La Stampa 22/10/2006, pag.13 Stefania Miretti, 22 ottobre 2006
Sanremo, al casinò esce sempre il rosso. La Stampa 22 Ottobre 2006. Sanremo. Il nuovo fenomeno del privé, un trentenne minuto con capelli a caschetto tipo il Nino D’Angelo di «Un jeans e una maglietta», gioca duro sotto lo sguardo sereno di mammà
Sanremo, al casinò esce sempre il rosso. La Stampa 22 Ottobre 2006. Sanremo. Il nuovo fenomeno del privé, un trentenne minuto con capelli a caschetto tipo il Nino D’Angelo di «Un jeans e una maglietta», gioca duro sotto lo sguardo sereno di mammà. E’ un «imprenditore siciliano», qui sono quasi tutti imprenditori d’altronde, siciliani, campani o calabresi e ultimamente anche un po’ cinesi. A Sanremo, il fenomeno ce l’ha condotto un porteur, uno di quei procacciatori di clienti che battono i circoli più ricchi del Meridione, attingono informazioni su beni e solvibilità dei soci (fermo restando che «pecunia non olet»), e di solito lavorano a percentuale sul cambiato. Un paio di fine settimana «tutto compreso» ospiti nell’albergo con vista, e nell’ideale albo d’oro del Casinò - giocatori che non passano inosservati - il giovane imprenditore e la sua mamma hanno già preso il posto dell’infermiere ed ex sindaco di Castello del Matese, Caserta, un uomo capace di perdere 500 mila euro senza battere ciglio, infine indagato per i reati di riciclaggio e usura; e pure del proprietario di cliniche convenzionate, poi coinvolto nell’affaire della malasanità piemontese: 11 miliardi di vecchie lire bruciati a Chemin de fer in altrettanti mesi, e l’altra sera, sulla terrazza per fumatori, ancora se ne parlava. Morto un «miglior cliente» se ne fa un altro, si sa. Però il nuovo fenomeno vince. Venerdi’ 13, doppio botto. L’ultima volta che è stato qui, un brivido da cardiopalma ha percorso le sale spesso sonnacchiose come un reparto di geriatria: drappo nero al Casinò, evento raro. Intorno al tavolo numero 5 la gente incitava il giovane siciliano con urla da stadio, lui puntava e ripuntava sul 13 e il numero usciva. Al terzo rifornimento di contanti, per un totale di 500 mila euro spazzati via in un amen, la débâcle: è arrivato il valletto col drappo di seta ripiegato su un vassoio d’argento, il croupier ha coperto il panno e la ruota, ci ha appoggiato su un giglio bianco e se n’è andato. Era venerdì 13, poco prima della mezzanotte, e mentre al piano di sopra si svolgeva il funerale del banco, una pensionata svuotava le slot machines portandosi via i 244.600 euro del montepremi. Cinque monete da 50 centesimi, la sua giocata. Ecco, al Casinò di Sanremo la regola che vuole il banco sempre e comunque vincitore sembra non valere più, e se a fine mese il Consiglio comunale dovrà mettere ai voti una delibera per ridurre la percentuale dei suoi proventi, il segno più evidente della sfavorevole contigenza, o deficit d’esercizio, è forse la carta da lettere dove il capitale sociale è stato corretto alla buona, con un segno di matita. Una cifra inferiore basta e avanza. Così come basta e avanza, ormai, la giacca per accedere alle sale, e se poi è un giubbotto a quadrettini - spesso lo è - le lavoratrici interinali che hanno sostituito i sussiegosi portieri d’un tempo chiuderanno un occhio. Le donne e i mattarelli. Qui d’altronde l’«imprenditore siciliano-campano-calabrese-cinese» e la pensionata con pochi spiccioli nel bicchierone in plastica sono da tempo il cliché del giocatore sanremese nella sua storica e forse naturale evoluzione, da Pirandello a Merola, da De Sica a Pupo, da Re Farouk a Donato Bilancia. E se alle undici di sera t’affacci alla balconata delle slot machines e conti, lo capisci bene: i giocatori sono al 90 per cento giocatrici, donne della terza e quarta età venute via di casa così com’erano, coi capelli in disordine e qualcuna anche in ciabatte. Fissano le macchinette che squadernano mattarelli, arance e sacchi di farina, arrivano sole, vanno via sole: figure malinconiche persino più dell’attempato prestasoldi che un tempo aveva uffici di rappresentanza e attività di copertura, e oggi aspetta al bar. Anche nelle case da gioco esiste per le signore il soffitto di cristallo, e in cima allo scalone la percentuale si ribalta. Poche e incattivite le madame al tavolo del Black Jack e del Punto Banco, e nessuno che offra loro una flûte di champagne. Ma nei saloni un po’ fané, altre sono le cose che colpiscono: la presenza di molti bastoni da passeggio, sfoggiati da clienti non necessariamente zoppi; una spiccata attitudine a indossare polo rosse; una certa informalità di modi, che porta alcuni monsieur a chiamare «capo» il croupier; il fatto che molti imprenditori siano qui col figlio maschio in via d’iniziazione. Per vedere anche la parte femminile della famiglia, tocca invece aspettare febbraio, quando interi nuclei soggiornano, ospiti del Casinò o dei suoi porteurs, nell’albergone di lusso: si godono il festival e qualche buon affare ci scappa sempre, come l’anno che venne Anastacia: i ragazzini furono spediti a chiederle l’autografo, lei firmò e firmò centinaia di involucri per cd pirata prontamente immessi sul mercato. Il «danno» tangentopoli. Leggende che non bastano a risollevare le sorti del Casinò, che rischia di chiudere l’anno con uno scoperto di 9 milioni: «Se i giocatori calano, bastano due forti vincite a far saltare i conti», commenta un dipendente di lungo corso, «ma le cose hanno cominciato a peggiorare con tangentopoli. E c’è anche il crollo dell’immaginario, andare al Casinò ormai è un po’ come giocare al bar, l’unica differenza è che le macchinette là fuori sono una rapina a mano armata, mentre qui c’è la garanzia della correttezza». Non basta neppure quella, anzi c’è chi pensa che il vero problema di Sanremo sia il suo non essere più luogo di perdizione. Altro che pensionate e mattarelli, dipendesse dal nostro anonimo interlocutore «si andrebbe subito in Russia a fare un bel carico di ragazze. Ma la legge purtroppo non lo consente». Stefania Miretti