Il Sole 24 Ore 22/10/2006, pag.35 Giuliano Zincone, 22 ottobre 2006
Tra i selvaggi del romanzo al "grado zero". Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. Molti grafomani spediscono i loro manoscritti ai giornalisti perché sperano, invano, d’essere aiutati a pubblicarli
Tra i selvaggi del romanzo al "grado zero". Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. Molti grafomani spediscono i loro manoscritti ai giornalisti perché sperano, invano, d’essere aiutati a pubblicarli. Un mio vecchio lettore (ha novant’anni) mi ha regalato un suo quaderno di ricordi soltanto per amicizia. Scritto con la biro in stampatello, è lo sfogo di un pensionato Pirelli che ha fatto le elementari e poi le scuole serali. Racconta soltanto la sua vita normale, eppure l’ho letto con grande divertimento. Perché? Forse soltanto per la scrittura spesso sgrammaticata e buffa? Forse per la costruzione sorprendente della storia? Capitolo I "Infanzia", Capitolo II "Vecchiaia", Capitolo III "Adolescenza" eccetera. Ecco un passaggio erotico: "Ci vediamo un attimo fuori del cimitero. buio un bacio in bocca e uno, suo, nell’orecchio destro che credo sia arrivato con la lingua a quello sinistro". Da che cosa nasce, il divertimento? Come spiegò Carlo Gozzi, l’effetto comico può scaturire da sentimenti di superiorità: si ride dell’altrui ignoranza, delle storpiature di lingua e/o di pronuncia, di qualcuno che inciampa e cade goffamente. Ma questo non è il mio caso, di fronte al testo del vecchio amico che mi scrive, sempre con lo stesso stile, da parecchi anni. No, il suo diario mi piace perché è profondamente diverso dalle cose che leggo tutti i giorni. Non sono solo, nella coltivazione di una simile eresia. Negli ultimi decenni del secolo scorso, si produssero alcuni esperimenti per incoraggiare le scritture selvagge. Nanni Balestrini fondò la collana dei "Franchi narratori", Marcello Baraghini spalancò la sua "Stampa alternativa" anche a testi non precisamente professionali. E Saverio Tutino incominciò a raccogliere, a Pieve Santo Stefano, le autobiografie/diari ruspanti dei "senzastoria". Oggi la sua iniziativa è accompagnata da un premio, da un archivio e addirittura da una Libera Università. Pieve Santo Stefano, ormai, è soprannominata "cittàdel Diario", e vi prospera un Hotel/ristorante che si chiama proprio "Il Diario". In questi (e in altri) tentativi abitava, da una parte, la contestazione molto letteraria contro la letteratura tradizionale, e dall’altra la voglia di dar voce alle piccole storie, alle ribellioni inascoltate, alle esperienze diffuse e nutrienti che non avevano spazio in tv. Ai margini alti di questi scavi troviamo Alberto Arbasino, con il suo entusiasmo per il dilettantismo teatrale della Compagnia "D’Origlia-Palmi", e perfino Andy Warhol, con il suo culto geniale per la banalità quotidiana. Infine, ecco Patrick Modiano, autore molto elogiato di Un pedigree (Einaudi) e teorico del "romanzo al grado zero". Oggi sembra piuttosto condivisa la nostalgia per la tv modello "Dada umpa" o per i film di Ciccio & Franco, roba da cineteca. Totò, poi, è ormai santificato e citatissimo come sublime opinion leader. Incominciò a venerarlo l’ala beffarda-antagonista degli anni Settanta che, insieme con il "Potere dromedario", inventò il "Marxismo-Totoismo". Ma quell’ironia fu sconfitta dalle spranghe e dalle pistole. E adesso, dopo il tunnel di piombo, Totò trionfa nei circuiti colti, insieme con i graffiti murali, insieme con i reality televisivi molto seriamente recensiti. Che cosa è successo? Si potrebbe rispondere che questa è la società delle masse, baby. E che la democrazia culturale è un grande cesto dove ciascuno pesca ciò che vuole. Però a me sembra che, nel ceto buongustaio, si stia sviluppando un fenomeno che assomiglia alle prescrizioni per le cene a Venezia, dove si consiglia di evitare i ristoranti intermedi, perché là si mangia male e si spende troppo. Meglio frequentare i "bàcari"(osterie) e, quando si può, investire la tredicesima per un banchetto indimenticabile. Trasferito nella lettura, però, questo accorgimento comporta qualche inconveniente. Da una parte, le pagine troppo rustiche (polenta & baccalà) lasciano soltanto tracce effimere. Dal l’altra, quelle troppo squisite rischiano di subire l’"effetto Ratzinger". Benedetto XVI ha dovuto spiegare quattro volte (e non soltanto ai musulmani) ciò che intendeva dire a Ratisbona. Quindi deve aver pensato: "Tanto vale riesumare la Messa in latino". Giuliano Zincone