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 2006  ottobre 22 Domenica calendario

La mia vita con Leica. Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. difficile avere la misura di un uomo di cui tutti dicono solo bene, fino ad attribuirgli i contorni di una leggenda

La mia vita con Leica. Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. difficile avere la misura di un uomo di cui tutti dicono solo bene, fino ad attribuirgli i contorni di una leggenda. Come capire la sua reale dimensione umana, le debolezze, le zone d’ombra e soprattutto le motivazioni profonde, la sua visione del mondo?  questa la principale difficoltà anche nell’affrontare la bella biografia che Pierre Assouline ha dedicato alla figura di Henri Cartier-Bresson, appena pubblicata in Italia da Photology. Già dal primo capitolo, nel raccontare il suo primo incontro con "l’eroe", l’autore dichiara di essere vittima di un incantesimo; da quel momento concepisce il progetto di scrivere prima o poi la sua biografia. Ma al di là degli elogi, Cartier-Bresson, nato nel 1908 da una famiglia di industriali, di una bellezza aristocratica con i suoi penetranti occhi azzurri, riservato, ma con il gusto della battuta paradossale, dimostra una scarsa sopportazione per il destino tracciato per lui dalla sua appartenenza sociale, intuibile soltanto attraverso alcuni episodi e giudizi riportati su quell’"En rit Ca-Bré" come lo chiamavano alcuni amici surrealisti. Una possibile chiave di lettura dei suoi aspetti più bizzarri che non corrispondono alla biografia standard del fotoreporter, sono i suoi esordi da pittore, la sua passione per la "Révolutionsurréaliste", la rivista ufficiale del movimento dove trova più che un’estetica, un atteggiamento di vita, ciò che Assouline chiama "una giustificazione permanente a ogni forma di insurrezione contro la guerra, valori obsoleti, gli ostacoli alla libertà individuale". Frenetico e meditativo al tempo stesso, Cartier-Bresson è un paradosso vivente come molti suoi bon mots: "Morire giovane, ma il più tardi possibile". Ci si dimentica che gli anni dell’adolescenza di questo grande maestro, scomparso soltanto un paio d’anni fa, erano quelli della Prima guerra mondiale, della rivoluzione russa, del primo modernismo e del cinema muto. Probabilmente il segreto del suo modo di essere è da cercare nella curiosità e voracità di quei primissimi anni, soprattutto nel mondo paradossale del surrealismo. Le sue intuizioni sono raffinate e perspicaci: ritiene che l’opera di Magritte sia più vicina all’enigma letterario che all’arte, apprezza Man Ray e nutre un profondo affetto per Max Ernst e la sua feroce serietà. Ama la violenza e il sarcasmo de L’age d’or di Luis Buñuel e nutrirà in futuro un interesse particolare per il cinema, facendo anche l’assistente di Jean Renoir anche se ne rimane deluso. Il senso del ritmo, il suo frenetico piroettare intorno alle sue vittime con tre Leica intorno al collo, la famosa qualità che tutti gli riconoscono, di saper cogliere "il momento decisivo", di congelare una frazione di secondo come nessun altro fotografo ha mai saputo fare - come nella famosa immagine dell’uomo che salta una pozzanghera - è sicuramente una sensibilità che gli viene dal gusto bizzarro e contraddittorio della coincidenza, (si pensi al celebre incontro di un ombrello e di una macchina per cucire) tipico del surrealismo. Come molti altri fotografi ama la letteratura che ha affinità narrative con la fotografia. Assouline racconta un tipico gesto di Bresson appena arruolato in aeronautica, un fucile Lebel sulla spalla destra, una copia dell’Ulisse sotto il braccio sinistro. A Bresson viene chiesto di tracciare un bilancio del suo servizio militare. Scrive succinto: "Non agitatevi tanto, il cielo è di tutti". Quando gli viene chiesto una spiegazione, cita Cocteau suscitando le prevedibili ire dell’ufficiale che minaccia di spedirlo ai battaglioni d’Africa per ripetuta insolenza. E in Africa ci andrà per davvero, infarcito di letture esotiche da Rimbaud, a Gide, al genere noir dei Chants de Maldoror. Sono ancora tempi coloniali da viaggiatori gentiluomini, l’esperienza è di quasi un anno durante il quale scatta le sue prime foto. Tra queste una (l’unica sua che conserverà nel suo studio), è di tre uomini su una piroga, ciascuno fermato con la pagaia in aria in momenti diversi, un movimento perfettamente scomposto in tre tempi. L’immagine su un unico piano è geometrica, pulita e leggibile: la sua cifra è nello sguardo, ed è già presente dagli esordi. Ci vorranno gli anni della guerra e della prigionia per far nascere nell’animo di questo naturale padrone del mondo, osservatore occidentale, equilibrato ed equidistante testimone del passaggio dal vecchio mondo coloniale al mondo dinamico e moderno, per il quale tutti gli uomini sono uguali e con pari dignità, un reale impegno professionale. Con la nascita dell’agenzia Magnum, infatti, fondata sull’onda degli orrori della Seconda guerra mondiale, da Cartier-Bresson, due amici ebrei David Szymin detto Chim e Bob Capa, George Rodger e l’americano William Vandivert, il loro studio diventa il mondo intero e si spartiscono gli angoli del mondo. A Cartier-Bresson in virtù della moglie giavanese, tocca l’Oriente dove in seguito fotograferà gli ultimi giorni della Cina imperiale, immagini indimenticabili di una ricchezza umana ineguagliabile, un mondo totalmente scomparso; l’India all’epoca dell’Indipendenza e la drammatica vicenda dell’assassinio di Gandhi. In mezzo alla folla oceanica riprende Nehru quando dà l’annuncio della morte abbarbicato sul portale in legno con un po’ più in basso un ufficiale di Sua Maestà, ultimo ricordo di un passato ancora presente. Anna Detheridge