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 2006  ottobre 25 Mercoledì calendario

Metti una sera a cena Togliatti e Welles. Corriere della Sera Magazine 19 ottobre 2006. Mangiarono filetti di baccalà, la specialità della casa, e pizza

Metti una sera a cena Togliatti e Welles. Corriere della Sera Magazine 19 ottobre 2006. Mangiarono filetti di baccalà, la specialità della casa, e pizza. Per le bevande: vino, caffè e cognac al brindisi finale. Fu lo scarno menu di una delle cene più curiose del secolo scorso. Si svolse da Romualdo, in piazza della Torretta, vicino a Montecitorio. I due commensali più importanti (gli altri erano giornalisti) furono Palmiro Togliatti, il leader del partito comunista italiano, e Orson Welles, il ragazzo terribile di Hollywood. La cena ebbe luogo alle nove di sera dell’8 dicembre 1947. Il contesto, nazionale e internazionale, era inquieto: c’era stata la strage di Portella della Ginestra il primo maggio; De Gasperi era tornato dall’America sventolando un assegno di 50 milioni di dollari, prima tranche del Piano Marshall; era in corso oltreoceano la caccia alle streghe con i divi di Hollywood accusati di comunismo dal senatore McCarthy. Perché si vedevano a cena e cosa avevano da dirsi, in quel clima da guerra fredda, il Genio (del cinema americano) e il Migliore (del comunismo europeo)? Se lo chiese pure l’Fbi di Edgar J. Hoover che indagò sulla faccenda. Sessant’anni dopo Alberto Anile, giornalista di Tv, Sorrisi e Canzoni e topo di archivi dello spettacolo, ha ricostruito quella cena nel libro Orson Welles in Italia (in uscita dal Castoro), rievocazione della Roma pre-Dolce Vita attraverso gli incontri, gli amori, le furie del grande attore e regista che aveva già sconvolto l’America a più riprese e in modi diversi: girando un capolavoro come Citizen Kane; fingendo alla radio uno sbarco di marziani sulla Terra che seminò il panico tra gli ascoltatori; sposando Rita Hayworth, la più bella di tutte. Toccava ora all’Italia essere sconvolta da quella forza della natura e della cultura, a partire magari proprio dalla cena con Togliatti? Welles venne a Roma per interpretare la parte del protagonista nel film Cagliostro e perché si era convinto che «Hollywood non impara più nulla e non insegna più nulla» mentre c’era molto da imparare, secondo lui, dal neorealismo italiano. Questi era i motivi artistico-professionali. Ma c’erano anche ragioni politiche. Sospettato di essere comunista, Welles era spiato dall’Fbi che però aveva trovato a suo carico solo una scappatella con una ballerina di strip tease. Poi, in piena caccia alle streghe, era stato interrogato dagli uomini della Commissione per le attività antiamericane che gli chiesero: «Lei è o non è comunista? ».Welles: «Come definireste un comunista? ». Commissione: «Qualcuno che prende tutti i tuoi soldi e li dà al governo». «Allora il fisco americano deve essere comunista all’87 per cento », disse Welles che all’epoca era carico di debiti e con un sacco di tasse arretrate da pagare. Il regista era venuto in Italia anche per motivi sentimentali. Il matrimonio con Rita Hayworth era praticamente finito (lei lo accusava di pensare solo al lavoro e di non stare mai a casa). Roma lo adottò subito. I giornali raccontavano la sua vita in diretta. Eccolo atterrare fortunosamente a Fiumicino con ormai poche gocce di carburante in serbatoio. Eccolo scendere all’Excelsior, in piena via Veneto, e compilare il questionario alla reception. Nome? «George Orson Welles». Luogo e data di nascita? «Kenosha,Wisconsin, USA, 6 maggio 1915». Razza? «Negra». Eccolo sul set di Cagliostro litigare con il regista Ratoff e pretendere dal produttore l’assunzione, in qualità di Muse personali per tener desta la sua ispirazione, di tre ragazze. Sembravano le tre Parche (una sferruzzava seduta in poltrona, l’altra leggeva romanzi gialli e l’altra ancora sbadigliava in un angolo mangiucchiando lentamente cioccolata), alla fine di ogni giorno di riprese ritiravano la paga e tornavano a casa. Eccolo parcheggiare la sua Alfa Romeo da cinque milioni davanti ai suoi locali preferiti: le Grotte del Piccione, l’Abc, il Jicky Club e la Taberna Ulpia dove pregava Alfredo Del Pelo, capostipite dei cantautori di Trastevere, di intonargli Chiove. Eccolo a Tor Fiorenza, una ex stazione di posta sulla Salaria, cenare (riso pilaf, filetto tournedos, patatine e Brolio rosso) e poi passeggiare sotto la luna assieme a Jennifer Jones, reduce dal successo di Duello al sole e dalla rottura del fidanzamento con David O. Selznick, il produttore di Via col vento (in una parola Hollywood in persona). Eccolo passare «almeno una notte di fuoco» con Cosetta Greco. Eccolo all’ippodromo delle Capannelle con Stella Nicolich, «divetta del varietà pescata e scritturata da Orson a Firenze », o alla Boite ballare il samba con Gina Lollobrigida (non ancora la Lollo ma in procinto di diventarlo). Eccolo flirtare teneramente con Franca Faldini, futura signora Totò, «una sedicenne, slanciata e bellissima, un giunco flessuoso per il quale un giornale creò l’epiteto di ”ritaiwortacea”». Eccolo in udienza personale da papa Pio XII che gli tenne per tre quarti d’ora la mano stretta fra le sue, «secche e calde come lucertole», e si fece raccontare gli ultimi pettegolezzi di Hollywood: «dal matrimonio di Tyrone Power al divorzio di Irene Dunne». Più bravo di un agente Fbi (altro che scappatelle con la spogliarellista), Alberto Anile compie un capolavoro investigativo nella ricostruzione della cena con Togliatti. Il Migliore «si presentò in doppiopetto blu, al bavero una piccola falce e martello d’argento». Anche Welles era in completo blu. Gli altri commensali erano i giornalisti Luigi Barzini jr, Emanuele Rocco (gli ambasciatori che avevano reso possibile l’incontro), Corrado Pallenberg, Vittorio Gorresio e Emmett J. Hughes, corrispondente in Italia di Time e fresco autore di un’inchiesta in cui aveva scritto che «sul doppiopetto blu del leader comunista italiano ci sono tracce di sangue ». Era seguita querela da parte di Togliatti. Il Migliore e Welles erano seduti uno di fronte all’altro a una estremità della tavolata. Lingue ufficiali del meeting: spagnolo, italiano e inglese (con Barzini che all’occorrenza faceva da traduttore). Temi della conversazione: 1) la difficoltà del castigliano; 2) il conflitto tra Cesare e Bruto; 3) il paganesimo... Giustamente Anile, impietosamente per tutti noi, si chiede: «quale tavolata di giornalisti e politici affronterebbe oggi temi del genere per rompere il ghiaccio»? Momenti salienti della cena: Togliatti che rimprovera Hughes, quello che lo accusava di avere il doppiopetto macchiato di sangue, perché versava il vino alla traditora, rovesciando cioè la bottiglia dalla parte esterna del braccio. «In Sicilia», gli disse, «per una cosa del genere la sfiderebbero a duello». Domanda del Migliore a Welles: «Il vostro Cagliostro è tratto dal romanzo di Dumas?».Welles: «Molto alla lontana ». «Ah», deluso, di Togliatti. Raccontino autoironico del Migliore: «L’altro giorno a una sfilata di partigiani in via Nazionale una bimba di quattro anni mi ha festeggiato tutta eccitata facendomi il saluto romano. Sua madre, una buona compagna, se ne è talmente vergognata che ho dovuto rassicurarla personalmente ». Raccontino autopromozionale e ruffiano di Welles: «Una volta ero in macchina col mio presidente preferito, Franklin Delano Roosevelt, e arrivati a un bivio non sapevamo che direzione prendere. Allora ho detto: ”Andiamo a sinistra, non si sbaglia mai”. E, infatti, era la strada giusta». Sorriso di Togliatti. Domanda interessata del Migliore a Welles: «Quale è il posto dove i comunisti sono davvero forti in America?». Welles, dopo una piccola riflessione: «L’Unione degli scaricatori di porto a San Francisco».Welles, per un attimo nella parte dello zio d’America: «Mi stia a sentire, mister Togliatti, il Piano Marshall è un’occasione da non perdere ». Togliatti: «A patto che non diventi un’elemosina, che impoverisce chi la fa e chi la riceve». In chiusura il regista propose un brindisi «al giorno in cui uomini di fedi diverse possano farsi fotografare tranquillamente intorno allo stesso tavolo senza che nessuno pensi male e senza timore». Finita la cena, Togliatti, tornando a Botteghe Oscure (dove il giorno dopo avrebbe indetto uno sciopero generale), confidò a Emanuele Rocco: «Questo Welles è l’americano più intelligente che abbia conosciuto». (Probabile riflessione di Edgar J. Hoover, capo dell’Fbi, quando a stretto giro di posta ricevette un dettagliato rapporto e le foto della cena: «Ma guarda un po’,Welles va a mangiare con Togliatti e questi, il giorno dopo, proclama lo sciopero generale!»). Sette anni dopo quella cena, Ennio Flaiano scrisse Un marziano a Roma: un extraterrestre sbarca nella capitale, all’inizio viene idolatrato dalla folla che poi si stufa e lo scarica brutalmente. Quel soggiorno romano di Orson Welles somiglia alla farsa di Flaiano. Tullio Kezich, interpellato da Anile in Orson Welles in Italia, afferma che Welles è l’ispiratore del Marziano di Flaiano che, in una prima versione, uscì come racconto sul Mondo. All’udienza col Papa, alla pizza con Togliatti, ai Negroni bevuti da Rosati, al samba con la futura Lollo, seguì la decadenza immediata del suo mito («In Italia è volubile anche la gloria», fu il commento dello stesso Welles). I cronisti che prima lo avevano esaltato cominciarono a denigrarlo, addirittura a insultarlo. Finché una mattina dell’aprile 1948 Welles lesse un suo ritratto sulla rivista Bis: «Si alza alle nove del mattino già ubriaco per il whiskey abbondantemente bevuto sino all’alba nei locali notturni; e tra un sorso e l’altro balla la samba e il jitterbug freneticamente, strappandosi la cravatta e la camicia: camicia di seta, a righe, di color pallido o azzurrognolo. Beve anche appena alzato, mentre si rade con sapone comune e senza pennello, o fa la prima abbondantissima colazione. Beve sempre. Non si sa se per dimenticare le due ex mogli o per le accuse che si muovono continuamente contro di lui e i suoi film».Welles prese il telefono e chiamò il suo avvocato: «Vorrei querelare il giornalista Roberto De Paolis della rivista Bis, il direttore della rivista stessa e il fotografo ». Poi prenotò il primo aereo per New York e volò in America. Non era un addio, anche se lo sembrava. Sarebbe poi tornato più volte negli anni seguenti, per girare il suo magnifico Otello, per lavorare con Totò e con Pasolini, per lasciare anche buonissimi ricordi. Come quello lasciato a Oberdan Troiani, che fu suo direttore della fotografia: «Lavorai anche con Visconti, ma dopo Welles tutti gli altri mi sembravano schiappe». Lo stesso Welles, malgrado tante polemiche e pettegolezzi, ebbe qualche buon ricordo degli italiani. Di uno in particolare, Eduardo De Filippo, di cui scrisse nel 1982: «Nella sala più vasta, Eduardo si proietta in primo piano fino al fondo del loggione. il più grande attore del mondo». E pensare che qualche decennio prima amava dire andando in giro per Roma: «L’Italia è una nazione d’attori i peggiori dei quali stanno sulla scena» Antonio D’Orrico