Il Sole 24 Ore 26/10/2006, pag.1-12 Alberto Alesina, 26 ottobre 2006
Ribaltare il sistema per salvare le pensioni. Il Sole 24 Ore 26 ottobre 2006. L’Italia spende per pensioni pubbliche quasi il 16% del Pil, oltre tre punti più della già alta media europea
Ribaltare il sistema per salvare le pensioni. Il Sole 24 Ore 26 ottobre 2006. L’Italia spende per pensioni pubbliche quasi il 16% del Pil, oltre tre punti più della già alta media europea. E l’Istat ha calcolato che il deficit pensionistico è di circa 860 euro annui per abitante, neonati e immigrati inclusi (si veda Il Sole-24 Ore di ieri). Il Paese soffre quindi in modo acuto di una malattia purtroppo comune a molte nazioni industriali: l’insostenibilità dei sistemi previdenziali a causa dell’andamento demografico avverso e della generosità delle passate promesse, che comporta aliquote contributive elevate a scapito di occupazione e crescita. Dal 1992 si sono realizzate varie riforme del sistema previdenziale, senza mai però dargli un assetto stabile. Perciò un nuovo intervento in materia era stato inserito nel Dpef, salvo poi escluderlo dalla Finanziaria e rinviare la discussione a inizio 2007. questa una delle ragioni per cui la manovra appare poco coraggiosa. Nel tentativo di rilanciare la spinta riformista (la "fase 2") si vuole ora anticipare l’esame dei conti previdenziali. Ma già solo una tale dichiarazione di intenti da parte di alcuni esponenti del Governo ha riaccesso le polemiche politiche. Da un lato c’è chi preme giustamente per affrontare la questione con decisione; dall’altro, sindacati ed estrema sinistra si oppongono per motivi populistici, visto che le dinamiche demografiche non sono un’opinione e indicano che, senza una massiccia immigrazione, la popolazione italiana si ridurrà a causa della bassa natalità e sarà affollata di anziani per l’allungamento della speranza di vita. Il rischio è che il confronto tra riformisti e massimalisti si areni, come ha sottolineato Michele Salvati (sul Corriere della Sera di ieri), nei distinguo sui lavori usuranti da escludere dal prolungamento della vita lavorativa. In questo dibattito si perde di vista il fatto che, in ultima analisi, l’unico modo per risolvere definitivamente le difficoltà previdenziali è di passare dai sistemi pay as you go a quelli fully funded. Dei primi fa parte l’attuale sistema italiano, in cui chi lavora paga con i propri contributi (e anche con un po’ di imposte) la pensione a chi non lavora più, aspettandosi che i giovani di domani siano in grado di ricambiare il favore, ipotesi che sta diventando sempre più problematica. Nei secondi ognuno accantona un fondo con trattenute sul proprio salario, fondo che poi sarà usato al momento del ritiro dalla forza lavoro. Questi fondi personali vengono gestiti privatamente e il lavoratore può scegliere come, per ottenere rendimenti adeguati. Il trasferimento del Tfr all’Inps va nella direzione opposta al decollo della previdenza integrativa, primo embrione di previdenza fully funded, in quanto sottrae fondi al decollo di questo importante pilastro; perciò è importante che i lavoratori optino per destinare il Tfr ai fondi privati e il Governo dovrebbe fare una decisa campagna di informazione a favore di tale scelta. Quali obiezioni vengono di solito avanzate ai sistemi fully funded che risolverebbero tutti i problemi di finanziamento pubblico delle pensioni e renderebbero ciascuno "padrone" dei suoi risparmi pensionistici? e I lavoratori potrebbero non risparmiare abbastanza e arriverebbero così alla pensione senza fondi sufficienti. Ma basterebbe introdurre incentivi fiscali al risparmio pensionistico, come quelli in vigore in Usa, dove il reddito investito in fondi pensione può essere, entro certi limiti, dedotto dall’imponibile, rimandando la tassazione al momento in cui si riceverà la pensione. Vi sono, poi, ricerche che dimostrano come sia sufficiente che al momento dell’assunzione il lavoratore sia inserito automaticamente in un piano di trattenute salariali da destinare ai fondi pensione privati perché il lavoratore stesso continui, quasi per inerzia, nel piano di accumulo. Questo metodo, in cui il lavoratore conserva la facoltà di recedere, è molto più efficace di quello opposto in cui egli deve chiedere esplicitamente l’adesione all’accantonamento. Questa piccola differenza, come ha dimostrato David Laibson di Harvard, accresce molto l’ammontare del risparmio pensionistico. Qualcosa di simile si è cercato di introdurre in Italia con la riforma Maroni sulla destinazione del Tfr alla previdenza integrativa, anche se l’accordo di lunedì tra Governo e parti sociali ha generato alcuni dubbi. r Le persone potrebbero commettere errori di investimento, sperperando il proprio fondo pensione. vero che indagini empiriche dimostrano che molti cittadini hanno scarsa dimestichezza con nozioni di finanza anche molto semplici. La ricerca di un’economista italiana, Annamaria Lusardi, prova che una buona metà dei danesi (tra i più istruiti in Europa) e degli statunitensi non distingue tra un tasso di interesse reale e uno nominale, non sa cosa sia un tasso di interesse composto e, fatto ancor più grave, non capisce che investire in un solo titolo azionario è più rischioso che diversificare. Si potrebbero, però, porre vincoli al tipo di impiego possibile del risparmio pensionistico, per esempio vietando di destinarlo all’acquisto di azioni di una singola società. Inoltre, al momento dell’avvio del suo piano pensionistico si potrebbe impartire al lavoratore un breve corso di finanza. Così come si insegna il codice della strada, gli si fornirebbero i rudimenti della finanza, più semplici di quelli automobilistici. Come garantire la pensione a chi è troppo povero per accumulare risparmi sufficienti? Si può affiancare al sistema a capitalizzazione e privato di cui sopra un sistema pubblico di pensioni minime, che costerebbe alle casse statali una piccola frazione degli attuali oneri. u Molti dei sistemi pensionistici odierni generano occulte redistribuzioni di reddito, nelle intenzioni dai più ricchi ai meno ricchi. In realtà, si sono spesso prodotti flussi redistributivi confusi e non sempre nella direzione "giusta". Inoltre, se redistribuzione va effettuata, che si faccia in modo palese con la curva delle aliquote dell’Irpef o con programmi di spesa pubblica. Senza coinvolgere il rapporto tra generazioni e compromettere la solvibilità di lungo periodo del sistema previdenziale. Vi sono, infine, problemi complessi di transizione da un sistema all’altro, ma sono risolvibili. La generazione che lavora oggi ha il dovere morale di non scardinare i sistemi pensionistci. Altrimenti i nostri figli pagheranno la pensione a noi, ma non ne riceveranno una decente. Alberto Alesina