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 2006  ottobre 22 Domenica calendario

Il gioco della silhouette. Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. Quando sono a Londra il sabato vado a Portobello Road, caldo o freddo, pioggia o sereno che sia

Il gioco della silhouette. Il Sole 24 Ore 22 ottobre 2006. Quando sono a Londra il sabato vado a Portobello Road, caldo o freddo, pioggia o sereno che sia. E questo fin da quando sono venuto la prima volta in questa città, nel gelido inverno del 1962. Mi vedo ancora, intirizzito dal freddo, mentre compro due bronzetti cinesi di buona epoca che uso ancora come fermacarte. Ci sono andato anche oggi: volevo trovare delle vecchie silhouettes per la stanza di Bagnolo dipinta in verde Nilo, tinta sulla quale quei profili neri risalterebbero felicemente. Ho prima dovuto resistere a molte tentazioni di altri acquisti del tutto inutili che mi avrebbero impedito quel che mi ero proposto. Rimpiango comunque di aver rinunciato a una teiera dei primi tempi vittoriani, in una terraglia azzurrognola a motivi di foglie bianche a rilievo; non è di Wedgwood, il colore in realtà è verde grigio e non celeste ma proprio per questo mi interessava (possiedo già sei teiere). Ho resistito a due piccoli candelieri d’argento, simili fra loro ma non uguali, uno aveva la base squadrata e l’altro circolare ma avevano il vantaggio di costare poche sterline. Non ho chiesto nemmeno il prezzo di un bufalo in porcellana cinese cavalcato da un contadino, che forse sarebbe stato bene in un tavolo della cucina. Niente cucchiaini d’argento (ne ho decine, tutti spaiati), né quadretti con bassorilievi di sughero, né campanelli di bronzo dell’Afghanistan (lo saranno veramente? ne ho già altri quattro), né una piccola ciotola cinese così leggera che sarebbe bastato guardarla intensamente per ridurla in frantumi; né due frammenti assai convincenti di una vetrata tedesca, che erano però assai costosi; né, infine, una scatola giapponese in lacca e madreperla che è stata la rinuncia più dolorosa. No, volevo le silhouettes e non avevo che pochi soldi. Silhouette, perché? Mi sono sempre piaciute ma credo di non averne mai avuta alcuna. Ci sono però valori e gusti, se così possiamo dire, associativi che aumentano il nostro desiderio in quanto ci ricordano amici o circostanze che abbiamo amato. Le silhouettes interessano di solito le persone anziane (anziano sono io e anziani erano gli amici che ne avevano). Nella raccolta di Mario Praz ce n’erano diverse (alcune dipinte su porcellana, e di queste se ne fecero bellissime nelle manifatture di Vienna e di Napoli); molte di più da Liliane de Rothschild e altre ne vidi nell’appartamento di una antiquaria vecchissima, Madeleine Castaing. Tutte queste anime devono aver pungolato oggi il mio desiderio, un sentimento che ha non solo il senso dell’emulazione ma anche il sapore sensuale della curiosità: indovinare qualcosa della vita altrui attraverso un profilo oscuro. Le silhouettes non sono oggi particolarmente ricercate dai collezionisti; si tratta di piccoli ricordi borghesi (non quelle, quasi tutte reali, su porcellana settecentesche) che ravvivano atmosfere non rimpiante, non capite. In una parola, non sono di moda e dunque sono a buon mercato. Ne ho trovate cinque, quasi sei. Le prime due raffigurano una coppia del 1830, certamente marito e moglie, certamente noiosissimi. Lo si capisce dallo chignon della donna fissato in alto con un pettine, dal colletto impertinente che regge il doppio mento del marito, tutto impettito nel suo frack pretenzioso, dall’aria pingue dei loro compiaciuti profili. Le cornici sono quelle originali, a cassetta, in legno lucidato con un bordo interno dorato. Sul retro si vede ancora incollata l’etichetta del corniciaio Alfred Nelson, di Hanover Street 37 a Edimburgo che dovette risistemare i quadretti un secolo fa, nel 1910. L’altra coppia di silhouettes non è una vera coppia ma quello che in inglese si definisce una odd pair . Si tratta di due profili di gentiluomini imparruccati del tardo Settecento, disposti in mezzo a due girali, uno in color cinabro l’altro in un viola spento, ambedue sistemati con passepartout in vetro nero listato d’oro come usava in Inghilterra ai primi dell’Ottocento. Tutte queste circostanze non depongono molto bene sulla loro integrità ma ai miei occhi innamorati risultano irresistibili, almeno oggi. Il quinto quadretto è certamente il migliore: due bambini affrontati, vestiti elegantemente (gentry, piccola nobiltà di provincia). Il ragazzino, col colletto trinato, la testa accuratamente acconciata, le scarpette descritte persino nei lacci sottili, offre una chicchera di qualche infuso innocente, col suo cucchiaino perfettamente disegnato, alla signorina vestita con una tunichetta dai volant sul corsetto e culottes di pizzo che fuoriescono sotto la gonnella, fino a metà gamba. una composizione un po’ superficiale, una sciocchezzuola che piace alla parte peggiore del mio gusto per un’Inghilterra ordinata, conformista e tediosa, il cui lato perverso verrà poi colto da Henry James ne Il giro di vite. La sesta figura non è una silhouette ma un ritratto di profilo appena colorato in bianco e marrone con qualche tocco di giallo e di celeste; è ancora incorniciato asimmetricamente in una modesta baguette ottocentesca e sul retro della carta è scritto a matita (ripassata in tempi più recenti a inchiostro): "Sophie, probably Great Aunt Marie Christine Seraphine Julienne Langton. Born Cadiz 1771, married 1794 Baron Ardilla Knight of Valencia and died Sp. 1841 A.L..." (la firma non è del tutto leggibile). Sapremo mai qualcosa della vita della baronessa Ardilla? "Scoiattolo", in spagnolo, forse un’inglese antipatica nata a Cadice sotto Carlo III e morta settantenne quando Isabella II, bambina, ubbidiva alla madre da cui avrebbe ereditato il gusto per i begli uomini. Queste immagini ineffabile assomigliano a certi profili in cera che trasmettono sempre un che di funereo, forse iettatorio. Alvar González-Palacios