Corriere della Sera 25/10/2006, pag.2 Sergio Rizzo, 25 ottobre 2006
«Un segnale concreto entro un mese: far ripartire la riforma delle pensioni». Corriere della Sera 24 ottobre 2006
«Un segnale concreto entro un mese: far ripartire la riforma delle pensioni». Corriere della Sera 24 ottobre 2006. Roma. Nicola Rossi giudica «del tutto condivisibile l’urgenza che ora i vertici della maggioranza pongono sulla necessità di un percorso di riforme». E non poteva essere diversamente, visto che fino all’ultimo il parlamentare diessino, già consigliere dell’ex premier Massimo D’Alema, ha sostenuto che quel percorso dovesse avviarsi con la Finanziaria. Al punto da rischiare di entrare in rotta di collisione con la maggioranza, dopo essere salito sulla barca dei «volenterosi». Finalmente Piero Fassino e Francesco Rutelli si sono decisi a darle ragione? «Mi pare evidente che da più parti si avverta la necessità di dare un segnale concreto prima possibile». Già con la Finanziaria, intende? «Se vuole dimostrare davvero di intraprendere la strada delle riforme, come dicono autorevoli esponenti della coalizione, il governo dia subito un messaggio chiaro. A metà novembre si presume che la manovra abbia già assunto una fisionomia chiara. Nulla impedisce che la discussione sulla previdenza possa essere anticipata ad allora». Il governo ha firmato un accordo con i sindacati: di pensioni non si parlerà prima di gennaio. Le pare possibile non rispettarlo? «Ma intanto il governo può fare una cosa che non comporta l’approvazione di nessuna legge: aggiornare i coefficienti per il calcolo delle pensioni, come previsto dalla legge Dini. Per essere più precisi, il governo non solo può, ma è obbligato a farlo». Scusi, chi lo obbliga? «Semplicemente la legge. L’aggiornamento, in base alla riforma Dini, è decennale, andava quindi fatto nel 2005. Siamo già in ritardo di un anno. E l’adeguamento dei coefficienti non sarebbe altro che l’applicazione di un principio addirittura banale, in un Paese normale: che le leggi si fanno, ma poi si rispettano anche». Si rende conto che con i nuovi coefficienti le future pensioni sarebbero ridotte? Anche per questo il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha sospeso la cosa... « la conseguenza del problema demografico. Com’è noto, in Italia l’aspettativa di vita per fortuna si allunga. La diversa applicazione dei nuovi coefficienti renderebbe evidente che quel problema va affrontato immediatamente. Questo metterebbe inevitabilmente in moto la riforma delle pensioni». Sarebbe la quarta in quindici anni. «Peccato che la precedente non sia stata ancora completata». Che cosa manca? «Per esempio non è stato mai risolto il problema dei lavori usuranti, che vanno ovviamente salvaguardati. Quella materia deve essere assolutamente regolata». E crede che un salvacondotto per gli operai sia sufficiente a convincere tutto il centrosinistra che l’età pensionabile si può alzare senza scatenare la rivoluzione? «Credo che nel nuovo sistema andrebbe salvaguardato innanzitutto il principio della libertà di scelta, che è l’elemento più positivo della legge Dini. Naturalmente chi decide di anticipare il ritiro dal lavoro dovrebbe sapere che ci rimetterebbe qualcosa». Ci rimetterebbe quanto? «La legge Dini stabilisce un intervallo compreso fra 57 e 65 anni per il ritiro dal lavoro, calcolando che a 62 anni si incasserebbe una pensione pari al 70% dell’ultima retribuzione. Questo intervallo andrebbe gradualmente portato a 60-70 anni e il 70% dell’ultimo stipendio si potrebbe avere intorno ai 65 anni. Ma la riforma non deve solo tener conto delle necessità di aumentare l’età, ma anche del problema della flessibilità del mercato del lavoro, che determina carriere lavorative sempre più discontinue. Così c’è anche l’esigenza di coprire i buchi contributivi». Non mi dirà che si tapperebbero con i contributi figurativi a carico dello Stato. «Niente affatto. I contributi figurativi sono un pericoloso disincentivo. Penso invece che lo Stato potrebbe semplicemente prestare al lavoratore i soldi necessari a pagarsi i contributi per arrivare alla pensione. Faccio un esempio: se un lavoratore di 57 anni ha solo 28 anni di contributi anziché i 35 necessari per la pensione, può farsi prestare i sette che gli mancano dallo Stato». Ma poi glieli deve restituire. «Si capisce. Li restituisce cedendo una frazione della pensione. Si tenga presente che il prestito sarebbe a tasso zero». Questo però non risolve il fatidico problema del famoso scalone del 2008. «Non si può forse applicare subito questo meccanismo? Per mandare in pensione chi avrà 58 anni il primo gennaio 2008, e non ci potrà andare perché in base alla legge Maroni dovrebbe aspettare due anni, sarebbe sufficiente prestargli due anni di contributi». Comunque una penalizzazione, rispetto a chi quei due anni non li ha pagati. «Ma una penalizzazione senza dubbio inferiore allo scalone. Poi lo schema si può graduare. Una soluzione si trova». C’è chi si domanda perché le donne debbano ancora andare in pensione cinque anni prima degli uomini. Lei se lo è mai chiesto? «Ho pure la risposta: è stato considerato finora un risarcimento perché le donne non avevano parità di condizioni per l’accesso al lavoro. Non ho nulla in contrario all’equiparazione dell’età pensionabile delle donne, ma contemporaneamente si facciano delle cose che garantiscano loro la possibilità di avere una vita lavorativa identica a quella degli uomini». Sergio Rizzo