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 2006  ottobre 26 Giovedì calendario

A ciascuno la sua pizda. La Stampa 26 ottobre 2006. Ma che cos’è questa "pizda"? "Passami la pizda", scrive Carlo Fruttero nel suo nuovo romanzo Donne informate dei fatti, "Sono stato in Belgio, lì la pizda è meglio che da noi"

A ciascuno la sua pizda. La Stampa 26 ottobre 2006. Ma che cos’è questa "pizda"? "Passami la pizda", scrive Carlo Fruttero nel suo nuovo romanzo Donne informate dei fatti, "Sono stato in Belgio, lì la pizda è meglio che da noi"... In attesa che l’autore ci sveli il significato della parolina (tutti credono di sapere cosa significa – scrive Nico Orengo nell’ultimo TuttoLibri – e nessuno lo sa, forse perché il significato sembra ovvio; intanto l’autore tace e se la ride), c’è un episodio, che abbiamo ascoltato direttamente dalla voce dell’autore, che la dice lunga su come nascono nella sua mente divertissement come questo. Si parlava della splendida abbazia di Vezzolano, che Fruttero conosceva molto bene perché durante la guerra abitava nelle vicinanze (a Passerano) ed era andato a visitarla molte volte. In occasione del restauro, qualche anno fa, aveva scritto un breve racconto, ribattezzando la chiesa "Santa Maria delle congetture": Vezzolano nascondeva molti misteri, prima di tutto il meraviglioso e rarissimo "jubé", rimesso a nuovo. Ma lui inizialmente non sapeva bene cosa fosse, uno jubé... Durante una chiacchierata con storici dell’arte ("Sa, abbiamo restaurato lo jubé...") aveva fatto finta di saperlo, anche se mentre ascoltava si riprometteva di chiederlo quanto prima, in camera caritatis, a un certo qual amico più esperto. Ma durante la telefonata, invece di informarsi, era prevalso in lui il gusto della provocazione e aveva messo alla prova l’amico: aveva menato il can per l’aia, si era divertito a prenderlo in castagna ("Come tu mi insegni, lo jubé..."). Dal silenzio dell’interlocutore aveva capito che nemmeno lui sapeva e che sul momento non voleva darlo a vedere. Qualche ora dopo, però, gli aveva ritelefonato parlando con grande competenza dello jubé, di quel variopinto e bellissimo "enigma" medievale... che altro non era se non il pontile, il tramezzo, la tribuna che separa il coro dalla navata di una chiesa. Jubé, disse, è termine francese (in quella nazione questi pontili erano più diffusi), deriva dall’imperativo del verbo latino jubeo ed è l’inizio della frase "Jube, Domine benedicere", con la quale il diacono o il lettore sollecita la benedizione del vescovo o del sacerdote prima della lettura del Vangelo o di altre letture liturgiche. Insomma, anche quella volta, giocando con le parole e con una piccola, umanissima debolezza, Fruttero aveva trovato il modo per ridersela sotto i baffi, lui che conosce benissimo - e possiede – il gusto sperimentale e beffardo dell’Oulipo, la voglia di non prendersi troppo sul serio. Come Michele Serra, che imitando Biscardi inventa il termine "eccipuo" (che vuol dire "In questo momento eccipuo"? eppure crediamo di intuirlo), come Walter Chiari e Carlo Campanili nella gag ferroviaria del "Sarchiapone". Esistono parole, diceva Hemingway, da cinque cents o da dieci dollari, ed è meglio usare quelle più semplici, l’importante è come si utilizzano. Ci sono addirittura parole inventate ma di grandissimo effetto: "pizda" non la trovi nemmeno, non la puoi comprare, è a costo zero. un filtro, uno specchio, un’esca. gusto per la dissacrazione, dimostra quanto siano importanti le parole, quanto si possa giocare a smontarle e rimontarle e riderci sopra, quanto ognuna, se ben scelta, sia - come ogni libro - ancora più intelligente di chi la sta pronunciando, perché chi ascolta, alla fine, ci mette il significato che vuole.  importante trovare le parole giuste, però, piene di suono e di potenzialità (Oulipo: "Ouvroir de littérature potentielle"). "Portmanteau words" da tirare fra i piedi dei saccenti e dei pedanti, come fanno i comici veri, gli innamorati fra loro e i bambini. Parole senza prezzo: "pizda" non vuol dire niente. Non vale niente, e vale tutto. Carlo Grande