Corriere della Sera Magazine 19/10/2006, pag.92 Guido Olimpio, 19 ottobre 2006
Ma non dovevamo vederci più? Corriere della Sera Magazine 19 ottobre 2006. Una volta i talebani impiccavano le televisioni sui pali e marcavano il territorio avvolgendo i nastri delle videocassette sugli arbusti
Ma non dovevamo vederci più? Corriere della Sera Magazine 19 ottobre 2006. Una volta i talebani impiccavano le televisioni sui pali e marcavano il territorio avvolgendo i nastri delle videocassette sugli arbusti. Un segno di ammonimento per quanti cadevano nelle tentazioni dei miscredenti. Oggi si sono concessi - per necessità di guerra - un peccato veniale: imitando Al Qaeda, usano reti satellitari, cd rom e filmati amatoriali per documentare il loro spettacolare ritorno. Un ritorno in forze degli studenti-guerrieri, che coniugano preghiera e Kalashnikov, Corano e Jihad. Il loro nemico questa volta è la Nato e le perdite quotidiane della coalizione sono lì a dimostrare quanto siano pericolosi i ribelli. L’insurrezione che fa traballare il debole governo Karzai è composita. C’è un cuore locale, formato da talebani afghani. Attorno un secondo cerchio robusto e agguerrito animato dai talebani pachistani. Quindi il cerchio esterno con i volontari arabi, i membri di Al Qaeda, i mujaheddin dell’area centro-asiatica. L’Armada, che può contare su alcune migliaia di uomini, non ha problemi di reclutamento. Superate le difficoltà del 2004 e 2005, si è organizzata lanciando attacchi su attacchi, imitando i resistenti iracheni. Stesse tattiche, identico modus operandi. Quindi largo impiego di cariche esplosive (non sofisticate ma potenti) e di uomini-bomba, una vera novità per questo teatro. Un rapporto dell’Onu, diffuso a settembre, traccia una mappa del potere talebano. Attualmente gli insorti - si legge nel dossier - sono coordinati da «cinque comandi» locali, non sempre collegati tra loro. O meglio stabiliscono contatti quando serve. Aiuti e finanziamenti, denuncia l’Onu, vengono dal network dei trafficanti di droga. Ai reclutatori talebani non manca infatti il denaro. Ogni miliziano riceve una paga di circa 5 euro al giorno, ossia il doppio del salario di un soldato di Karzai. E la somma, considerato lo standard di vita afghano, è considerevole. La pipeline di rifornimento è cresciuta dopo che il Pakistan, ignorando le proteste americane, ha concluso un accordo di tregua con i clan tribali che vivono lungo il confine con l’Afghanistan. Il ritiro delle truppe governative ha liberato centinaia di guerriglieri che hanno rivolto le loro attenzioni alle truppe alleate dall’altro lato del confine. Il comando Nato ha infatti confermato che dal giorno della tregua gli attacchi contro le forze occidentali si sono triplicati. L’intelligence confermano che il Waziristan è il letto caldo dell’estremismo e il santuario del terrorismo. I talebani hanno aperto una sezione che serve da centro di propaganda, raccolta fondi, base di collegamento. sempre in quest’area che si nasconderebbero Osama bin Laden e Ayman Al Zawahiri, oltre ad un buon numero di ufficiali qaedisti. ancora in quest’area che il settore propaganda produce video messi poi su internet o inviati alle grandi catene tv. IL NUOVO TRIUMVIRATO Senza l’appoggio tacito dei pachistani - e in particolare di ampi settori dell’Isi, l’influente servizio segreto - i ribelli dovrebbero ridimensionare le loro ambizioni. Invece in questa terra di intrighi, i legami tra 007, finanziatori occulti (narcotrafficanti, contrabbandieri), signori della guerra e terroristi producono una miscela letale. Ma sarebbe un errore etichettare gli insorti come un prodotto di Al Qaeda. Sia fonti pachistane che americane ammettono che oggi la sfida viene da una realtà nata su queste montagne.Talebani afghani e il loro corrispettivo pachistano unitisi a vecchi arnesi della resistenza anti-russa, come l’integralista Gulbuddin Hekmatyar. Questi ha combattuto con bin Laden contro i sovietici, poi è diventato premier (1992-96), carica dalla quale è stato estromesso con l’arrivo dei talebani. Dopo un periodo trascorso in esilio in Iran, è rientrato in Afghanistan schierandosi al fianco degli ex nemici contro gli americani. Gli uomini di Hekmatyar operano nella regione di Kunar e collaborano con altre colonne ribelli. Fonti britanniche sostengono che Hekmatyar è il terzo elemento di un triumvirato dove siedono un altro veterano della guerra afghana, Jalaluddin Haqqani, sospettato anche di garantire la protezione più esterna di Osama, e dal mullah Dadullah, rappresentante sul campo del misterioso mullah Omar, il padre dei talebani. Dadullah, che ha rivendicato anche attacchi contro il contingente italiano, è conosciuto come «lo zoppo» per via di una menomazione patita in battaglia. La sua fama è quella di uomo crudele. Nel 2000 avrebbe guidato il massacro di centinaia di civili, molti dei quali scuoiati. Scampato per un soffio alla cattura dopo l’arrivo degli americani a Kabul - era accerchiato ma i vecchi compagni di lotta lo lasciarono scappare - ricompare nel 2003 annunciando morte e distruzione per «i crociati». un crescendo di proclami e sortite. Dadullah riconosce di avere rapporti con Osama e Zarkawi (fino alla sua morte), sostiene di poter contare su un esercito locale dove gli stranieri (arabi) sono appena il 10 per cento, arriva ad offrire cento chili d’oro a chi ucciderà gli autori delle vignette danesi. Guerra di parole accompagnata dai fatti. LAVORO IN TEAM E KAMIKAZE «FRESCHI» I guerriglieri sono ormai da mesi all’offensiva con operazioni che ricalcano quelle in Iraq. Dove sono più deboli si limitano all’uso degli esplosivi. Ordigni messi ai lati della strada che diventano trappole micidiali per i mezzi Nato: i soldati italiani sono rimasti vittime di questi agguati. In città c’è un esteso impiego di kamikaze: sono aumentati del 20-30 per cento e Dadullah come il mullah Omar promette di averne a centinaia in riserva. A Kandahar, Helmand, Zabul, Uruzgan invece i talebani si muovono in formazioni più complesse. Si parte da team di 6-10 mujaheddin a gruppi di 20-30, in grado di impegnare per ore gli alleati. In alternativa gli insorti si dedicano alla neutralizzazione di qualsiasi presenza governativa. Bruciano le scuole, eliminano i rappresentanti ufficiali, danno una caccia spietata agli informatori. La sensazione è che, malgrado le perdite pesanti patite durante l’estate, i talebani abbiano ancora munizioni per contrastare la Nato, alle prese con una cronica mancanza di effettivi. Anche nella capitale Kabul, gli estremisti sono in grado di lanciare attacchi a ripetizione, sino a sfiorare l’ambasciata Usa. Il comando alleato, da un lato, sostiene di aver messo a segno buoni colpi, ma, dall’altro, ammette (sia pure in modo anonimo) che la fiducia della popolazione sta scemando progressivamente. Una segnale estremo di come vanno le cose viene dalle parole del senatore Bill Frist. Repubblicano, leader della maggioranza, durante una visita all’avamposto di Qalat ha sorpreso tutti dichiarando che la guerra non può essere vinta militarmente. L’alternativa è quella di stabilire un negoziato con «coloro che si definiscono talebani» e portarli nel governo. Forse si tratta di una provocazione politica, però coincide con l’analisi di molti servizi di intelligence che già prevodono la nascita di un Jihadistan. Guido Olimpio