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 2006  ottobre 25 Mercoledì calendario

«Unione debole, su previdenza e statali non ha mantenuto le promesse». Corriere della Sera 25 ottobre 2006

«Unione debole, su previdenza e statali non ha mantenuto le promesse». Corriere della Sera 25 ottobre 2006. Roma. Enrico Morando, esponente dell’ala liberal dei Ds nonché presidente della commissione Bilancio del Senato, invita a fare una semplice operazione: «Se sovrapponiamo la Finanziaria al Documento di programmazione economico-finanziaria, vediamo subito le promesse mantenute oppure no». Quali promesse? «Il Dpef conteneva un’impostazione rigorosamente riformista, che definirei liberale di sinistra, e citava quattro riforme nei comparti fondamentali di spesa. Ora, nel caso degli enti locali e della sanità ci sono interventi strutturali che realizzano risparmi crescenti. Ma altre due promesse sono state disattese». E sarebbero? «Gli interventi nella previdenza e nella pubblica amministrazione». Anche lei è quindi deluso? «Il mio è un giudizio del tutto obiettivo. Questo nasce da una debolezza politica che il centrosinistra dovrà sforzarsi di superare». Nicola Rossi è convinto che se la maggioranza ha deciso davvero di imboccare la strada delle riforme debba dare subito un segnale concreto. Partendo proprio dalle pensioni. «Sono d’accordo con lui su molte cose che ha detto, anche se non su tutte. Anch’io sono convinto che la prima cosa da fare è l’elenco dei lavori usuranti, che in undici anni nessun governo, di centrosinistra come di centrodestra, ha voluto definire. Il fatto che non ci sia ancora una lista di chi ha diritto alla pensione prima degli altri perché ha svolto lavori particolari è il tappo che blocca tutto». Perché mai? «Perché tutti quelli che non lavorano in miniera si nascondono dietro di loro. Senza quella lista anche il senatore Morando diventa uno che ha lavorato in miniera». E aggiornare subito i coefficienti di calcolo, come propone Nicola Rossi? «I coefficienti vanno aggiornati perché lo prevede la riforma Dini. Ma questo non risolve il problema immediato. Nei prossimi 10 anni si userà ancora il metodo di calcolo retributivo della pensione, e i coefficienti servono per il contributivo, che entrerà a regime solo dopo. Il vero problema è la transizione fino al momento in cui andrà in pensione il primo lavoratore proprio con la riforma Dini. E a quella si deve tornare: ce l’ha copiata perfino la Svezia. Ma dal 1996, quando è entrata in vigore, al 2005, c’è stato un innalzamento di altri due anni e mezzo dell’aspettativa di vita». Vuol dire che occorre aumentare l’età minima prevista da quella legge di altri due anni e mezzo, cioè dai 57 ai 59 e forse ai 60? «C’è già una legge dello Stato che lo prevede. Il famoso scalone di Berlusconi dice che dal primo gennaio 2008 serviranno di colpo tre anni in più per andare in pensione. una misura che realizza, sì, l’adeguamento nella transizione ma che lo mette tutto a carico di una coorte di lavoratori molto limitata. Servirebbe un intervento di più ampio coinvolgimento. Ma questo si può fare una volta che abbiamo tolto di mezzo i lavori usuranti». Ma se per undici anni nessuno l’ha fatto... «Serve un semplice atto amministrativo. Se il governo vuole, lo fa domani mattina. Basterebbe questo a sbloccare subito la situazione, e partire. Nel frattempo ci sono anche da risolvere una serie di problemi connessi, fra pubblica amministrazione e previdenza». Per esempio? «Per esempio, chi ha detto che non si possano e non si debbano unificare immediatamente l’Inps e l’Inpdap? Qual è la ragione per la quale due istituti che gestiscono due sistemi identici debbano restare separati?» Quando dice «immediatamente», significa nella Finanziaria? «Non vedo perché no». La norma c’era ed è stata cassata. «Un emendamento simile lo voterei, forse anche lo presenterei, adesso stiamo discutendo. Non trovo una sola ragione sensata per cui questa misura non debba essere presa molto tempestivamente». Sergio Rizzo