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 2006  ottobre 21 Sabato calendario

Quel rito segreto di Togliatti "Ogni mattina leggeva i tarocchi". La Repubblica 21 ottobre 2006. Quante tribù ha tenuto insieme, il comunismo italiano! Forse ce n´è ancora una addirittura patriarcale

Quel rito segreto di Togliatti "Ogni mattina leggeva i tarocchi". La Repubblica 21 ottobre 2006. Quante tribù ha tenuto insieme, il comunismo italiano! Forse ce n´è ancora una addirittura patriarcale. Un comunismo ricco, arcaico, passionale, iper-sovietico e per la verità anche un po´ selvaggio. Forse per questo sempre ben collocato, e comunque capace di sopravvivere alla prova del fuoco della dissoluzione e degli scandali. Così, nonostante il clan degli Spallone sia incappato in una delle più toste vicende giudiziarie degli ultimi tempi - aborti clandestini nelle proprie cliniche: il processo si è concluso nel novembre del 2002 assegnando vent´anni di carcere a due membri della potente dinastia marsicana - ecco, seppure inseguito da una fama quantomeno controversa, a quasi 89 anni il Grande Patriarca, Mario, già medico di Togliatti, pubblica il suo (terzo) libro di memorie. E se non fosse chiaro che l´onore suo e della sua famiglia non solo è salvo, ma merita anche di essere celebrato da chi conta davvero, riproduce nelle ultime pagine un telegramma augurale, una calda lettera e un affettuoso biglietto ricevuti, rispettivamente, dall´allora sottosegretario Gianni Letta, dall´ancora direttore del Sismi Nicolò Pollari e dal nuovo Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Detto questo, nel suo «60 anni di memorie» (Schena editore), Mario Spallone si conferma un personaggio senz´altro ragguardevole, specie se esaminato con gli occhi del presente. Perché egli fu per oltre vent´anni il medico curante e l´ombra di Palmiro Togliatti. Ma dai ricordi che somministra con qualche astuta ingenuità si capisce che fu anche qualche cosa di più: confidente, depositario di segreti e uomo di cerniera tra mondi apparentemente opposti, per quanto mai esterni al potere. Come giovane dottore si era preso, in quegli anni di ferro e fuoco, un compito per nulla scontato: sorvegliare, conservare, accudire e mantenere in piena efficienza il corpo del Segretario Generale del Pci, che per il fideismo comunista di allora incarnava, per il tramite della classe operaia, la Razionalità della Storia. Togliatti, oltretutto, non era giovanissimo; era anzi arrivato in Italia piuttosto malmesso dopo le turbinose avventure del suo lungo esilio in Francia, Spagna e Urss. Subì inoltre un grave attentato, quattro pallottole sparategli a brave distanza nel luglio del 1948; poi ebbe un serio incidente automobilistico, a parte i fastidiosi malanni (herpes e papillomi alla vescica) che pure, in epoca di piena visibilità, fa impressione veder esposti in maniera così impudica. Questo mandato Spallone lo assolse con una dedizione tutta sua: fino all´ultimo, e fino al punto di baciare le mani al neurochirurgo sovietico che invano a Yalta tentò di strappare il Migliore alla morte. Ma il rapporto di assoluta intimità che aveva con il capo comunista, tanto da permettergli di restare al suo fianco nei colloqui privati con Stalin, portò Spallone a svolgere missioni parecchio delicate. Fu lui, ad esempio, a presentarsi con Pietro Secchia da Nino Seniga, un ex partigiano dirigente dell´Organizzazione che nel 1954 era scappato con la cassa del Pci. Per la cronaca: Seniga accolse i due «visitatori» puntandogli il mitra addosso. Così come fu sempre Spallone a prendere contatto con Leone per conto del partito durante una campagna presidenziale. L´allora presidente della Camera si limitò a scuotere il capo offrendogli «na´ tazzulella e´ caffè». Nel suo libro il Patriarca non si dilunga sull´origine del suo «impero» economico. Al tempo dello scandalo minacciò di strozzare con le sue mani i parenti, se li avesse trovati colpevoli. Adesso li assolve. Prende la sua vita alla lontana: i «cafoni» poverissimi del Fucino, il giogo dei Torlonia, la cospirazione, la tortura, la galera; poi la guerra partigiana a Roma, e la diffidenza che a un certo punto i compagni nutrirono nei suoi confronti. Colpisce, semmai, che per tutto il libro nomini la Iotti con l´iniziale del cognome sbagliato («Jotti»: e lei ci teneva moltissimo). In compenso si viene a sapere che la futura presidente della Camera cucinava una fantastica paella a Togliatti. Questi era del tutto indifferente alla televisione, che proprio Spallone riuscì a fargli entrare in casa come dono per il 70° compleanno. Sempre Togliatti, invece, amava assai la natura: con tale imprudenza che durante un´escursione al Parco d´Abruzzo si trovò faccia a faccia con un orso, senza peraltro perdere la calma. E´ plausibile invece che, sebbene impassibile, abbia avuto qualche reazione allorché sul piazzale delle Frattocchie una automobile che trasportava Secchia e Longo, i «duri» del Pci, schiacciò sotto le ruote il povero cagnolino pechinese del Segretario Generale, a nome «Paoma», che in giapponese significa «libertà». Di rivelazioni in senso stretto ve ne sono poche. Ma una forse riscatta l´intero volume, gustoso, ma un po´ raffazzonato. Racconta dunque Spallone che ogni mattina, prima di uscire da casa, l´illuminista Togliatti, il materialista Togliatti apriva un certo cassetto chiuso a chiave, prendeva un antico e prezioso mazzo di tarocchi, «eredità di famiglia», e insomma: si faceva le carte. Non doveva essere un semplice solitario, ma «un rito» che rispecchiava «una seminascosta filosofia della vita». Ora, si sapeva che il capo del Pci era superstizioso, e Spallone integra questa storia sottolineando la predilezione del suo illustre paziente per la «scamicia» o pelle di lucertola. Ma la storia dei tarocchi, su cui esiste una cospicua letteratura esoterica, apre decisamente la prospettiva a un comunismo magico. Quante anime, davvero, e quante imprevedibili credenze, riuscivano a contenere i partiti di una volta! Filippo Ceccarelli