il pubblico dello sceneggiato, uno dei più seguiti di questi anni, 7, 8 milioni di spettatori a puntata anche adesso, con le prime serate in crisi. Su Internet, si sono formati comitati spontanei di protesta, la contestazione dilaga, era dai tempi della morte del commissario Cattani nella Piovrache non si vedeva una cosa del genere. Riccardo Fortunati ("mi sono chiamato Memphis in omaggio a Elvis Presley, che amo moltissimo") è nella sua casa del centro di Roma, parla romano, esattamente come il suo personaggio; nell’altra stanza si sente la voce del figlio Francesco, dieci mesi. Trentotto anni, Vergine ascendente Leone, è separato, e adesso vive con la sua nuova compagna un momento felice di paternità. "Mi piace fare il padre, l’arrivo del bambino mi ha fatto perdere interesse a tante altre cose. Sono grato a Distretto perché mi ha dato enorme popolarità, l’affetto del pubblico e una vita benestante. Però non si può fare tutta la vita la stessa cosa". Ha chiesto lei di andarsene? "Sì. Abbiamo concordato l’uscita con sceneggiatori e produttori: una decisione delicata, essendo il personaggio così amato". Una responsabilità sociale, come dice Grissom? "I problemi della vita sono altri, però bisogna rispettare il pubblico e i suoi legami affettivi". E’ vero che ha un progetto con Tirabassi? "Siamo amici, ma non possiamo recitare insieme sempre, come Cip e Ciop. Ho tante proposte, belle, le ho rifiutate in passato perché Distretto mi assorbiva completamente. Era anche comodo: giravamo nove, dieci mesi per i 26 episodi di una serie. Stavamo a Roma, tranquilli, e insomma mi stavo impigrendo. Fra un po’, sarei andato a lavorare in pantofole. Così ho fatto ”sta rivoluzione. Però la pigrizia non è passata". Adesso che sta facendo? "L’imprenditore. Con Simone Corrente, altro amico di tv, stiamo aprendo un secondo ristorante. Il primo va benissimo". Lei cucina o mangia? "Non cucino e mangio: mi piace mangiare, si vede, no? Nel nostro ristorante cerchiamo di fare cucina romana autentica. Non andiamo al risparmio. Ma a Roma si mangia bene in tanti posti". In Piemonte, abbia pazienza, si mangia meglio. E comunque il suo futuro è da attore o da imprenditore? "Da attore, certamente. Anche se non è che senta una grande passione, ”sto sacro fuoco. Ho lasciato Distretto per cercare nuove emozioni, ma non è facile trovarle: questo alla fine è solo un mestiere". Come ci è arrivato? "Lanciato dal Maurizio Costanzo Show. Prima, leggevo poesie e racconti nei locali dell’underground romano". Underground romano? "Mica solo a New York c’è l’off off Broadway, ce l’abbiamo anche a Roma. Il vero teatro non lo farei mai perché ho paura del pubblico in sala. Dunque leggevo ”sti racconti miei, mi chiamano in tv, ci vado. Poi mi vedono Ricky Tognazzi e Simona Izzo, e faccio Ultrà. Di lì è partito tutto". Scuole di recitazione? "Se è per quello, manco a scuole normali sto ben messo. Dopo le medie, a 13 anni ho cominciato a lavorare, il biennio delle superiori l’ho fatto alle serali. Basta. Per recitare, ho frequentato degli stage con l’Actor’s Studio. Ma a che mi sono serviti? A niente. Il metodo è valido ma io poi non lavoro abbastanza su me stesso, sono pigro, non mi sforzo". Sarà mica un po’ depresso? "Depresso no. Certo non sono uno leggero. Vivo il lato drammatico della vita, sono lamentoso". Perché non parla italiano? "Perché mi è sempre andata bene fa tanto ragazzo di borgata, dà spessore al mio personaggio. Però adesso mi sto rendendo conto che questo linguaggio mi limita. Solo che, al solito, non ho voglia di lavorarci sopra". Ormai lei è tanto famoso che potrà scegliere chi interpretare. "Eh, piano, non sono mica Giancarlo Giannini. Devo ancora pedalare". Che vorrebbe fare, un papa? "Proprio, un papa, come ha fatto a indovinare? Per diventare papa, potrei anche imparare a parlare italiano. Però di papi ne hanno già fatti parecchi, mi basterebbe un sacerdote". Anche di sacerdoti, in tv, ce ne sono stati tanti: pensa a qualcuno in particolare? "Ce ne sono ancora moltissimi da scoprire, da raccontare, lo so perché io leggo continuamente le storie delle loro vite. Oltre alla storia della Chiesa. Oltre al Vangelo, che frequento tutti i giorni". Ha fatto il chierichetto, andava all’oratorio? "Tutt’altro. La mia famiglia non era solo laica, era proprio anticlericale. Sa quei mangiapreti romani tipici? Quelli erano i miei. Al dono della fede mi ha portato per mano Gesù. E così io sono cattolico, praticante, integralista". Non è che come Mel Gibson si farà beccare ubriaco con le ragazzine? "A parte che tutti possono sbagliare, a me non può capitare, io me ne sto a casa mia e non faccio il pazzo, non sono mai sui giornali dei gossip. Sarà perché non sono abbastanza famoso". Non civetti, via. Ma se c’è qualche bel santo da raccontare, perché la storia non se la scrive lei? "Perché sono inconcludente". Alessandra Comazzi