La Repubblica 22/10/2006, Guido Rampoldi, 22 ottobre 2006
Dietro il velo. La Repubblica 22 ottobre 2006. Tunisi. sul litorale a nord di Tunisi quella strana pudicizia modaiola si manifestò intorno all´anno 2000, quando alcune ragazze presero a indossare braghette da ciclista sopra il bikini
Dietro il velo. La Repubblica 22 ottobre 2006. Tunisi. sul litorale a nord di Tunisi quella strana pudicizia modaiola si manifestò intorno all´anno 2000, quando alcune ragazze presero a indossare braghette da ciclista sopra il bikini. L´anno seguente le braghette nere erano ancora popolari; allora si diffuse l´abitudine di fare il bagno con quelle e con una T-shirt abbastanza corta da lasciar vedere l´ombelico. Poi comparve il foulard, bianco e stretto come una cuffietta da nuotatore. L´estate scorsa, nei giorni della guerra del Libano, a braghette, t-shirt e cuffietta s´è aggiunto un velo nero, il nero adesso di gran moda, il "nero Hezbollah". L´ombelico è ancora conteso tra l´eros e la morale, ma in una spiaggia dove dieci anni fa tutte le ragazze portavano il due-pezzi, in agosto Leila e le sue amiche erano le uniche a resistere, attruppate come un plotone sul punto di soccombere. Altrove l´avversario è numericamente esiguo: nel centro di Tunisi raramente vedi una donna con il capo coperto, e da una settimana la polizia è tornata a sorvegliare che il velo non entri in uffici pubblici, ospedali, scuole e università. Ma non saranno misure repressive a bloccare un cambio d´atmosfera per il quale anche la Tunisia si sta allineando alla tendenza islamizzante. I più misurano il dilagare di questi costumi giovanili al tempo stesso spensierati e penitenziali, civettuoli e bigotti, con le foto ingiallite del presidente Bourghiba mentre aiuta una tunisina a togliersi il velo: per sempre, si pensava allora. La nazione era nata, nel 1956, secolare e socialista. Oggi si discute se fuori dalla capitale le ragazze velate siano ormai maggioranza. Quando si domanda cosa sia accaduto in questo mezzo secolo al suo Paese, tuttora la più laica tra le nazioni arabe, ma sempre meno diversa da quelle, Leila cerca risposte negli eventi successivi all´11 settembre: la guerra in Iraq, Gaza, la crisi dell´Olp che affonda il laicismo arabo, l´ascesa di Hamas e di Hezbollah, adesso il Libano… ma più spesso Leila trova spiegazioni sull´altra sponda del Mediterraneo, nel continente che fornisce alla Tunisia nuove braghette e nuove frustrazioni, foulard e rabbia, veli e islam in varia foggia: la nostra Europa. Siamo nel centro di Tunisi, a due passi da piazza dell´Indipendenza, dove la cattedrale cattolica e la statua del filosofo musulmano Ibn Khaldoum convivono serenamente sotto un cielo oggi molto tunisino, d´un azzurro così acceso da sembrare verniciato di fresco. In strada un altoparlante inarrestabile fiotta versetti del Corano sul viavai di teste davanti alla stazione centrale. «Un anno fa non c´era, adesso non tace neppure di notte», dice Leila chiudendo la finestra. Poi torna a raccontare di quell´islam nuovo che arriva in Tunisia ogni estate. Arriva durante le vacanze, con gli emigranti che tornano dalle periferie francesi e tedesche, da un´Europa in cui non riescono a trovare un avvenire. Sono giovani e incolti. La fede dolorosa che portano come un cilicio, la religione appresa dai missionari islamici nelle aspre terre dell´emigrazione, insegna che «tutto è peccato», dunque la vita è amara, il piacere indebito, il male ovunque e l´inferno sempre in agguato. Quell´islam cupo attecchisce rapidamente nelle città tunisine, colonizza luoghi di culto, snatura la tradizione, stravolge la dottrina. Così il padre di Leila, che pure è molto pio, non va più in moschea. «Non riesce più a riconoscere la sua fede in quella religione della paura, della durezza e della proibizione». Tutte controllate dalla polizia, le moschee non osano incitare le donne a mettere il velo. A questo provvedono reti di beghine. Avvicinano le ragazze e le invitano a coprirsi perché così vogliono, ammoniscono, la religione e il decoro. «Nei villaggi e nei quartieri dove in maggioranza le donne sono velate chi decide di resistere alla pressione sociale deve mettere nel conto d´essere molestata dai maschi, segnata a dito. Non è facile». Più spesso sono decisivi fratelli e fidanzati. Leila insegna in una facoltà della Manoubà, la più cosmopolita università tunisina, e un terzo delle sue studentesse portano il velo islamico, in genere drappeggiato secondo la moda del momento. Quando Leila le prende da parte e chiede perché, perché da un anno all´altro siano passate dalla minigonna all´uniforme islamica, di solito quelle premettono: nessuno m´ha costretta. «Quasi sempre è la prova del contrario». Più raro che a obbligarle siano i padri. «Con le giovanissime accade l´opposto: mettono il velo per contestare i genitori, che invece lo rifiutano. Per l´ultima generazione il velo sta diventando ovvio come i blue-jeans». Poi influisce la televisione. Le grandi tv satellitari. Le soap-opera egiziane con le attrici velate. E i telepredicatori, innanzitutto l´egiziano Amr Khaled, un teologo incravattato come un piazzista che ipnotizza i ceti medi col suo pietismo perbenista. Ma soprattutto pesa, dice Leila, «la stupidità, mi scusi, di voi europei». «Al di là di ogni limite», s´incupisce una sua collega, anche lei docente universitaria a Tunisi. Cosa abbiamo combinato? «Quel vostro modo grossolano di discutere del velo: allucinante. A me il velo ripugna, ci vedo qualcosa di fascista. Ma se in Europa lo proibite nel modo più rozzo e punitivo, ne fate inevitabilmente un simbolo dell´identità araba: a quel punto metterlo diventa un punto d´onore, non metterlo una viltà. Per vietarlo finirete per imporlo ad un´intera generazione d´immigrate». Avremo pure qualche attenuante. Da quasi venti secoli il velo è una faccenda molto complicata. Coinvolge l´assoluto. I conflitti tra culture, come si dice adesso. E molto più la politica, i conflitti tra classi e tra generazioni. Perché durante l´impero le prime cristiane cominciarono a coprirsi la testa, proprio su questi litorali? Per manifestare contro un´oligarchia corrotta e unirsi per scalzarla, lo stesso motivo per cui molti secoli dopo s´è velata la piccola borghesia egiziana ostile a Mubarak? Per distinguersi dalle scarmigliate contadine, così come in seguito le borghesi tunisine si misero il velo bianco poi abolito da Bourghiba? Per devozione? Per rivendicare un´identità etnica, latina, contro i berberi nativi? Perché convinte da santi predicatori? Per paura della Chiesa e dei suoi ulema tonanti? Comunque sia andata, nel settimo secolo, quando apparve Maometto, le donne delle terre oggi arabe erano già intabarrate: dunque l´islam non inventò il velo, lo ereditò. E con quello ereditò una tricomachia, o guerra delle chiome, in cui s´erano distinti alcuni grandi teologi cristiani. Innanzitutto Tertulliano, che studiò e forse insegnò proprio qui a Tunisi quando questo era il secondo porto dell´impero (si chiamava Cartagine, la Cartagine ricostruita da Augusto sulle rovine di quella rasa al suolo da Scipione). A cavallo tra il secondo e il terzo secolo, Tertulliano scrisse parole roventi sulle scostumate che mostrano il viso agli sconosciuti. Invitò soprattutto le sposate a rigar dritto. «Noi vi ammoniamo… a non deviare dalla disciplina del velo, neppure un attimo, perché non potete rifiutarlo… a giudicarvi saranno le donne dell´Arabia (la penisola arabica, all´epoca pagana, cristiana o giudaica) che coprono non solo la testa, ma anche la faccia, così interamente che preferiscono guardare con un occhio solo che prostituire l´intera faccia. Una donna dovrebbe guardare piuttosto che essere guardata». E sul fatto che le vergini non dovessero mostrarsi in giro: «L´essere esposte allo sguardo altrui… è come uno stupro… e anzi la violenza carnale è meno malvagia perché è naturale». Tertulliano era così arcigno perché non solo la morale del tempo, ma soprattutto le Scritture, da Timoteo alle Lettere ai Corinzi, negavano alle donne gli stessi diritti dell´uomo; e i suoi precetti («ad una donna non è permesso parlare in una chiesa, né insegnare, né battezzare, né officiare») sono tuttora nella dottrina cattolica. Dunque non ha tutti i torti Islamonline, il sito-web che perfidamente ripropone i brani di Tertulliano (in inglese) con lo scopo di dimostrare che il velo è nel solco d´una tradizione né araba né musulmana. Più complicato risulta all´islamismo cibernetico convincere le internaute a coprirsi il capo. Su Islamonline motivazioni a iosa, ma tutte acrobatiche. Il velo proteggerebbe diritti cui le occidentali rinuncerebbero rendendosi schiave delle mode, del trucco, del parrucchiere, del loro corpo. Segnalerebbe il rifiuto di «valori inaccettabili all´islam, che invece eleva le donne alla posizione di onore e rispetto». E soprattutto sarebbe lo stendardo della propria «civiltà». Ma qual è la «civiltà» della Tunisia? L´università dove Leila insegna, La Manoubà, è nota, tra l´altro, per il suo "Laboratorio di storia plurale", dove docenti e alunni possono smontare l´identità nazionale negli elementi che l´hanno composta: la Tunisia è stata punica, romana, ebrea, berbera, araba, turca, francese (e mai pienamente tunisina, aggiunse uno storico). A questo deve la sua preziosa diversità. Ma il Laboratorio oggi rischia di diventare un perditempo, una bizzarria. Come infatti l´Europa tende a chiudersi in un´identità "cristiana" o "giudaico-cristiana", impoverendo una storia ben più ricca, così la Tunisia si sta calando dentro un´identità "arabo-islamica" che oscura volutamente il resto. una tendenza cui alcuni resistono, come si ricava dai forum ospitati da internet, cui i laici affidano le proprie apprensioni. L´arabo-islamité è «il cimitero della nostra cultura», scrive uno. E un altro: «Quando le truppe arabe sono arrivate in Tunisia, hanno trovato o no una popolazione autoctona, berbera? E dunque, perché dovremmo sentirci arabi?». Ma questi appelli a evadere dalla prigione dell´arabo-islamité sono minoritari. Comunque non hanno più fortuna di quanta ne ebbe Bourghiba quando tentò di proporsi come il nuovo Giugurta, il re numida che condusse una guerriglia tenace contro l´impero romano. La metafora non-islamica lasciò freddi i tunisini e Bourghiba l´abbandonò. Secondo Leila la Tunisia plurale cominciò a perdere la partita con l´arabo-islamité negli anni Ottanta, quando, per effetto d´una arabizzazione dell´insegnamento necessaria ma condotta in modo imprevidente, gli insegnanti di filosofia, in genere francofoni, furono sostituiti da teologi che conoscevano bene l´arabo: inevitabilmente islamizzarono il pensiero tunisino. Però decisivi furono gli eventi successivi. Con uno stato di polizia tra i più occhiuti il presidente Ben Ali, che nel 1987 depose Bourghiba, ha represso l´islamismo ed evitato al Paese una catastrofe algerina: ma allo stesso tempo ha impedito un´evoluzione verso uno stato di diritto trasparente. Ufficialmente vince ogni elezione con percentuali tra il 94 e il 99 per cento ma nella realtà non è riuscito a fermare il lavorio dell´islamismo. Ora s´affida alla circolare 108 contro il velo che aveva promulgato nel 1990, l´anno della caccia ai fondamentalisti, e in seguito dimenticato nei cassetti, al punto che tre anni fa una sua figlia era apparsa velata in tv. Ripristina quella proibizione adesso per impedire che il "nero Hezbollah" dilaghi, o per segnalare ai governi europei che la sua Tunisia è dalla loro parte. Ma non è più uno stato laico che difende la propria identità. Piuttosto, comincia a somigliare all´ennesimo regime "moderato" in ritirata che per sopravvivere cerca di strappare la bandiera dell´"islam autentico" dalle mani degli islamisti. Così mentre Ben Ali soffiava via la polvere dal decreto 108 confermando «il nostro attaccamento alla sublime religione islamica», la sua censura vietava Corpi in ostaggio, una pièce teatrale che racconta il percorso classico d´una tunisina dalla sinistra rivoluzionaria all´uniforme islamista, in quanto «attenta alla morale e alla religione». assai dubbio che Tunisia ed Europa riescano a fermare il "nero Hezbollah" con queste misure. Soprattutto se nel frattempo continueranno a velare la verità con gli antichi drappi delle religioni e delle "civiltà". Guido Rampoldi